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Gli alberi di Palestro

Quando percorsi per la prima volta quel tratto dell’autostrada Trapani-Palermo, e vidi quel cartello con un nome a sei lettere, in macchina calò il silenzio. Un silenzio d’angoscia e rispetto. La mia compagna e io sapevamo dove stavamo passando. Avevamo ancora nitide davanti agli occhi le immagini del telegiornale: l’enorme cratere, l’asfalto squarciato e sollevato per centinaia di metri. La carcassa della Croma.
Chissà se oggi la gente che passa di lì per raggiungere il posto di villeggiatura o la propria casa ci pensa a quei morti. Oppure passano via veloci abbagliando e bestemmiando contro l’auto davanti che procede lenta nella corsia di sinistra.
E la mafia, i mafiosi, oggi che stanno facendo? Forse hanno messo momentaneamente da parte pallottole, acidi ed esplosivi per dedicarsi con maggior cura al movimento d’assegni. Probabilmente anche dentro al palazzo.
Mi ricordo che quando i primi d’agosto del 1993 tornai a Milano dalle vacanze, erano passati appena cinque giorni dalla bomba al Pac. La prima cosa che feci fu prendere la bicicletta e andare in via Palestro. Lo scenario di distruzione mi lasciò attonito. Soprattutto vedere i segni sulle cortecce degli alberi nel marciapiede di fronte. Rendevano perfettamente l’idea della violenza della deflagrazione. C’era ancora puzzo di bruciato. E di viltà.
Il Padiglione d’Arte Contemporanea fu ricostruito in fretta. E a parte una piccola epigrafe niente lascerebbe immaginare che quel posto fu teatro di un’immane tragedia. Ma quando passo per quella via mi fermo sempre a guardare quegli alberi. I segni sulle cortecce ci sono ancora. Basta guardarli. Ci sono.



*Exit music (For a film) – Brad Mehldau

Pubblicato il 25/4/2005 alle 12.36 nella rubrica Diario.

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