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Le mentecatte

Negli ultimi giorni ho conosciuto una giornalista. Una giornalista televisiva, tutta frizzi e lazzi: abbigliata perfettamente, profumata, truccata, sciantosa. Un’emerita idiota che mi ha portato a ripensare a una categoria di donne che detesto e delle quali vale la pena scrivere. Una volta sola però, altrimenti si dà troppa importanza alla cosa.
Generalizzare, categorizzare è sempre poco carino, ne convengo. Quando però certe caratteristiche arrivano ad accomunare un tot numero di individui me lo concedo. Si entra nella statistica, diventa matematica insomma.
Come altre volte qui ho scritto delle “donne in carriera”, così oggi mi voglio soffermare su quelle che definisco eufemisticamente “mentecatte”. Le donne in carriera non mi piacciono granché, ma hanno comunque doti innegabili che sortiscono per affascinarmi a periodi alterni. Le mentecatte, invece, riescono ad attrarmi solamente se portatrici di culi o cosce da urlo. Ma quando la loro mentecattura esce completamente allo scoperto, il che salvo rare eccezioni avviene molto rapidamente, non ci sono porzioni di carne che tengano. E rinsavisco.

La mentecatta è un genere di donna che vede la sua origine ontologica nell’essere stata viziata a livelli mostruosi dai suoi genitori. E in questo, porelle, non hanno colpa. Per vent’anni o più la madre ha fatto da colf e il padre da zerbino. E la frittata è fatta.
La mentecatta è innanzitutto una donna non autosufficiente. Spesso priva di patente, ogni suo spostamento diventa doverosamente a carico del suo prossimo. Una volta sceso il crepuscolo, poi, la sola idea di metter piede fuori dalla sua magione viene esclusa se non c’è una macchina ad attenderla davanti al portone. Il taxi è l’unica alternativa, ma proprio in casi disperati.
La mentecatta non ha mai fatto un viaggio da sola. E mai ne farà.
La mentecatta non ha interesse alcuno per l’informazione e la cultura in genere. Il Lodo Alfano potrebbe essere il nome di un ristorante trendi, mentre Roth una marca di arricciacapelli. Non legge, ingurgita senza sosta ore di televisione spazzatura. Ma si considera molto intelligente e profonda. Infatti ama discutere all’infinito su temi come “relazione”, “modalità con cui ti rapporti a me”, “fiducia”. Non è laureata in sociologia, è semplicemente un’assidua telespettatrice di Uomini e donne. Una vita da tronista. Dal che si deduce che molto spesso la mentecatta non lavora. Quando invece la mentecatta lavora, è perché il lavoro gliel’ha trovato qualcun altro.
Sul posto di lavoro la mentecatta si sente la più intelligente e la più figa. E si lamenta costantemente perché viene trattata male dai suoi capi.
La mentecatta non ha passioni, hobbi o interessi. La sua attenzione è tutta rivolta a se stessa, alla sua “sensibilità”, ai suoi eterni ragionamenti, alla “risoluzione dei suoi problemi”. Talmente gravi a suo dire che a confronto la situazione in Darfur è tutta una gran sega mentale. Ma non chiedetele cosa sia il Darfur, s’incazzerebbe come una iena perché osate fare illazioni sulla sua ignoranza. Ne scaturirebbe un’altra discussione infinita sulla “considerazione che hai di me”. E intanto il Darfur è svanito in una voragine di parole.
La mentecatta crede di essere l’apoteosi della femminilità. E in quanto tale porta all’eccesso caratteristiche prettamente femminili. Se una donna ci mette un’ora per preparasi a uscire, la mentecatta ce ne mette quanto meno il doppio. Ed esclude categoricamente la possibilità di uscire di casa così, all’improvviso, in quattro e quattrotto. Non se ne parla. La mentecatta è quella che si trucca per andare in piscina o in spiaggia.
La mentecatta ha come massima soddisfazione lo scorgere apprezzamento negli occhi di chi la guarda. Il suo cervello si alimenta di questo.
Vivendo in codesto modo nel corso degli anni la mentecatta colleziona un vasto numero di fobie. Assolutamente tempo sprecato tentare di farla ragionare in merito o peggio redimerla. Le mentecatte sono visceralmente convinte che sia logico e imperativo avere il terrore di un certa qual cosa (dalla possibile esistenza di tracine sul bagnoasciuga alla presenza di burro scaduto in un manicaretto), e sei tu il coglione che non ne ha paura.
Le mentecatte hanno l’unica possibilità di salvezza nell’incontrare il principe azzurro che fanno finta di non attendere. Un mentecatto. E così si riproducono.

Che io abbia conosciuto una giornalista mentecatta mostra con efficacia quanto il giornalismo italiano versi in una drammatica agonia.



*Someday my prince will come – Bill Evans Trio

Pubblicato il 25/11/2009 alle 13.29 nella rubrica Diario.

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