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Exarchia

La verifica ateniese è andata meglio di qualunque rosea previsione. E infatti tra poche ore volerò di nuovo verso la capitale greca. Per starci un po’ di più stavolta. Perché mi sono organizzato per scrivere un po’ di quello che capita laggiù, e perché… no, non riesco proprio a scriverlo il resto del perché, imbavagliato da spesse bende scaramantiche.
Ieri ero al presidio milanese per la libertà di stampa, in contemporanea con la manifestazione di Roma. Era organizzato in piazza Mercanti, il cuore antico d’epoca comunale della mia città. Uno degli scorci che più amo. Infinite volte mi sono seduto sugli scalini di quella loggia. A baciarmi con la mia ragazza quando non esistevano telefoni cellulari ma solo biglietti vergati d’inchiostro. A parlare con amici a notte fonda. A leggere l’ultimo libro appena acquistato nella libreria in galleria. A seguire un comizio elettorale da me organizzato. A fotografare.
Bè, proprio lì, ieri, una cara amica mi fa: “Forse è il caso che ti prendi una vacanza dalla tua città, una sorta di anno sabbatico”. Me l’ha sussurrato, delicatamente. Sa che io, da questa città, non mi sono mai mosso. E dirmi di andarmene, anche solo per un po’, è un suggerimento che si deve posare su di me come neve su un orto. Trentasei anni d’amore. Che ultimamente, per svariati motivi, perde passione giorno dopo giorno. Diventando sempre più un piacere di ricordi vissuti, e sempre meno sguardo e impulso verso il futuro.
Milano è la mia città. Presumo di conoscerla come pochi altri. Ma Milano sta soffrendo. Città dalle doppie targhe commemorative, città di autobus con grate ai finestrini adibiti al rastrellamento degli immigrati irregolari, città dimenticata dai suoi stessi abitanti. Che non sono più curiosi della storia dei suoi anfratti. E preferiscono imporre i propri. Nuovi vuoti di valori e principi.
Durante il presidio, tutte le persone che si sono date il cambio al microfono non sono riuscite a dire la loro senza urlare. Rabbia lecita, giustificata. Giornalisti, maestre, semplici cittadini, arrabbiati. Sfiniti. Disillusi. La rabbia di tanti, ma pur sempre troppo pochi di fronte all’indifferenza dei più.
Mentre lasciavo la piazza, Milano mi ha preso per un braccio e mi ha detto “vai pure via, tanto ci ameremo comunque per sempre tu e io. Non farti schiacciare come me. Tu che hai gambe al posto di mattoni e marmo, vai. Non farti succhiare via la linfa vitale come a me hanno tolto l’acqua della Darsena. Poi quando torni avrai tante cose da raccontarmi, sotto le volte dei Mercanti, di notte, quando ignavi, bugiardi e arrabbiati finalmente dormono. E poi, dai, cosa pensi? L’ho sempre saputo che da anni mi tradisci col mare”.
“Se vado – le ho risposto – non avercela con me. La colpa non è tua”.

Quanto mi piace passeggiare tra le viuzze alberate di Exarchia.
Quanto mi piace baciarla di fronte al mare.



*Let the happiness in – David Sylvian

Pubblicato il 4/10/2009 alle 12.55 nella rubrica Diario.

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