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Il buen ritiro del precario (solo andata)

Dopo 700 giorni di lavoro pressoché continuato, me ne vado finalmente in vacanza.
Settecento giorni in cui sono cresciuto, maturato, e che mi hanno regalato anche grosse soddisfazioni. Dalla redazione di un settimanale tra i più letti al coordinamento della comunicazione di un partito per la scorsa campagna elettorale, passando per fotografie da prima pagina del Corriere a trasferte cinematografiche, fino alla collaborazione per la stesura di un libro scomodo.
Una gran fatica, premiata sul momento e mai a lungo termine. Puro precariato: contratti da tre mesi, che quando vengono rinnovati anche solamente di un mese ti pare di toccare il cielo con un dito, collaborazioni, lavori spot. Col conto costantemente in rosso.
Un impegno che mi ha portato a trascurare, oltre a questo blog, amici e famiglia. E a diventare ancor più selettivo in fatto di donne (grazie anche a clamorosi scivoloni su bucce di banana, tradito dalla beltà che nasconde vuoti cosmici). E allora mi chiedo: ma ne vale la pena? Tutto questo sbattersi a destra e sinistra per cosa? Arrivare in un luogo sicuro nel sistema-informazione italiano, tra i giornalismi più abietti al mondo, può davvero rappresentare un obiettivo di vita?
Ci devo riflettere. E per fare un po’ di chiarezza, domani zaino in spalla parto per una di quelle isolette sperdute della Grecia che mi piacciono tanto. Con in tasca un progetto di libro a quattro mani davvero sfizioso.
Se il lavoro è costantemente a tempo determinato, il mio soggiorno sarà invece a tempo indeterminato.
Qualora qualcuno approdi nell’isolotto di circa quaranta abitanti, potrebbe trovarmi seduto a un tavolino della taverna del porto a giocare a backgammon col pope, trangugiando ouzo. Nel caso, è pregato di parlare lentamente e con tono di voce molto basso.
Poi la curiosità vien da sé…
- Ma quanto ti fermi?
- Non lo so.




*Eppur mi son scordato di te – Lucio e Mina

Pubblicato il 22/7/2009 alle 14.33 nella rubrica Diario.

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