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La valigia sul letto

Difficile fare la cronaca delle mie notti a Tokyo, davvero troppo dense di incontri, risate, incomprensioni, stupore, alcol, stupefacenti. Un bar in miniatura in un vicolo di Shinjuku, cinque posti al bancone e basta, con la gestrice strippata per il Messico che metodicamente trasforma i suoi avventori in perfetti mariachi (a me le maracas) e li costringe a suonare tutta la serata; un altro minuscolo locale karaoke gestito da tre travestiti (uno di loro non si fa una ragione di come io possa essere capitato lì) al settimo piano di un palazzo di Ikebukuro, zona dicono malfamata a nord di Shinjuku, dove con immensa fatica ho insegnato a una nippofrancese il testo di Se mi lasci non vale di Iglesias per poi cantarla insieme a squarciagola abbracciati e sudati. Un sottoscala dove suonano jazz, con i clienti che dormono stringendo tra le dita il bicchiere di whisky. Una cena a base di ottima trippa alla brace alle cinque del mattino, col sole già alto, trascinato da altre tre fanciulle che parevano uscite da un fumetto manga, non spiaccicavano una parola d’inglese, però continuavano a sorridermi e parlarmi. Baci umidi di gin e rossetto. Attraversare la città a piedi da solo verso sud, verso la baia, facendo lo slalom tra la miriade di barboni che iniziano a ripiegare il loro giacilio di fortuna. Una donna di mezza età con un libro in mano e gli occhi stralunati che mi ferma a un semaforo e mi racconta di essere una scrittrice, una scrittrice fottutamente disperata, persa, probabilmente ridotta alla follia. E poi tirare il fiato al mercato del pesce, il più grande al mondo, sorseggiando caffé accompagnandolo assurdamente con delle specie di tartine con gianchetti freschissimi. Sono le otto e mezza. E la notte pare appena iniziata, tanto che non avverto nemmeno l’effetto di tutto quello che ho ingurgitato finora.
Questa è la città della solitudine per eccellenza, dell’eccesso obbligato per combattere quella feroce malinconia che ti prende a viverci. È una città in cui si corre sempre, per lavorare, per sfarti, per scopare, per dormire qualche ora. Uno dei posti col più alto numero di suicidi tra i giovani al mondo. Un buco nero costantemente illuminato a giorno.
“Voi italiani, ciascuno a modo suo, avete una personalità, siete di una vitalità dirompente, originali, creativi. Noi giapponesi no. Noi lavoriamo in fabbrica con le telecamere appese al soffitto e un contapassi addosso, per vedere quanto tempo sprechiamo muovendoci”. Ripenso a queste parole entrando nell’ascensore che mi porterà alla mia camera con vista sul monte Fuji. Mentre la giovane impiegata dell’albergo, in divisa, come sempre rimane inchinata fronte a terra finché le porte non si son chiuse dicendo “mi spiace per l’attesa”.



*Everything's not lost - Coldplay


Pubblicato il 19/6/2007 alle 11.45 nella rubrica Diario.

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