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27 marzo 2006

Donini

Il Donini rimaneva aperto fino al mattino, per i nottambuli impenitenti e il dopoteatro. Si beveva l’aperitivo specialità della casa, il Gin Rosa. Crollò l’intero palazzetto nel grande bombardamento del 1943.
Alberto Vigevani, Milano ancora ieri

Fondato dalla famiglia Donini poco dopo l’unità d’Italia, questo storico bar di Milano cambiò gestione nel 1950 quando fu acquisito dalla famiglia Marangione che inventò un nuovo aperitivo, il Gin Rosa, che ben presto divenne il secondo nome del locale. Da quel momento a Milano dire andiamo al Donini oppure andiamo al Gin Rosa divenne la stessa cosa.
A quel locale sono legati tanti miei primi ricordi, le primissime immagini che rimangono stampate nella memoria di un individuo. Negli anni settanta mio padre mi ci portava sempre. E già da piccolino mostrai chiaramente le mie preferenze: molto meglio i bar delle giostre.
Mi sembrava di entrare in un paradiso tutto mio, protetto dalla familiarità con cui mio padre trattava spazi, avventori, proprietari e camerieri. Ricordo l’imponente macchina del caffè luccicante, il bancone in legno e marmo, le vetrinette con preziose e vecchie bottiglie di vino, gli specchi, il rumore degli shaker sbattuti.
Al piano terra si stava in piedi. La proprietaria aveva i capelli biondo tinti, sedeva alla cassa e mi faceva sempre dei gran sorrisi che io ricambiavo estasiato. Poi attraverso una scala stretta con lo scorrimano in ferro battuto si scendeva nella calda saletta sottostante, con i divanetti in pelle, le luci soffuse e i tavoli scuri. Mio padre ordinava per me una cioccolata calda con panna, una squisitezza. Quindi Mapelli, il capocameriere dai capelli grigi, la giacca bianca con i bottoni d’oro e il papillon nero, mi prendeva in braccio e mi sistemava su un cavallo a dondolo in legno. Penso che fin quando ho creduto all’esistenza di Babbo Natale, questo per me aveva la stessa faccia di Mapelli.
Gli anni passavano e io continuai ad andare assiduamente al Gin Rosa. Dalla cioccolata calda passai presto al Gin Rosa, vera e propria prelibatezza, sia nella versione estiva che in quella invernale, più forte e rotonda. Con amici, amiche e morose, d’estate si sedeva nei tavolini sistemati in schiera sotto il porticato che dava su Piazza San Babila. Ci si godeva il passaggio e da lì lo sguardo poteva spaziare lungo corso Vittorio Emanuele, e ancora giù giù fino alle guglie del Duomo. In quegli anni non era raro ritrovarsi al bancone spalla a spalla con qualche architetto di grido, artista, intellettuale o politico socialista, primo fra tutti Bettino Craxi.
Se Mapelli era stato il mio punto di riferimento durante l’infanzia, in gioventù il suo posto fu preso da Aurelio. Sempre vicino a una pensione che non arrivava mai, Aurelio era un modello di stile, eleganza, compostezza. Il re dei camerieri. Non c’era volta che quando si avvicinava al mio tavolo per prendere le ordinazioni, subito dopo avermi dato la mano, non rivolgesse un complimento alla bellezza degli occhi della ragazza seduta accanto a me. Il suo sguardo austero e il tono di voce pacato le faceva sentire come delle principesse, che immancabilmente abbassavano gli occhi pieni di riconoscenza. Gli uomini d’affari e i politici lì attorno non avevano un centesimo della dignità e della classe di Aurelio.
Negli anni novanta al centro della piazza venne costruita una fontana a forma di grossa pigna che ostruiva la vista verso il corso. Era solamente uno dei tanti tristi presagi di ciò che presto sarebbe accaduto. Nel 1998 il Gin Rosa venne venduto e al suo posto in breve tempo sorse un grande e asettico negozio di una griffe statunitense di abbigliamento.
Da allora per i milanesi piazza San Babila non sarebbe più stata la stessa.


*Estate – Chet Baker (Capolinea, Milano. 1983)




permalink | inviato da il 27/3/2006 alle 19:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


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