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8 marzo 2006

Ricordo da un quinquennio

Jonathan è circa quindici metri davanti a me. Le braccia penzoloni lungo il corpo, il viso coperto da un fazzoletto legato sulla nuca, come me. Sta lì in piedi da solo, in un vasto e momentaneo spazio vuoto creatosi in via Torino dopo l’ennesima carica. Guarda quell’enorme striscia nera che si staglia all’orizzonte in mezzo al fumo. Una moltitudine compatta di carabinieri e polizia. Immobili.

La giornata era iniziata con quella grande foto stampata sulle prime pagine di tutti i quotidiani: un estintore e una pistola. Nel pomeriggio il corteo era stato diviso all’altezza di piazzale Kennedy. Chi era rimasto indietro vedrà il massacro assurdo e ingiustificato di corso Italia. Alla sera si terrà la sciagurata incursione nella scuola Diaz. In mezzo botte, bastonate e sangue.
Jonathan e io eravamo a Genova per protestare pacificamente, per manifestare contro la miserabile politica internazionale concertata da quegli otto signori che tuttora coinvolge e segna la vita di centinaia di milioni di persone. Non eravamo lì per spaccare, per mettere a ferro e fuoco una città. La definizione “no-global” ci faceva sinceramente sorridere. Ma dopo tante fughe davanti ai manganelli che rotevano in continuazione nell’aria, dopo gli spari, dopo quintali di lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, dai tetti dei palazzi e dagli elicotteri in volo, dopo ore e ore di incomprensibile violenza, abbiamo coperto anche noi i nostri volti. Abbiamo lanciato pietre, bottiglie, qualsiasi cosa all’indirizzo delle forze dell’ordine. Che dell’ordine non lo erano più le forze.

Gli occhi non avevano più lacrime da versare, le tempie pulsavano, il corpo era disidratato per il caldo, sulle ginocchia pesavano le continue corse e una lunga notte trascorsa praticamente insonne. Un ragazzo alto alto mi viene accanto, si sfila dalla testa una grossa maschera antigas scoprendo un volto rigato di sangue e sudore. Mi chiede dell’acqua. Ravano nello zaino e trovo la bottiglietta dove erano rimaste appena due dita d’acqua. Gliela porgo.
Volgo di nuovo lo sguardo verso Jonathan. Ora sta allargando le braccia, come a dire “ma cos’è tutto questo?”. Ma dall’angolo spuntano due camionette che si dirigono a tutta velocità contro di noi con gli idranti sul tetto che sparano furiosi getti d’acqua e chissà che altro. Si torna a correre inseguiti da quella striscia nera. Si correrà fino a Marassi.

La cosa più aberrante è la sensazione netta, limpida che in quei momenti, per la prima e unica volta in vita mia, ho provato e che solamente col passare dei giorni ho metabolizzato: la certezza, agghiacciante, che se avessimo avuto delle pistole con noi avremmo sparato. Ci avevano trasformato in animali che alla violenza rispondono con la violenza, cieca, spietata.
Nelle ore seguenti i politici di una parte e dell’altra disquisivano della tre giorni genovese, alzavano la voce chi attacando indignato, chi difendendosi e alzando il dito.
Parole. Le solite parole.
L’unica risposta sincera e davvero politica (ricordo, p-o-l-i-t-e-i-a…) è stata la grandissima manifestazione spontanea di lunedì sera a Milano a cui tutta Italia ha guardato stupita. Piazza Duomo gremita. Nel silenzio più assoluto.

Noi non dimentichiamo. Le motivazioni per cui eravamo a Genova sono ancora vive nei nostri cuori, oggi più che mai, dopo guerre, attentati, ricatti economici, morti. Dopo che siamo diventati padri e madri di splendidi bambini. Che hanno diritto a un mondo migliore, e in cui le forze dell’ordine siano sinonimo di sicurezza. E non di paura.

Non prendeteci in giro.



*Genova per noi – Paolo Conte


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permalink | inviato da il 8/3/2006 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


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