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22 maggio 2007

Elisa si è sposata

“cazzo cazzo cazzo”, sì proprio come Grant in Quattro matrimoni e un funerale. Sono già le quattro passate e io sto ancora vagando a bordo della bombaycar, ormai sempre più un rottame, nel labirinto di villaggi brianzoli in cerca della chiesa, mentre l’inizio della cerimonia è fissato per le quattro. Confido nel tradizionale protagonismo femminile che le porta a giungere all’altare sempre in ritardo. Infatti, quando arrivo, della sposa ancora nessuna traccia. Ma la scena che mi trovo davanti quando entro nel santuario è davvero simile a quella del film: uno stuolo di cappellini di tutte le forme e colori. Metà degli invitati sono inglesi. Lo sposo è inglese. Ed è lì, in piedi accanto all’altare, che attende l’arrivo di Elisa. Percorro la navata centrale, lo raggiungo, lo bacio e l’abbraccio, “in bocca al lupo”, e prendo posto.
Dopo un po’ fa il suo ingresso la damigella, il quartetto d’archi attacca con la marcia nuziale, ed ecco comparire Elisa accompagnata dal padre. Fitta alla pancia e occhi lucidi. Pensavo di arrivare preparato, freddo. E invece quando me la vedo, così, tutta in bianco, in lungo, col velo, l’emozione ha il sopravvento. “cazzo cazzo cazzo”. Mi scorre davanti una bella porzione di vita. Devo ancora capire se la malinconia cronica di cui sono affetto si può curare, magari mi faccio trapiantare un cuore di babbuino, chissà. La cerimonia si svolge in doppia lingua, Elisa recita le formule in inglese, lo sposo in italiano.
Dopo che tutto è compiuto, sul sagrato della chiesa, comincio a salutare, baciare e abbracciare persone che non vedevo da dieci anni e più. Chi si è sposato, chi porta visibilmente addosso lo scorrere del tempo, chi sfoggia un pancione custode di nuova vita. Ma, pare proprio, tutti molto felici di rivedermi. Foto di gruppo e poi tutti nella villa settecentesca a festeggiare fino a notte fonda.
Qui potrei descrivere tante cose. I negroni al tramonto; una sequenza di foto meravigliose scattate furtivamente alla sposa e me mentre parliamo emozionati in disparte in giardino; i ringraziamenti al sottoscritto da parte dello sposo durante il suo discorso (l’ultimo dopo quello del padre della sposa e del testimone, tutti molto british e divertenti) per aver organizzato e scelto tutta la musica che ha accompagnato cerimonia e aperitivo a cui seguono gli applausi degli invitati e io a prodigarmi in inchini a destra e sinistra (e fatemi vivere sto momento di gloria...); il delirio bilingue durante la cena che aumentava proporzionalmente al vino che instancabile continuavo a versare nei bicchieri di tutti; le ragazze belle; una passeggiata tra gli alberi al chiaro di luna a braccetto con una di loro; le danze; il barista che ho istruito in un batter d’occhio, e non appena gli comparivo davanti preparava lesto un gintonic senza che proferissi parola alcuna; il vestito rosso che Elisa ha indossato a mezzanotte.
Ma quello che mi rimarrà davvero dentro per sempre è un momento preciso. Come per incanto mi ritrovo solo con gli sposi. È tardi, parecchio, e gli invitati sono andati via tutti. E io sto lì col bicchiere tra le mani, il completo sgualcito, la cravatta a farmi da sciarpa. Cazzo, com’è difficile andarsene. La coppia mi saluta rimanendo abbracciata, sulla soglia di questa villa del Piermarini, l’architetto della Scala. Li bacio e mi scosto da loro di un metro. Alzo il calice verso le stelle e gli dedico l’ultimo brindisi. Non è l’alcol che ho bevuto, sono davvero commosso. E loro pure. Mi giro e m’incammino solitario per attraversare questo giardino all’italiana alla volta del parcheggio. E li sento dietro a me, che mi guardano sparire nell’oscurità. Elisa si è sposata.



*Gabriel’s oboe – Ennio Morricone




permalink | inviato da il 22/5/2007 alle 9:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa


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