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9 aprile 2006

seconda acca e dintorni

In fondo al corridoio il bagno dove ho fumato le mie prime sigarette. Era quello delle ragazze, ci ospitavano sempre, ma i professori una volta ci beccarono. A sinistra la piccola biblioteca. Non tolsi gli occhi dalle pagine di quel libro che raccontava la battaglia delle Termopoli finché non arrivai tutto d’un fiato alla fine. Forti quei greci. Lo spigolo del corridoio al quale sto appoggiato in questo momento divideva la sua classe dalla mia. Ci avevano detto a tutti e due che ci piacevamo. Ed eravamo appoggiati proprio a questo spigolo quando decidemmo di rivolgerci la parola per la prima volta, a occhi bassi, durante un intervallo delle lezioni. Questa porzione di corridoio mi sembrava una piazza tanto lo vedevo grande.
Nonna mi chiede di mostrarle qual è il simbolo del partito che ha scelto di votare. Glielo indico sul cartellone appiccicato alla porta di quella che era stata la mia classe. “Questo”. Lo fissa per qualche secondo, poi camminando piano entra nel seggio stringendo tra le mani la tessera, la carta d’identità e gli occhiali per guardare da vicino. Io l’aspetto fuori. Il mio seggio da sei anni in qua è da un’altra parte, in Chinatown. Lontano da qui anni e anni. Nel presente.
Scorro con le dita l’infisso di legno. Maledetta la nostra sezione. Il destino d’asfalto ce ne portò via tre nello stesso anno. Uno per classe. Marcello, Luca ed Elena. Mi giro a guardare la scala che portava giù, nella piccola palestra invernale. Preparavamo la staffetta 4x100 per le gare regionali. Per tutti i tre anni delle medie sono stato il terzo, quello della curva, quello che doveva tirare la volata all’ultimo. Eravamo i quattro più veloci della scuola, ma poi al momento della gara, sul circuito della grande Arena civica, non replicavamo mai i tempi che facevamo in allenamento, mai.
Un pomeriggio mi portarono via in ambulanza da quella palestra, con la testa spaccata. Prima del suo arrivo, sdraiato per terra, ricordo Fabrizia in piedi che piangeva disperata e Daniele in ginocchio accanto a me, a petto nudo, che premeva la sua maglietta sulla ferita da cui sgorgava troppo sangue. Poi il rumore delle sirene. Là sotto baciai per la prima volta Francesca, soli, al buio, dietro i materassi per le capriole impilati uno sull’altro.
Nonna esce e si attacca al mio braccio. C’incamminiamo lentamente per il corridoio, verso l’uscita. Mi dice che ha dovuto calcare tanto perché la matita lasciava un tratto impercettibile sulla scheda. Le sorrido in silenzio. Ma mi conosce troppo bene: “non essere malinconico, non fa bene”.
Nel piccolo atrio faccio scivolare piano la mano sul lungo bancone scuro e mi viene d’istinto di cercarmi in tasca 250 lire in monete. Mi viene voglia di schiacciatina.
Poi usciamo. E per fortuna, fuori, piove ancora.



*Through the barricades – Spandau Ballet




permalink | inviato da il 9/4/2006 alle 19:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


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