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11 ottobre 2005

La libreria

“Potrei vivere in un guscio di noce e credermi re dello spazio infinito, se non fosse che ho brutti sogni.”
(Amleto)

La mia libreria è costituita da sei mensole di legno bianche appese in una rientranza del muro portante di questa casa di ringhiera del 1898 dove abito, a Milano. Lo spazio è poco, sicché ho fissato le mensole ben distanti tra loro, di modo da poter collocare su ognuna di esse prima una canonica fila di volumi in verticale e poi, su questa, altre pile di libri stesi in orizzontale.
Ogni volta che termino di leggere un libro, indipendentemente da quanto lo abbia gradito, ripeto sempre gli stessi gesti: lo chiudo, sospiro, lo stringo tra le mani, rileggo la quarta di copertina, mi soffermo di più a guardare la prima e poi aspetto di cagare. Sì, perché stando seduto sul cesso a cagare e tenendo aperta la porta del bagno posso rimirare tutta la libreria e procedere quindi con la decisione: dove posizionarlo.
L’ordine con cui sistemo i volumi nella libreria, infatti, è a prima vista assolutamente irrazionale. Spesso chi entra in casa dice che li colloco secondo un ordine cromatico o di grandezza, a volte di autore o ancora di casa editrice. Ma per stabilire quale sarà il posto di un libro su quelle mensole, può passare molto tempo, e svariati tentativi. Tanto che alla fine i libri, sulla mia libreria, continuano a muoversi, come bambini in una sorta di giostra che gridano per attirare l’attenzione dei genitori seduti sulle panchine attorno.
Ci sono libri che devo vedere sempre, la cui costa dev’essere subito lì, a portata d’occhio. Ci sono libri che non possono allontanarsi da altri, anche se non sono dello stesso autore. Poi bisogna prestare attenzione affinché quei libri che arrivano a stare agli angoli delle mensole abbiano colori chiari, se non addirittura vivaci, perché lì la luce è più bassa e potrebbero essere troppo trascurati. Dostoevskij è sopra, sotto e a sinistra, Hemingway chiude in due blocchi tutto il coloratissimo Buzzati e la sua Milano, Simenon sta a destra tutto tronfio della sua produttività, L’educazione sentimentale non ha bisogno degli altri Flaubert accanto, sparsi sopra e sotto, il Musti, manuale di storia greca, col suo rosso rovinato di acqua salata spicca tra il blu degli Annali e il bianco dello Charbonneaux, Vian è impaginato lungo e per sdraiarsi ha dovuto trovar spazio su Bellow, Bassani, Miller e Forster, Sciascia lo trovi qua e là a portar giudizio tra Salinger, Rimbaud e Schnitzler, Baldoni e Maria Grazia Cutuli stanno sempre lì, distesi su Viaggio al termine della notte.
Tutto questa descrizione mica per dire che sono un intellettuale. Tutt’altro. Probabilmente trascorro più tempo a guardare la mia libreria e a rileggere libri letti che a leggerne di nuovi. Forse per dire che sono un po’ maniaco, quello sì. Malato di sensazioni vissute tramite carta stampata, pronte a regalarsi di nuovo a me, intatte o mutate.
Come la dedica della mia professoressa di lettere del ginnasio sulla copia di Sei personaggi in cerca d’autore: “A Bombay, violinista per scelta e, a tempo perso, studioso (?) di lingue classiche (e non…)!”.


*Reflets dans l’eau – C.Debussy (A.B.Michelangeli)




permalink | inviato da il 11/10/2005 alle 23:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


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