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7 luglio 2005

Elisa

Erano circa le nove di ieri sera. Seduto sul divano di casa stavo ascoltando il sacrosanto sfogo di una mia cara amica, duramente provata dopo una giornata di lavoro, quando squilla il telefono.
- Pronto
- Ciao, sono Elisa
- Eliii, ciao! Come stai?
- Bene, e tu? Sabato torno in Italia per il matrimonio di Francesca, però non passo da Milano, sicché volevo salutarti.
- Tutto bene, a parte i soliti casini economici, tutto bene.
- Ti serve un prestito?
- No, no. Sai che preferisco rivolgermi agli strozzini, non voglio questione di soldi con gli amici. Ti hanno risposto le università?
- Sì, mi hanno preso tutte e tre. Ora dovrei solamente scegliere, ma non so. Mi fa un po’ paura un cambiamento così radicale.
- Fallo, fallo. Sei sempre in tempo per tornare indietro. Senti, e Bobby come sta?
- Si chiama Neal.
- Sì vabbè, insomma, tutto bene con Charlie?
- Neal, bombay, si chiama Neal. Guarda che ti attacco il telefono in faccia!
- Va bene, va bene, Neal, Neal. Lo sai che sono geloso...
- Sta bene. Viene anche lui al matrimonio. Sai che sta anche imparando l’italiano?
- Mmm, immagino già, il solito italiano storpiato all’anglosassone...
- No, anzi, il suo maestro è napoletano. Dovresti sentirlo, è buffissimo.
- Senti, lo so che aspetti quelle foto...è che sono stato così imepgnato ultimamente. Non è che hai già riempito le pareti di casa, vero?
- Ma va, le pareti sono ancora spoglie. Ma per le foto non ci conto. Sei il solito inaffidabile.
- ...prima di agosto te le faccio, promesso...
- ...sì sì...come no...
- Ascolta, torna in Italia, dai, lascia quella città di merda.
- Mi dici sempre la stessa cosa, per una volta, una volta sola, non potremmo terminare una telefonata senza che tu mi dica di andarmene via da Londra? Qui c’è la mia vita ormai.
- Allora chiamami nei prossimi giorni quando sarai nel bel paese, va bene?
- Va bene. Così mi racconti di questa serba...
- Ma come fai a saperlo? Leggi ancora il blog, allora!
- Sempre.
- E perché non commenti mai?
- Perché sono riservata. E poi che cazzo ci scrivo? Sempre “che bello”, “bravo”... diventa monotono. Mi basta leggerti. Mi manchi.
- Anche tu.
- Ti bacio
- Anch’io, tanto.

Conobbi Elisa durante il corso di storia greca all’università e me ne innamorai praticamente da subito. Siamo stati molto tempo insieme. Insieme siamo cresciuti e abbiamo viaggiato parecchio. Ora siamo grandi amici. E più. Quando mi guardo indietro, penso sempre che ho perso un gran treno con lei. Ma è la vita.
Elisa ha degli incredibili occhioni blu e vive da diversi anni a Londra. Laureata in lettere antiche è finita col fare tutt’altro. Lavora nel cuore della finanza londinese, e tutte le mattine esce dalla sua graziosa casetta, prende la metropolitana e arriva nella City.
Dopo l’11 settembre e le bombe alla stazione di Atocha ne avevamo parlato tanto. Io insistevo, stupidamente, a dirle di non usare la metropolitana. Lei, giustamente, mi diceva che era impossibile. E che ormai non ci pensava più. Doveva non pensarci più.

Stamane ero in un ospedale. Quando esco, appena riaccendo il telefono cellulare ricevo un messaggio da una mia amica. “Hanno fatto un attentato nella metropolitana di Londra. Non riesco a chiamare nessuno”. Neanche il tempo di terminare di leggere l’sms che mi chiama. È agitata. Lassù abitano altri due nostri amici. Mi faccio spiegare a grandi linee, ma velocemente perché voglio chiudere e cercare al più presto di mettermi in contatto con Londra.
Chiamo Elisa sul cellulare. Dopo un po’ una voce metallica mi dice di riprovare più tardi, o qualcosa del genere. Allora provo a chiamarla a casa, anche se dovrebbe essere al lavoro. Non c’è linea. Riprovo. Niente, tutto muto.
Chiamo Adriano. Non è a Londra, si trova nello Yorkshire. Mi risponde. Dice di essere dentro a un pub e che sta guardando la televisione. “Hanno fatto un massacro. Parlano di 90 morti ma saranno certamente di più. Hai sentito Elisa?”.
No, cazzo, no, non l’ho ancora sentita Elisa.
Mi viene in mente che nel portafoglio dovrei avere un suo biglietto da visita con tutti i recapiti del suo ufficio. Apro, mi metto a cercare in mezzo a una marea di inutili biglietti. Accidenti alla mia mania di conservare tutto. Chi cazzo se ne frega della ricevuta di questo regalo, cristo, era pure un errore. Dov’è sto cazzo di biglietto, dov’è... trovato. Chiamo. Niente linea. Richiamo. Niente linea.
Sono agitato, tanto.
Rifletto se chiamare i suoi genitori qui in Italia. Potrei agitare anche loro. Li chiamo ugualmente. Mi risponde la mamma, le trema la voce.
“Ciao caro, ha chiamato poco fa, è in ufficio, sta bene. Un po’ spaventata. Vieni a trovarmi”
“Grazie signora, grazie”.
Faccio giusto in tempo a chiudere la comunicazione e ho il volto rigato di lacrime. Il barista davanti mi sta osservando dall’inizio, in silenzio.
Mi guarda e mi fa: “Ei, tutto bene?”
“Tutto bene. A parte che è un mondo di merda, tutto bene”.


*London calling - The Clash




permalink | inviato da il 7/7/2005 alle 14:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa


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