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20 aprile 2005

Zazzie

È il compleanno di una mia cara amica e, come tutti gli anni, decido di regalarle un libro. Vado alla solita libreria Feltrinelli in cui sono abituato a versare buona parte di ciò che rimane del mio stipendio dopo aver pagato tutte le rate che inesorabilmente, mese dopo mese, mi stanno portando verso il lastrico. Prendo un volume di racconti di Sedaris, scendo le scale e mi avvio verso le casse. Passando in mezzo agli scaffali di cd musicali me la trovo davanti. Lei, Zazzie. Colei che non ne ha mai, ma proprio mai, voluto sapere di me. Erano anni che non la vedevo ed è sempre bellissima.
La storia con questa ragazza comincia nella notte dei tempi e merita di essere narrata. Un racconto che ci porterà molto lontano: da antiche e poco conosciute viuzze milanesi fino alla gelida steppa siberiana, passando attraverso palazzi senesi, feste mascherate, erezioni, schizzi di vomito.

Era il lontano 1987 e solcavo per la prima volta l’entrata di uno dei licei classici più antichi e prestigiosi di Milano, che per altri quattro anni sarebbe stato il mio parco giochi quotidiano. Sullo stipite sinistro del portone centrale, tra falci e martello, insulti e cuoricini, spiccava una scritta: “Zazzie, non te la tirare troppo, che si rompe!”. Un messaggio quantomai chiaro sul carattere del personaggio in questione, ma che purtroppo non presi in considerazione come avrei dovuto.
Zazzie, di un anno più grande di me, era di certo la ragazza più bella di tutta la scuola. E considerando che eravamo più di 1.600 studenti, potete ben capire che sto parlando di una gnocca da fantascienza. Fisico perfetto, culetto a mandolino, seno generoso, nasino dritto penso creato da Fidia in persona, occhi verdi e profondi, labbra carnose, lunghi capelli neri e lisci. Per convincervi di quanto fosse stupenda, posso solo aggiungere che tutte le altre ragazze di lei solevano dire: “bò, per me non è niente di speciale”. Trasudavano bile.
L’anno di quarta ginnasio scorre via con lei che non mi degna di uno sguardo quando ci incrociamo nei corridoi e io che la spio sognante dalla finestra mentre fa ginnastica in cortile. E quando correva, ragazzi, l’effetto era il medesimo di Bo Derek quando esce dall’acqua in Ten. Da capogiro.
Di Zazzie si diceva che fosse fidanzata con uno dell’ultimo anno che andava al Parini. Una specie di semidio che arringava le folle durante le assemblee, e provocava orgasmi multipli nelle ragazze col solo sguardo. Comunque fosse, era inavvicinabile dal sottoscritto, basso, sfigatissimo, ancora con l’apparecchio ai denti.
Verso l’inizio di maggio Zazzie sparisce da scuola. Nei corridoi girava voce che andasse male in greco, matematica e inglese e rischiasse di essere bocciata. Sicché i genitori avevano deciso di trasferirla in un istituto privato.
Il liceo è un posto molto più grigio senza di lei, ma ben presto la popolazione maschile se ne fa una ragione, e forse tira anche un sospiro di sollievo per essersi liberata di cotanta conturbanza.

Passa l’estate e torno a scuola completamente diverso. Nel giro di tre mesi, infatti, sono cresciuto di venti centimentri, ho tolto l’apparecchio, sulle sponde dell’Adriatico ho ispezionato gli antri più nascosti di una nazista austroungarica, faccio uso smodato di droghe leggere. Il tutto infonde al sottoscritto una certa qual dose di sicurezza. E molto spesso pure gli occhi iniettati di sangue.
Di Zazzie nessuna traccia.
In aprile partiamo in gita alla volta di Siena. In qualità di rappresentante di classe, avevo curato l’organizzazione in ogni minimo dettaglio. Facciamo il viaggio seduti per terra in un vagone merci. Non sarò mai più eletto.
Al terzo giorno andiamo a visitare il palazzo Pubblico, in piazza del Campo. Attraversando questi saloni magnificamente affrescati c’imbattiamo in altre scolaresche. Niente di speciale, Siena in aprile è un concentrato di scolaresche. Ma a un certo punto, tra Superga puzzolenti, berretti degli Anthrax e improbabili camicie a scacchi, spunta Zazzie.
Nonostante la salivazione azzerata e la straordinaria sudorazione, decido di avvicinarla.
“Ei, ma tu non sei Zazzie? L’anno scorso venivi nel mio liceo, ciao, mi chiamo Bombay”
Mi regala uno splendido sorriso.
“Sì, ciao! Ma tu in che sezione stavi? Non sai quanto mi manca quella scuola. Comunque finisco l’anno in questa privata e poi a settembre torno da voi, non vedo l’ora!”
Da quello che mi racconta alla fine l’anno l’aveva perso comunque. Ci diamo appuntamento per settembre e le dò pure un bacio sulla guancia.
I mesi successivi sono una lunga serie di rosari: fa che la mettano nella mia classe.

Settembre. Dio esiste. Zazzie prende posto nell’ultimo banco della fila centrale proprio nella mia classe. In quello a sinistra ci sto io.
Averla davanti agli occhi tutti i giorni provoca scompensi ormonali quantomai difficili da gestire. Per fortuna i bagni sono proprio dietro alla nostra classe. Facciamo amicizia. Lei è simpatica, socievole, scherza, disponibile a incontrarsi anche fuori da scuola, pur mantenendo sempre un certo distacco. Facciamo lunghe pedalate insieme. Cambia spesso fidanzato, scegliendoli sempre – penso - da una sorta di laboratorio genetico per lei appositamente approntato per la creazione dell’essere perfetto.
Ogni mia indagine diretta e indiretta sulla possibilità di aggrovigliare la mia lingua con la sua, cade nel vuoto. Non ci pensa nemmeno. I nostri rapporti si limitano a lunghe chiacchierate e allo scambio di dischi: a lei tutti i miei Dire Straits, a me tutti i suoi Queen. Io, nel frattempo, comincio a darmi da fare con il resto della popolazione femminile. E devo dire che non me la cavo per niente male.
A primavera organizzo una festa a casa mia. Una di quelle feste in cui il padrone di casa perde il controllo della situazione dopo un quarto d’ora e si ritrova 200 persone che procedono a una metodica distruzione dell’appartamento. Forse non era stata una grande idea, nei giorni precedenti, girare durante l’intervallo delle lezioni assieme al mio amico distribuendo per la scuola biglietti d’invito fatti a mano con annesso percorso dettagliato per giungere alla mia magione. Può essere.
Fatto sta che viene anche Zazzie: si chiude a chiave in camera mia per due ore assieme al fidanzato del momento.
Posso dire che Zazzie ha fatto sesso in casa mia, anzi, sul mio letto. E ai tempi non era roba da poco, ve lo assicuro.
Comunque da questo momento da “l’irraggiungibile” diventa “la zoccola”.

L’estate comincia con la gaia notizia della mia bocciatura. La gente davanti ai cartelloni leggendo i miei voti si sbellica dalle risate. Io pure. Cosa che non fa molto piacere alla mia ragazza, tra le più brave della classe: “sei proprio un pirla!”.
Comincia un periodo molto buio nella storia con Zazzie. Oltre al pensiero che da settembre non avrei più goduto dei suoi accavallamenti di gambe sotto il banco, la zoccola va in televisione. La scelgono come protagonista per lo spot dei Fonzies. Avete presente quella massa di ragazzotti bellocci seduti su di una panchina al parco che si tuffano nei sacchetti di quegli orribili stuzzichini al formaggio come se non mangiassero da sei settimane? Ecco, lei è quella in minigonna di jeans, collant blu, Superga blu e maglietta attillata blu.
Faccio zapping cercando le interruzioni pubblicitarie e invidiando una bisunta patatina che puzza di piedi.

Nonostante il seguente anno scolastico ci veda in due classi diverse, Zazzie e io continuiamo a frequentarci. Lei è sempre più bella e conscia di esserlo. Io attendo come un giaguaro il suo primo momento di debolezza. Che logicamente non arriva. Anche perché i miei tentativi di approccio sono caratterizzati da una considerevole dose di sfiga.
Un pomeriggio usciamo e le dico che l’avrei portata a vedere una piccola fontana antica, nel pieno centro di Milano, praticamente sconosciuta. Le racconto che è una fontana magica, che esaudisce i desideri, che davanti a essa ci si innamora per forza. O altre stronzate del genere. Quando arriviamo sul posto, troviamo la fontana completamente asciutta. Dal beccuccio non esce una sola goccia d’acqua.
Un’altra volta andiamo al concerto dei Dire Straits. Ci presentiamo davanti al palazzetto alle quattro di pomeriggio, perché vogliamo stare proprio davanti davanti. Dopo una ventina di birre e un misero sacchetto di Fonzies – zoccola! – in due, alle dieci Zazzie sviene durante il secondo assolo di Mark Knopfler. Viene soccorsa da uno di quegli energumeni che stanno dall’altra parte delle transenne. La solleva e se la porta via. Ari-zoccola…
Alla festa di carnevale a casa di un’amica sembra proprio il momento giusto. La mia fidanzata sta vomitando l’anima al cesso, mentre io con la coda dell’occhio vedo Zazzie salire le scale e dirigersi in mansarda. Lascio cadere la testa della mia metà dentro al water e la seguo. Avevo già in mente cosa dirle quando le sarei stato di fronte: “Senti, vieni via con me. Partiamo a bordo della mia Fulvia Coupè Fanalone e andiamo a Firenze a vedere l’alba da Piazzale Michelangelo”. Oltre alla Fulvia non avevo manco la patente, ma in caso di risposta affermativa ero convinto che sarei riuscito a rimediare sia una che l’altra. Arrivato in cima alle scale la becco a strusciarsi e slinguazzare con un tipo.
Insomma, proprio non era cosa.

L’anno scolastico termina con un mio vero e proprio capolavoro: vengo espulso da scuola. A questo punto le nostre strade si dividono. Io cambio istituto – mio padre consigliava il carcere – e vedo sempre di meno Zazzie. Io poi andrò a frequentare lettere classiche, mentre lei sceglierà lingue… la zoccola.
Per una stranissima coincidenza di eventi, che ora non vi sto a raccontare, capitò che ci frequentassimo di nuovo… no, invece ve la racconto.
Un anno prima di rivedere Zazzie, mi son trovato di notte su Ponte Vecchio completamente sbronzo assieme a un mio amico. Lui moriva ancora dietro a Elena, un’amica di Zazzie con la quale tempo addietro era pure stato fidanzato. Insomma, tiriamo una moneta da 50 lire dentro l’Arno esprimendo questo desiderio: “che possiamo trascorrere un uichend soli noi quattro nella casa di campagna di Elena”.
E un anno dopo, detto fatto: eccoci qui. Settembre. Casa con piscina in mezzo al bosco, camino acceso, grande cena, clima mite, tasso alcolico non pervenuto. Giuro, andò così.
A serata inoltrata, tutti belli alticci, ci spaparanziamo sul grande divano. Io sto sdraiato tenendo la testa sulle cosce di Zazzie, che stasera è più socievole e brilla che mai. Ride, mi sussurra stronzate all’orecchio, continua a ridere e mi accarezza i capelli. Penso che sì, dopo anni, finalmente è arrivata la volta buona.
Smette di ridere. Ci guardiamo negli occhi. Lei abbassa lentamente il volto verso il mio. Socchiude le labbra. Sono pronto per il bacio che passerà agli annali. Quando all’improvviso il mio amico, pensando di favorire la situazione – il cretino! -, spegne la luce. Risultato? Io faccio un salto sul divano. Zazzie chiede come mai sia andata via la luce. Insomma, tutta l’atmosfera va completamente a puttane. Elena riaccende la luce. Ci guardiamo tutti in faccia. “Bè, è tardi, andiamo a letto?”. Sì, io in camera col mio amico…
Da quel uichend persi le sue tracce abbastanza in fretta. Dopo l’università periodicamente mi giungevano all’orecchio notizie alquanto frammentarie sul suo conto. Per un po’ ha vissuto con un allevatore di cavalli nella pampas argentina, per poi trasferirsi a Mosca a casa di un quarantenne. Me la vedevo: ubriaca di vodka mentre fornicava con il trozkista brizzolato urlando “spiezami in due – spiezami in due”.

E siamo arrivati a ieri, quando appunto, dopo non so quanti anni, la incontro dentro la Feltrinelli. Devo dire che la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che la Feltrinelli deve essere proprio un gran bel posto per trombare. Almeno per i miei gusti. Pensa che meraviglia, soli, di notte, iniziare un petting selvaggio tra le ultime novità, rotolarsi tra i gialli più torbidi per poi finire con un lungo amplesso tra le pagine di classici come Livio, Catullo, Sofocle e Platone. E il tutto sotto lo sguardo approvante della gigantografia di Hernest Hemingway. Già, sarebbe proprio una gran cosa.
A, ora vorreste sapere com’è andato l’incontro, cosa ci siamo detti, le sensazioni e via dicendo.
Diciamo che è stato davvero molto bello rivedere Zazzie.


*Tunnel of love – Dire Straits




permalink | inviato da il 20/4/2005 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


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