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23 dicembre 2004

Il Natale che voglio

24 dicembre 2002
Sono a Gerusalemme da due giorni ed è la mia prima volta in Terra Santa.
Ho appuntamento alle 11 al check point di Betlemme con il corrispondente del Manifesto per seguire una manifestazione di pacifisti israeliani. Non l’ho mai visto, ci siamo sentiti per telefono ed è stato l’unico, tra i vari giornalisti italiani contattati, a dimostrarsi subito socievole e disponibile per darmi una mano a orientarmi.
Vado nel piazzale antistante Porta Damasco e prendo un taxi. Sono in largo anticipo. Arrivo alle porte di Betlemme un’ora prima dell’appuntamento, sicché chiedo al tassista, palestinese, di varcare il check point e portarmi a ridosso della colonia israeliana. Non è una proposta che lo alletta. Infatti si innervosisce e subito dopo aver passato il posto di blocco israeliano tampona un camioncino. Niente constatazione amichevole, niente scambio di numeri di telefono. Si parlano. Il tassista rimonta a bordo, parte e si ferma in un’officina dopo 100 metri. Sostituiscono il faro destro in cinque minuti e ripartiamo.
Proprio di andare a ridosso della colonia non gli va e mi propone un’alternativa: andare alla tomba di Rachele chiusa da tempo ai turisti e presidiata da una guarnigione israeliana. Va bene.
Quando scendiamo dall’auto e i soldati iniziano a squadrarci, mi sussurra: “Non dire che sei un giornalista. Sei un pellegrino. Se siamo fortunati, visto che sei da solo, ci fanno entrare”. Lungo dialogo alla radio del capo guarnigione con il mio passaporto in mano. Poi ci fanno entrare avvisandomi però di non fare assolutamente foto. Il cimitero è completamente deserto. Tenendo la macchina fotografica ad altezza ombelico scatto comunque.
Rimontiamo in macchina e mi faccio riportare al check point. Ci sono troupe di giornalisti da ogni parte del mondo. Ma sono dall’altra parte ad attendere i manifestanti. Sicché, per la prima volta, varco un posto di blocco a piedi. Un soldato inizia a riprendermi con una telecamera, da una decina di metri. Lo vedo, mi fermo, impugno la macchina e gli scatto una foto. Lui abbassa la telecamera, si porta una mano alla testa e guardandomi mima un gesto come per dire: “Ma sei scemo?”. Forse.
Dopo un po’ che mi aggiro tra i giornalisti, mi soffermo ad ascoltare due che stanno chiacchierando in inglese. Uno alto e grosso con una folta barba. L’altro piccolino. Il primo dice ridendo di essere un trozkista, il secondo gli risponde con una sospetta cadenza partenopea... trovato. È gentile e mi fornisce subito numeri di telefono e contatti che mi saranno molto utili nei giorni e nei viaggi a venire.
Seguiamo la manifestazione che per le vie di Betlemme viene accolta festosamente dagli abitanti. Il piazzale antistante la Basilica della Natività, punto d’arrivo della manifestazione, è affollato di gente: famiglie, bambini, operatori umanitari, giornalisti. C’è un’atmosfera bellissima, di sorrisi, di festa, di condivisione. Tutti parlano con tutti, ci si offre da bere e da mangiare.
Con l’arrivo del crepuscolo i pacifisti israeliani lasciano Betlemme. Mentre io mi reco al convento dei frati della Basilica, e chiedo una camera per la notte.
Nel salone del convento, a cena, siamo in pochi. Ci sono i giornalisti Innaro e Bonavolontà, che qui si erano rifugiati in aprile durante l’incursione dell’esercito israeliano, altri giornalisti stranieri, qualche suora, i frati del convento e una coppia di anziani coniugi italiani.
La messa di mezzanotte nella Basilica è un momento davvero suggestivo. La chiesa è gremita, una sedia in prima fila lasciata vuota con una kefiah sullo schienale destinata ad Arafat, costretto a rimanere nella Mukata a Ramallah. Dopo la cerimonia seguo la processione verso la grotta della mangiatoia, sempre dentro alla Basilica. Qui assisto anche a scene davvero buffe: i sacerdoti delle diverse religioni che convivono in questo luogo difendono bruscamente lo spazio di loro pertinenza, fino alla singola mattonella. Da qui finisce un Dio, da qui ne inizia un altro. Tu non puoi oltrepassare questa linea...
Vado a dormire molto tardi. Sereno. In pace con me stesso. Finisco di leggere un libro che un’amica mi ha regalato pochi giorni prima che partissi.
Al risveglio parlo con il cardinale Martini, che all’alba ha officiato una messa in uno dei tanti altari sotterranei della Basilica. Ben pochi i fedeli.
Poi ritorno in piazza. Piove. Ma ci sono comunque molte persone.
È il giorno di Natale.
Mi si avvicina un uomo palestinese, mi chiede se sono un giornalista e se voglio ascoltare una storia. Ha la faccia pulita, lo sguardo intelligente, l’espressione buona. Avrà trentanni. Mi racconta di essere laureato in ingegneria ma che non è mai riuscito a trovare lavoro. Sicché si è riclato come guida turistica della sua città, Betlemme. Poi, mi dice, è iniziata la seconda intifada e anche questo lavoro è sfumato: niente più turisti. A marzo, durante i combattimenti, i soldati israeliani hanno ucciso suo fratello, ch’era sposato e aveva due bimbe. Mi prende sottobraccio e mi indica il palazzo dove si erano appostati i soldati e da dove hanno sparato. Poi ci spostiamo di qualche decina di metri e mi porta sul punto dove il fratello si è accasciato a terra senza vita.
Mi narra tutto questo sorridendo, con calma. La tristezza gliela si può vedere solo negli occhi. Mi dice che ci dovrebbero essere più persone che vengono qui ad ascoltare e a capire. Perché si sentono abbandonati da tutti. Soli.

Ecco, questo è stato il Natale più bello della mia vita e il Natale che vorrei per me ogni anno. E non c’è bisogno di recarsi fino in Palestina. Se siete a Milano basta andare nel piazzale della Stazione Centrale. Così come farò io prima di dedicarmi al puzzle.
Ascoltare una persona. Che per il solo fatto di essere ascoltata, è felice e sorride.




permalink | inviato da il 23/12/2004 alle 11:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


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