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2 dicembre 2004

Scaligero impaurito

Io sono un nostalgico cronico, irrecuperabile. Mi affeziono visceralmente alle cose, agli odori, ai luoghi, a certe atmosfere. Che diventano realmente parte di me. E quando queste, per un motivo o per un altro, cambiano... son cazzi.
Quattro anni che mi manca davvero tanto quel teatro.
L’Arcimboldi, con quei freddi lastroni di vetro alle pareti laterali che in un’occasione si son rivelati anche molto minacciosi per il pubblico in sala, non è mai entrato nell’esclusivo salotto delle mie emozioni.
Il Teatro alla Scala riapre. E io ho una paura fottuta.
Entrare in platea calpestando un rumoroso parquet invece della morbida moquette rossa di un tempo, vedere questi tecnologicissimi visori posizionati dietro gli schienali di ciascuna poltrona che consentono allo spettatore di seguire il testo di un’opera in quattro lingue, essere sopraffatto dalla lucentezza degli stucchi una volta opachi, sbiaditi e impolverati... tutto questo mi spaventa.
E fatalmente mi scorre davanti agli occhi quello che è stato, quello che ho vissuto.

Quando avevo il posto in platea, prima che iniziasse la rappresentazione, mi avvicinavo alla cava dell’orchestra mentre i musicisti iniziavano a sedersi davanti ai leggii. Mi sporgevo appoggiandomi al parapetto e il mio maestro si alzava dal suo posto e mi veniva a salutare, dandomi la mano. Per qualche istante stava lì: lui in basso e io in alto. Sempre sorridente, a pochi minuti dall’entrata del direttore d’orchestra si faceva teso, concentrato. Mi dava le ultime notizie: il direttore stava poco bene, qualche problema di scena, un orchestrale malato che aveva dato forfait all’ultimo momento o il passaggio dell’opera che avevano dovuto provare più volte. Poi mi salutava dandomi la mano di nuovo. Io allora mi giravo per tornare al mio posto e davanti a me si stagliava tutto il teatro gremito in ogni ordine di posto... uno spettacolo unico al mondo, mozzafiato.

Durante l’intervallo correvo dietro le quinte. Mi aggiravo tra gli orchestrali in frac, quelle bellissime ballerine che parevano degli angeli che emanavano sensualità da tutti i pori, l’odore della resina passata sui crini degli archetti. Gli armadietti per custodire gli strumenti. Carlo Maria Giulini che amava soffermarsi a parlare con tutti. Quel pagliaccio genio assoluto di Maazel sempre con quella maschera di follia stampata in volto. L’austerità tutta anglosassone di Solti.

Le prove. Adoravo poter assistere alle prove assieme ad altre poche decine di persone. Potevo mettermi comodo: mettevo le braccia sullo schienale di fronte con la testa appoggiata sulle mani. E ascoltavo sognante il direttore che sembrava spiegare con formule magiche all’orchestra ciò che voleva ottenere.
Durante una prova serale mi alzai quatto quatto dalla poltrona, mi infilai nei corridoi dei palchi e andai nel foyer delle gallerie, completamente buio. Solo la luce dei lampioni della piazza che entrava dalle finestre. Mi avvicinai a una di quelle finestre, la aprii e mi fumai un canna così: con in sottofondo il suono dell’orchestra e come panorama piazza della Scala, la Galleria e un po’ più in là le guglie del Duomo. Un momento indimenticabile.


Le nuove generazioni per lo più associano la musica classica alla noia. Questa è una cosa tristissima e angosciante, una delle prove della terrificante discesa verso il baratro della nostra società. Una colpa gravissima delle istituzioni, del sistema scolastico, dei media. Delle famiglie. Una macchia che diventa ogni giorno che passa sempre più indelebile.
Questi ragazzotti, drogati di hip-hop, cellulari, pasticche per divertirsi, immagine, moda e tutto il resto che gli è dovuto, stanno diventando sempre più insensibili. I loro cuori non riescono a battere di fronte a Carmen. I loro occhi non si bagnano all’assolo dell’oboe. La loro peluria non vibra sotto le sferzate dei violoncelli.
Allora io, che mi emoziono con Respighi come con i Rem o gli U2, sono superiore a loro. E se a questi non interessa minimamente sapere, provare, porgere l’orecchio... bè, pretendo almeno il loro silenzio quando io parlo. Pretendo il rispetto totale, assoluto, se vogliono arrivare a essere per lo meno indifferenti al sottoscritto.

Insomma, tante cose non son più come prima. Tanto è cambiato, tanto è finito del tutto, morto. Mi ci vorrà un po’ di coraggio per tornare alla Scala.
Per fortuna che il Gianni è sempre lì sotto i portici. Pronto a redigere la lista per i posti in loggione, a litigare con quelli dell’Accordo perché la sua è una lista senza padroni né sponsor. Pronto a urlarti le peggio cose davanti a tutti se non rispondi in fretta all’appello...

“E alura, cus te ghé?? T’è sparita la vus?? Diamo, passa denter, dai, che il Muti l’è minga lì a spetà noi alter!”




permalink | inviato da il 2/12/2004 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


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