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27 agosto 2004

Coraggio e fantasia

Caro Enzo,

ti scrivo come farei a un amico, anche se non ci siamo mai conosciuti. Se ciò fosse accaduto sono convinto che saremmo stati buoni amici e non semplici conoscenti, o colleghi.
La notizia della tua morte mi addolora in modo tremendo, profondo. Sto male dentro. Come stetti male per Antonio Russo, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello. Ieri sono andato a letto versando lacrime. E così ho fatto al risveglio.
Quando decisi di tentare la strada del giornalismo, molti ‘vecchi’ mi consigliarono di lasciar perdere: professione infame, difficile, costellata di ostacoli, compromessi scomodi, poco remunerativa. E scarse le possibilità di entrare nel ‘giro giusto’.
Ricordo un pezzo di Indro Montanelli nella sua Stanza in cui scriveva che se suo figlio avesse voluto fare il giornalista avrebbe tentato di dissuaderlo in ogni maniera. Ma aggiungeva anche che certi impulsi ce li hai nel sangue e quand’è così non c’è niente da fare.
Quando poi dissi che il mio sogno era (ed è) quello di fare il reporter da zone di guerra, bè, allora c’era chi non esitava a darmi addirittura del pazzo. Le difficoltà sopra venivano automaticamente elevate all’ennesima potenza.
Ma i sogni non si cancellano.
Per fartela breve: il giornalismo è diventato la mia professione, ma tratto temi che proprio non mi interessano. Mi definisco un passacarte da scrivania. Non mi sono mai scoraggiato e ho continuato a coltivare il mio sogno. Finché mi son detto: “bene Bombay, parli, parli, ora provaci veramente e verifica sul campo se saresti realmente in grado di realizzare il tuo sogno”.
E così ho fatto.
Utilizzando periodi di vacanza, mi son recato per tre volte in zona di conflitto, in Medio Oriente. E sul campo ho capito che è la cosa che più in questa vita mi rende felice. Anche se parti solamente con tanti numeri di telefono di caporedattori esteri di tante testate ai quali poi tenterai di ‘piazzare’ qualcosa. Senza avere niente in mano, niente. Solo la volontà di vedere, scoprire, capire e comunicare. L’importante è cominciare a esserci, raccogliere informazioni, ripeto: capire.
Ho capito perché la maggioranza delle persone non riesca a comprendere “chi ve lo fa fare”. Difficile spiegarlo. Per fare un paragone, è tanto difficile quanto lo è descrivere, spiegare l’effetto di una droga a uno che non l’ha mai provata.
Quando sei lì diventi come un drogato. Drogato di curiosità, teso anima e corpo a scoprire, a capire. Il rischio di lasciarci la vita è presente, ce l’hai davanti agli occhi sempre, ma passa in secondo piano. Un processo istintivo, non razionale.
Magari sei appena scappato da una pioggia di colpi, hai sentito le pallottole fischiarti a pochi centimetri di distanza, corri via. E subito dopo già stai pensando a dove andare, cosa fare, quali domande rivolgere alle persone. La tua arma è la fantasia.
Tutto per il desiderio che senti vitale di far conoscere le condizioni in cui versano le persone normali al di là della barricata. Perché a far sapere come stanno i grandi, chi le guerre le decide, non c’è problema. Ma poi la guerra vera è negli occhi e nelle parole delle persone che la vivono. Occhi e parole che tutto il mondo dovrebbe sempre avere davanti a sè.
E tu questo facevi.
Si son dette tante cose in questi ultimi giorni. Cose che mettono rabbia, che ti verrebbe voglia di mollare tutto. Non riesco a farmi una ragione di come la gente non capisca come la nostra società abbia un bisogno vitale di drogati come te.
Leggevo quotidianamente il tuo blog. Racconti così diretti, semplici, immediati. Hai scritto che volevi che le persone sapessero che, nel caso ci avessi lasciato le penne, là in Iraq, saresti morto felice.
Sacrificio in nome della verità, dell’informazione vera, per gli altri, per il prossimo.
Salutandoti posso solamente dirti che la voglia che ho dentro di continuare a vedere, capire, comunicare, è sempre più forte, anche grazie a te.

ciao giornalista




permalink | inviato da il 27/8/2004 alle 13:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


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