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16 luglio 2004

Amore per sei cilindri a V

E un bel dì presi la patente di guida. Giorno che ancora viene maledetto da familiari, fidanzate, amici. E un po’ anche dal sottoscritto...
Piccola testa di cazzo che non ero altro, adoravo sfrecciare in macchina, affrontare le curve a manetta, sorpassare a destra, sinistra, sotto e sopra, stabilire record di velocità nelle viuzze del centro di Milano in piena notte. Cos’è che dicono gli strizzacervelli a proposito? A, sì, che andare forte in macchina è un’esternazione-compensazione delle proprie paturnie sessuali... Stronzate. Io di paturnie sessuali non ne avevo e non ne ho. Mi piaceva e basta. E se mentre lanciavo la macchina a tutta velocità in autostrada la bimba che sedeva al mio fianco si applicava anche nel farmi un sano pompino... bè, mi sentivo come un re!
Dopo aver distrutto tre macchine, essermi cacato addosso nel vedere amici/e rimbalzare amenamente contro il parabrezza, questa insana follia, finalmente, scomparve. Ero proprio un pirla patentato: quando mi spiaccicai contro una parete rocciosa in montagna e uscii dalla macchina ridotta a una specie di fisarmonica di lamiera, la prima cosa di cui mi preoccupai fu sperare che le sigarette non avessero risentito dell’impatto...
Comunque fui graziato: non si fece mai male nessuno.
Ma il momento preciso in cui misi la testa a posto fu quando vidi Lei:
Ford Taunus del 1963, 2000 sei cilindri a V.
Semplicemente bellissima.
Amore a prima vista.
Me la mostrò il mio meccanico di fiducia (pilota pazzo) quando avevo 23 anni. Me ne innamorai immediatamente e la comprai. Lunga e larga come le macchine in Happy Days, colore oro, una linea stupenda. Sembrava proprio una macchina da gangster. Difficile passasse inosservata. Per alcuni era semplicemente ridicola. Per me era un’opera d’arte.
I sedili ampi in finta pelle beige, il volante che pareva un timone di un piroscafo tanto era grande, l’autoradio d’epoca che quando l’accendevo si alzava automaticamente l’antenna sul cofano. Davanti al posto del passeggero c’era addirittura uno dei primi apparecchi per l’aria condizionata, mai usato. Non c’erano tappetini, tutto era ricoperto di moquette color oro. Quattro marce, trazione posteriore, il tachimetro arrivava a segnare i 210... era una meraviglia da guidare, una meraviglia!
Superare queste schifezze d’oggi, ripiene d’inutili aggeggi elettronici, tutte uguali nella linea e nei colori, era una soddisfazione: braccio appoggiato allo sportello, cicchino in bocca, sguardo come a dire: “bbello, rifatti gli occhi, perché io so io e tu e la tu macchina demmerda non siete un cazzo!”. Ai semafori spingevo sull’acceleratore e Lei rombava che pareva cantare. Che voce quel bolide!
Con Lei macinai tantissimi chilometri, decine e decine di migliaia. Non so quante volte percorsi la Flaminia, da Roma a Fano, passando per Fossombrone, Acqualagna, Nocera, Spoleto, Scheggia... era la macchina perfetta per quello scenario.
Le bimbe apprezzavano molto, i carabinieri un po’ di meno. Hai voglia a dire che l’abito non fa il monaco, ma per tutto il tempo che ebbi quella macchina era un continuo bloccarmi, fermarmi, perquisirmi... non so, forse faceva molto spacciatore di cocaina... bò.
Era bellissima, non le feci mai il minimo graffietto e la lavavo pure regolarmente. La amavo a tal punto che una volta presi a pugni un cretino solamente perché aveva osato prenderla in giro...
A parte fare sì e no un paio di chilometri con un litro di benzina, quella macchina aveva solo un difetto: quando pioveva si scaricava completamente la batteria. L’abbiamo smontata e rimontata da cima a fondo un bel po’ di volte, ma non si venne mai a capo di quella fuga di energia. Insomma, due gocce d’acqua e bisognava metterla in moto a spinta. Lei non era certo un fuscello, tutt’altro..., a Milano la pioggia non è un fenomeno metereologico così raro e io non possedevo un box. Attorno a casa chiesi aiuto a tutti: negozianti, marocchini che vendevano sigarette davanti al super, giornalaio, portinai. Dopo un po’ di mesi che avevo Lei, quando uscivo dal portone era facile vederli tutti che si davano alla macchia o giravano lo sguardo altrove... non ce la facevano più a spingere. Con gli amici, la sera, sembravamo la banda bassotti. Si usciva dal bar e, arrivati alla macchina, senza batter ciglio, ci si metteva a spingere, ognuno al suo posto.
Una notte ero solo con la mia fidanzata, la stavo riportando a casa. E Lei, sotto la pioggia, si spense a un semaforo di via Melchiorre Gioia. Chiesi aiuto a uno dei viados che su quei marciapiedi sbarcava il lunario. Fu molto gentile e spinse insieme a noi. Rimessa in moto la meraviglia a quattroruote, mi sdebitai accompagnandolo in stazione centrale. Disse che lì c’era meno concorrenza...




permalink | inviato da il 16/7/2004 alle 11:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


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