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16 giugno 2004

Maturità

Il liceo era tutto per me. Sono stati sei anni di puro divertimento, crescita, scoperte, gioie e dolori. Sei anni perché mi bocciarono, con espulsione.
“Non la vogliamo più qui dentro, Bombay, fuori!”
Capitava che stavo a scuola per cinque ore senza seguire un minuto di lezione. Avevo troppe cose da fare: rubare i libretti delle giustificazioni per poi rivenderli (personalmente ne avevo tre...), fumare tutto ciò che era fumabile nei bagni, giocare in cortile, organizzare manifestazioni, autogestioni e occupazioni, tacchinare le bimbe. Baciarsi e strusciarsi nelle classi rimaste vuote durante l’ora di ginnastica.
Cazzo quante bimbe! Il mio liceo, tra i più vecchi di Milano, ospitava tra le sue mura qualcosa come 1.300 ragazzi. Non era una scuola, era il paese dei balocchi. La mia prima fidanzatina ne ha dovute ingoiare non so quante, c’avevo gli ormoni che schizzavano da tutte le parti come palline in un flipper. Ero bigamo, trigamo, quadrigamo e pentagamo!
Facendo poco o nulla andavo pure bene. Non studiavo un cazzo, ottenevo il mio 6-- ed ero a posto. I professori s’incazzavano a morte per questo. Ma poi gli ero simpatico. E alla fine non potevano che sorridermi.
La professoressa di filosofia che durante le lezioni misurava lo spazio della classe a grandi falcate fumando una sigaretta dietro l’altra sotto il cartello “Vietato fumare”. Ci ipnotizzava...
Quel pazzo di greco e latino. Ci faceva imparare l’Odissea a memoria e poi ci sottoponeva a verifiche scritte così ideate: brani del poema epico con spazi vuoti. Noi dovevamo inserire le parole mancanti. Peggio di un Bartezzaghi... Ma anche grazie a lui mi innamorai perdutamente della lettaratura antica.
E poi tanto altro: le notti trascorse a correre e cantare nei corridoi durante le occupazioni, i concerti di fine anno in cortile (suonavo in due gruppi...), le confessioni, le litigate che si dimenticavano dopo 5 minuti con lunghi abbracci...
Sicché vedevo l’esame di maturità come la fine di tutto questo, e quindi, un dramma. E come tale lo vissi.
Feci un gran tema (totalitarismi in Europa negli anni ’30) e una versione dal greco perfetta (il giuramento di Ippocrate). Ma non ero contento. Anzi. Mi stavo conquistando il baratro. Stavo siglando i buoni per la mia uscita. E io non volevo andarmene.
Fui l’ultimo della scuola a fare l’orale, qualcosa tipo il 17 luglio. Estrassero la lettera immediatamente dopo la mia. Per alcuni questo poteva rappresentare una gran seccatura. Io lo vissi come una gran botta di culo. Una proroga prima della fine.
Prima di entrare nell’aula per sottopormi alle domande della commissione, consegnai a una mia compagna di classe il mio walkman con dentro Compagno di scuola di Antonello Venditti. “Ti prego, fosse l’ultima cosa che fai per me, mentre sono sotto ascoltala di continuo finché non ho finito”.
Così fece.
Portai a termine il mio esame e me ne andai con le lacrime agli occhi.

...ma Paolo e Francesca, quelli io me li ricordo bene perché, ditemi, chi non si è mai innamorato di quella del primo banco, la più carina, la più cretina, cretino tu, che rideva sempre proprio quando il tuo amore aveva le stesse parole, gli stessi respiri del libro che leggevi di nascosto sotto il banco...




permalink | inviato da il 16/6/2004 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa


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