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11 maggio 2004

Gaza-Rafah andata e ritorno

Premessa
Scrissi questo post un anno fa. Non c’è un motivo particolare per cui riproporlo qui, oggi. Se non che stamattina leggo le notizie Ansa che parlano di molti morti. Da una parte e dall’altra. E che poi, aprendo la posta, ho trovato una mail che proveniva da laggiù. Era tanto tempo che non mi scriveva. Dice che non è cambiato nulla. In un anno si è fatta tanta politica. E basta. La vita di tutti i giorni è rimasta assurdamente la stessa. Mi rattristo. E allora copio-incollo questo post perché secondo me non se ne parla mai abbastanza. Se non quando ci sono i morti. E poi perché ora vorrei essere là. Per raccontare ancora. La quotidianeità.

GAZA – 23 aprile. Oggi partiamo alle 7 e siamo solo Akram e io. Per le strade di Gaza Akram guida da vero folle, con la radio a manetta e accompagnando le sue gesta da pilota anche con la voce: brooommm! Non parla inglese, ma chiacchieriamo, probabilmente facendo due discorsi diversi.
Arriviamo alla strettoia provocata dall’espansione della colonia di Netzarim verso il mare, dove ieri c’erano i due tank israeliani. C’è fila ma meno rispetto a ieri. Ci fermiamo in coda per circa mezzora, durante la quale osservo il passaggio della gente che si reca verso Gaza a piedi. Ci sono tantissime donne, studentesse. La maggior parte porta il velo, molte hanno solo gli occhi scoperti. Azzardo una foto e vengo mandato a quel paese.
La fila si muove, arriviamo alla strettoia. Oggi c’è solo un tank e per il momento se ne sta buono. Passiamo. Dopo pochi minuti arriviamo al check point per Khan Younis. Non è un check point come quelli nel West Bank. Qui i soldati israeliani non stanno in strada, stanno rinchiusi in 2 coppie di torrette distanti l’una dall’altra circa 500 metri. Sopra la prima passa un ponte, è la sopraelevata che usano i coloni. Dopo la seconda Khan Younis. Quando l’esercito riceve una soffiata o lo ritiene opportuno, questo corridoio di 500 metri viene chiuso da una parte e dall’altra, i soldati escono allo scoperto e procedono a ispezionare tutte le macchine che vi sono racchiuse. Inoltre è un check point che non si può percorrere in meno di tre per macchina. Misura per scongiurare gli attacchi kamikaze. Infatti, circa cento metri prima sale da una porta posteriore un ragazzo palestinese, senza quasi che io me ne accorga. E’ la prassi, è sufficiente un cenno di chi guida. Superato il check point scenderà immediatamente per un altro giro. E’ diventato una specie di lavoro.
Passare affianco alle torrette non è per niente piacevole: bisogna procedere molto lentamente e dalla torretta la canna del mitra ti segue metro dopo metro. Due volte in 500 metri.
Nel frattempo, visto che lo stereo strilla una canzone di Barry White e io, rivolto ad Akram, indico la radio, dico il nome del cantante e imito un ciccione, ho imparato a dire grasso: nasa.
Arriviamo a Khan Younis e incontriamo Hani, che parla inglese. Iniziamo a fare un giro degli asili compresi nel progetto del Cric. Sono davvero belli, puliti e, soprattutto, gioiosi. Quando entro nelle classi con la macchina fotografica succede il finimondo: i bimbi si accalcano per ottenere l’inquadratura migliore, mi toccano, sorridono e mi parlano tantissimo. Anch’io parlo loro con un sorriso, penso, davvero a 32 denti. In un asilo stavano giocando a medico e paziente, in un altro avevano allestito un piccolo teatrino, in un altro ancora disegnavano e nell’ultimo giocavano in giardino sulla sabbia. Hanno degli occhi stupendi. Qualcuno, forse più timido, se ne stava in disparte. Bastava che mi avvicinassi e gli facessi una foto per accendergli il sorriso. La direttrice dell’ultimo istituto che visitiamo, con velo che lascia intravedere solo gli occhi neri e intensi, ci offrè caffè e cioccolatini. Quando ci congediamo stupidamente faccio per stringerle la mano, che lei ritrae, però, ridendo.
Andiamo al campo profughi di Khan Younis. Davanti a me miseria, condizioni igieniche al limite della precarietà e case distrutte dai caterpillar. Più si procede verso il limite del campo e più ci sono macerie, edifici martoriati dai colpi. L’acqua non è potabile. Il sottosuolo ne è ricco, basta trivellare per soli 20 metri. Ma gli israeliani non lo permettono. Così gli abitanti di qui devono comprarla dalle cisterne. Le finestre delle case sono chiuse da mattoni, per difendersi. Ogni notte, dalla postazione israeliana a circa 300 metri, sparano e intere famiglie spesso trascorrono le ore di buio chiuse in bagno, l’unica stanza della casa che non ha pareti che diano all’esterno. Hani mi chiede se da questo punto voglio andare verso il check point, chiuso da una settimana, che apre la strada verso il mare. Confermo. Akram non viene, ci aspetta. Dice che è pericoloso. Lasciamo le macerie del campo alle nostre spalle, sulla sinistra un muro di cemento alto circa 3 metri per dividere i due territori, sulla destra una torretta di soldati israeliani. Non c’è nessuno su questa strada. La percorriamo fino al check point, dove c’è un camion fermo appunto da una settimana. Mi fa da scudo rispetto la torretta e faccio qualche foto. Torniamo indietro. (In questo momento, mentre scrivo, è andata via la luce)
Riprendiamo la macchina e ci dirigiamo verso sud. A 5 chilometri dal confine con l’Egitto svoltiamo ed entriamo a Rafah, roccaforte di Hamas e Al-Aqsa (come Khan Younis d’altronde). In questa cittadina, pali della luce e del telefono, serrande delle botteghe, muri sono pieni di fotografie, dipinti, manifesti, murales dei martiri morti per queste due fazioni. L’immagine è sempre la stessa, cambiano solo le facce: un giovane con mitra in una mano, corano nell’altra, e in sottofondo una moschea. Ci sono molti manifesti anche di Arafat e Saddam Hussein. (Tornata la luce!)
Entriamo nel campo profughi, più precisamente nel blocco G, dove c’è stata un’incursione di tank e caterpillar israeliani appena 5 giorni fa. Mi sembra di contare circa 7 edifici completamente rasi al suolo. La strada non esiste: sabbia, rifiuti e macerie. Una scena mi colpisce e mi rimarrà dentro penso per molto: nel perimetro di una di queste case - perché solo il perimetro è rimasto - c’è una famiglia. Un uomo è seduto su quella che doveva essere la poltrona del salotto, la moglie ha in braccio suo figlio, molto piccolo. Gli occhi dell’uomo sono persi nel vuoto, ma, allo stesso tempo, carichi di odio. Scatto una fotografia e mi prende a male parole. Forse giustamente.
Alla fine del blocco G c’è una distesa di macerie, oltre si vedono i carroarmati israeliani. Torniamo indietro. Passiamo una fabbrica di mattoni a cielo aperto in piena attività. A 100 metri distruzione, qui preparano i materiali per costruire.
Questa la località dove spero di riuscire a fermarmi i prossimi giorni e dove ci sono i ragazzi dell’Ism. Oggi, però, torno a Gaza dove voglio ancora trascorrere tutta la giornata di domani.
Riprendiamo la via per il nord. A Khan Younis salutiamo Hani, che è stato davvero gentile: oltre ad avermi accompagnato in posti tutt’altro che sicuri, mi ha anche spiegato ciò che vedevo e non penso sia facile. Mi ha anche regalato un portachiavi del mio segno zodiacale. Vuole venire in Italia. Spero che un giorno non ci pensi nemmeno a lasciare questa magnifica terra.
Siamo di nuovo Akram e io e arriviamo al check point all’uscita da Khan Younis. Ci rimaniamo per sei ore. E’ buio quando lo aprono, prima per far passare il transito da nord. Poi tutto si blocca. Raffiche di mitra. Tre raffiche. Chi era fuori dalle macchine e dai camion si butta a terra. Poi tocca a noi. Akram è agitato: ci stiamo avvicinando alle prime due torri e non troviamo il “terzo”. I ragazzi ci sono lungo la strada, ma dicono di essere gà tutti prenotati da altri che ci stanno dietro. (Per chi vuole, in questo settore assumono…). Arriviamo all’altezza delle due torri. Ci fermiamo. Il soldato su quella alla mia destra tiene il mitra ben puntato verso di me. Dall’autoparlante iniziano a dirci qualcosa. Non capisco. Mi giro verso Akram che ha un’espressione nervosa e di chi non ci sta capendo niente. Stanno parlando in israeliano. Dall’autoparlante un’altra frase, stavolta urlata. Istintivamente alzo le mani, poi indico l’adesivo con le stellette europee sul cofano della nostra macchina e mimo un gesto come per chiedere se dobbiamo accostarci. Poi una parola, che Akram stavolta capisce. Andare.
Superato il check point Akram mette di nuovo lo stereo a manetta, canta, urla. Mi metto a cantare anch’io. Ci scarichiamo. Per un attimo ci siamo dimenticati entrambi che c’è ancora Netzarim prima di Gaza. Ci arriviamo. Enorme groviglio di macchine ferme e spente. Più in là ci sono tre tank e stanno sparando. Aspettiamo circa un’ora. Continuano a sparare. più o meno a 300 metri da noi. Nulla, in macchina non si può, si andrebbe a far da bersaglio. Poi ci decidiamo: si parcheggia la macchina e passiamo dalla spiaggia.
Camminata a zigzag tra gli automezzi fermi. Arriviamo a poche decine di metri da dove stanno i tank e scendiamo in spiaggia. Gli spari cessano. Sotto le mie scarpe sabbia finissima, sopra la mia testa una volta stellata mozzafiato. Il posto per farci l’amore. Iniziamo a camminare paralleli al mare. Buio pesto. Uno sparo. Le poche persone che abbiamo davanti abbassano la testa. Anche noi. Poi iniziano raffiche continue. Verso la nostra direzione. Abbassiamo la testa e corriamo, corriamo, corriamo.
L’ho già scritto in un altro post. Ma lo ripeto. Questa è l’assoluta quotidianeità in questa striscia di terra. Anche oggi che hanno finalmente finito di comporre il nuovo governo dell’autonomia palestinese, con Abu Mazen.




permalink | inviato da il 11/5/2004 alle 10:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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