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1 dicembre 2006

soste obbligate

Era un aprile di tanti anni fa. A causa del mare mosso che impediva alle barche di attraccare, la mia compagna e io eravamo stati costretti a soggiornare su quell’isoletta nera e impervia oltre a quanto avevamo programmato per le nostre vacanze pasquali. La cosa non ci dispiaceva affatto. In quel periodo Stromboli era totalmente priva della massa di turisti che la rendono così detestabile d’estate e noi trascorrevamo pigre giornate leggendo i nostri libri seduti a un tavolino del bar vicino al porticciuolo, godendoci il sole e il vento salato che veniva dal mare. Già da alcuni giorni avevamo assunto dei ritmi lontani anni luce da quelli che solitamente contraddistinguevano le nostre vite metropolitane. Facevamo lunghe passeggiate, in silenzio, tra viuzze di calce bianca e spiagge deserte di sabbia nera. Spesso rimanevo indietro diversi metri da lei, seguivo i suoi movimenti lenti dentro il mirino della mia macchina e appena alzava lo sguardo verso di me immortalavo il contrasto dei suoi capelli biondi con lo sfondo corvino delle rocce.
L’anziano e scontroso pescatore con il volto scuro segnato da mille rughe profonde e la lunga barba bianca ci diceva che il mare non si sarebbe calmato molto presto. La sua loquacità nei nostri confronti cresceva ogni giorno di più. Forse perché eravamo dei turisti decisamente strambi, anche fuori stagione. E a sentir quelle previsioni, invece che irritarci, sorridevamo complici pregustando la nostra forzata permanenza.
Una mattina, scendendo in paese dal vecchio cimitero poggiato su una terrazza tra la bocca del vulcano e il mare, veniamo attratti da un miagolio strozzato. Dietro a un muretto di pietre vediamo un gatto intrappolato in un groviglio di filo spinato arruginito che lo ha completamente sventrato. Ci avviciniamo. È ancora vivo ma non ha alcuna speranza di farcela. Le sue interiora mollemente poggiate in una pozza di sangue hanno già attirato uno sciame di mosche. Nei suoi occhi e nelle sue urla un’agonia tremenda. Ci chiediamo da quanto tempo versasse in quello stato e quanto ancora avrebbe dovuto soffrire prima di morire. Lì vicino, in mezzo all’erba, un grosso masso. Concordiamo che dovremmo abbatterlo, porre fine a quel suo tormento. Mentre la mia ragazza si allontana di qualche metro con le mani unite a coprirsi la bocca, pur rimanendo con gli occhi incollata a quella scena, prendo il pesante masso da terra e lo sollevo sopra il cranio del micio. Basterebbe che lasciassi cadere la pietra e, grazie ai principi della fisica, tutto finirebbe. Me ne sto lì a lungo, immobile come una statua di sale, fissando l’animale con questo pezzo di roccia tra le mani che mi fa tremare le braccia. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Lascio cadere il masso, ma un po’ più in là. Mi volto, “non ce la faccio”. La mia compagna si avvicina, mi prende sottobraccio, “andiamo via”.
Riprendiamo a scendere il sentiero, con quel miagolio sempre in sottofondo. Che non sparisce dalle nostre orecchie neanche quando ci sediamo al solito tavolino del bar del porto, a centinaia di metri di distanza. Lasciamo i libri dentro gli zaini. Rimaniamo in silenzio a fissare l’orizzonte increspato del mare. Arrabbiati. Atterriti dalla nostra stessa sensibilità, che ci incatena, rendendoci vigliacchi, dubbiosi, incapaci d’agire. Aspettiamo mano nella mano che la salsedine nell’aria, come spilli sulla pelle, cancelli l’immagine di quel masso sospeso inutilmente nel vuoto.
“Forse domani riuscirete a partire, e io a pescare”.



*This love – Craig Armstrong




permalink | inviato da il 1/12/2006 alle 13:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa


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