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18 luglio 2006

Hezbollah

Guardando le immagini dei bombardamenti israeliani su Beirut, a occhio e croce l’edificio dove mi accolse Mohamad Kourasani, dirigente di Hezbollah, oggi non è più in piedi. Esaminando le foto che arrivano in queste ore dal quartiere sciita Haret Hreik riconosco a fatica tra le macerie scorci, angoli, monconi di case. Palazzi che, oltre a vari uffici del movimento guidato da Nasrallah, ospitavano centinaia di famiglie.
Ricordo che entrare in contatto con Hezbollah non fu affatto semplice. Dopo aver tessuto una rete di contatti che mi avvicinassero all’obiettivo, una volta arrivato a Beirut dovetti superare vari incontri prima di trovarmi faccia a faccia con l’interlocutore desiderato. La prima volta che feci il mio ingresso in una delle sedi Hezbollah fu per conoscere quello che definirei l’addetto stampa, il responsabile delle relazioni esterne del gruppo. Dopo varie telefonate e spostamenti con individui sconosciuti da un palazzo all’altro, uomini in divisa nera con kalashnikov scortano me e la ragazza che mi accompagna per la traduzione dentro a un ufficio al quarto piano di un palazzo circondato da posti di blocco, sbarre e uomini armati. Un lungo corridoio, con pareti tappezzate di foto della moschea di AlAqsa di Gerusalemme, Khomeini, martiri, pistole posate sui tavoli delle stanze in cui butto l’occhio passando. Mi trovo davanti un uomo di mezza età, prestante, con sguardo tagliente e diffidente. Seduti alla sua scrivania parte con un interrogatorio molto simile a quello che già mi fecero tempo addietro all’università di Gaza. Una piccola telecamera all’angolo del soffitto riprende tutto. Joanna, ragazza libanese che parla correttamente cinque lingue, non deve spiaccicare parola, il nostro pierre parla un ottimo inglese e non intende rivolgerle la parola.
Il primo ostacolo è fargli superare l’incredulità e la conseguentte diffidenza per il fatto che non mi trovassi lì inviato da alcuna testata giornalistica. “Sono un giornalista, ma libero, freelance come si dice”. “E stai pagando tutto tu per stare qui?”. “Sì, anche lei – indicando Joanna seduta accanto a me”. “E perché?”. “Perché voglio capire, sono maledettamente curioso, tutto qua”.
Prende il mio passaporto e il mio tesserino professionale, chiama un inserviente e gli chiede di fotocopiarli. “Ci vorrà un po’ di tempo per controllare la tua identità. Tra qualche giorno ti richiamo e ti so dire. Nel frattempo, ti avviso, sappi che verificheremo dove alloggi e controlleremo i tuoi spostamenti. È la prassi”. Aspettando che tornino i miei documenti parliamo della situazione politica in Italia e di giornalismo, dice che gli piace quello che scrive Robert Fisk e gli rispondo che è in assoluto uno dei miei cronisti preferiti.

Due giorni dopo mi telefona “ci vediamo oggi pomeriggio”.
Il secondo incontro è più veloce del primo e attorno mi sembra di vedere anche meno armi, ma forse è solo una sensazione e io mi sto semplicemente abituando. Dice che hanno fatto i loro controlli, che gli risulta che sono stato a Gaza nel 2003 (Hamas e Hezbollah hanno un fitto scambio di database) e che l’intervista si può fare. Però non mi dice né dove né quando. Me lo farà sapere.

Dopo tre giorni finalmente il via libera.
Oserei definire il modo in cui mi fanno arrivare alla sede Hezbollah preposta per l’intervista buffo e inquietante allo stesso tempo. Prima Joanna e io ci incontriamo con un uomo di fronte a un portone di un palazzo. Questi ci dice di salire e suonare alla porta al quarto piano, ma lui non viene con noi. Arrivati al quarto piano non ci aprono, ma una voce femminile da dietro la porta ci dice di scendere al secondo piano e suonare. Dopo aver suonato al secondo piano, sempre una voce da dietro la porta ci dice di uscire dal palazzo. Sul pianerottolo nella semioscurità guardo Joanna e scoppio a ridere, perché sono un po’ pirla, mentre lei ha chiaramente l’espressione tesa. Una volta usciti veniamo presi in consegna da un altro uomo, diverso dal primo che avevamo incontrato, che ci accompagna a un posto di blocco della milizia. Il militare in divisa nera telefona e avverte del nostro arrivo. Arriva un altro uomo al di là della sbarra e ci accompagna all’interno di un edificio tanto fatiscente all’esterno quanto pulito, illuminato e adorno al suo interno.
Ci fanno accomodare in una grande sala con poltrone collocate lungo tutto il suo perimetro. Nel mezzo due tavolini in vetro. Attendiamo una decina di minuti, poi due uomini aprono le porte a vetro della sala e il notabile sciita fa il suo ingresso.
Quello che mi trovo davanti è un uomo di circa sessantanni, Corano alla mano, fiero nel portamento, ma con uno sguardo all’apparenza da bonaccione, da nonno. Ci portano del tè.
Parto con le domande. Gli chiedo commenti sulla vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi appena tre giorni prima, della situazione dei profughi nel sud del Libano, degli obiettivi di Hezbollah e dei loro rapporti con Siria e Iran. Poi cerco di farmi spiegare come giustificano il ricorso a pratiche terroristiche. Il mio interlocutore risponde sempre garbatamente guardandomi negli occhi, come se Joanna accanto a me - che è quella che parla più di tutti - non esistesse. Sapevo già quale sarebbe stata la sua risposta a riguardo, e tento di incalzarlo, non sono soddisfatto. Lui s’innervosisce, ribadisce il valore della lotta di Hezbollah contro Israele, stato terrorista, fa il confronto con il terrorismo applicato da AlQaeda, mirato secondo lui unicamente a destabilizzare, mentre il loro, dice, persegue obiettivi precisi e tangibili. Non mi basta, insisto e sottolineo la ben poca diversità tra gli effetti dell’uno e dell’altro per quanto riguarda vigliaccheria e sangue. Per la prima volta alza la voce. Joanna è nervosa, mi dice che devo cambiare argomento, altrimenti lei non traduce più. Allora alzo la voce anch’io, incitandola a tradurre senza tante storie, che la pago fior di quattrini per questo.


Non voglio esprimere giudizi sui contenuti delle risposte che mi diede, soprattutto in queste ore drammatiche, difatti non le riporto nemmeno. Ricordo però la netta sensazione di morte che mi avvolgeva mentre mi trovavo in mezzo a quelle persone. Esattamente lo stesso culto ossessivo e marziale della morte che ho sempre pensato dovesse contraddistinguere la Repubblica di Salò.
Rimango convinto che con queste persone l’uso della violenza sia quantomai controproducente. Il sangue versato dalla loro gente sotto le bombe di Israele in questi giorni non fa altro che alimentare l’odio che nutrono nei confronti dello stato che per loro non ha nemmeno diritto di esistere. E l’odio – ripeto: giusto o ingiusto che sia - è la loro linfa vitale, da trasmettere di generazione in generazione, di quartiere in quartiere.
Con la spietata reazione di questi giorni sul territorio libanese Israele non si sta avvicinando all’annientamento di Hezbollah, ma si sta assicurando l’esistenza di un acerrimo nemico pronto a tutto per la sua distruzione. Per molto, molto, molto tempo ancora.



*Purple rain - Prince


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permalink | inviato da il 18/7/2006 alle 19:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


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