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23 giugno 2008

spettri

Un lungo corridoio stretto e completamente al buio. Si procede quasi a tentoni. Odori fortissimi, che ti arrivano dritti allo stomaco: urina, merda, alcol. Musica reggae a palla con le casse che gracchiano sfinite.
Bussiamo ed entriamo in una stanza sulla destra. Poco più grande di uno sgabuzzino, pareti di cartone, illuminata a stento da una lampada. Due letti per due famiglie, e per chi non ha proprio più nessuno al mondo, non ce l’ha fatta ad arrivare fino al suo pertugio e si butta nel mezzo. In quello di destra una famiglia di quattro persone. In quello di sinistra una di cinque, più una ragazza completamente raggomitolata sotto le coperte, tira fuori la testa solamente due volte per imprecarci contro. Tutti segnati dall’Aids.
Faccio le solite domande: età, gradi di parentela, da quanto vivono lì, quanti i morti nel nucleo familiare finora. Il fotografo fa il suo lavoro. Si accuccia contro il materasso paradiso di pulci e scatta, avvicinandosi sempre più ai visi tumefatti dalla malattia. Io faccio il mio, mentre un bimbo di circa quattro anni continua ad accarezzarmi la barba con delicatezza sconosciuta.
Ormai potrei non chiedere alcunché. Le storie di chi vive in queste baraccapoli, in queste specie di riserve attorno a Capetown, sono tutte uguali. E non sono neanche storie: epitaffi parlanti. Stringo mani, ascolto voci, fisso sguardi di quelli che non sono altro che morti viventi. Senza nulla, in attesa del nulla.
Usciamo dal block. Cedo una sigaretta all’ennesima zombie, rifiuto una sorsata da una brocca ricolma di liquido giallastro che odora di benzina offertami da un ragazzo dagli occhi svuotati.
Dico al fotografo che vado un momento a vedere cosa c’è dietro a quel muretto laggiù. Giro l’angolo, mi accascio per terra spalle al muro. Nascondo il viso tra le mani.
Ore più tardi un ascensore ci porterà al 31° piano a velocità che ci tappa le orecchie. All’arrivo un elegantissimo discopub, con lungo bancone in cristallo illuminato d’azzurro, tanta gente vestita all’ultima moda che beve, si muove in modo fascinoso, osserva e si fa osservare. Guardo le luci del porto là sotto. La musica è quanto di più commerciale ci sia sul mercato. Il gintonic allevia i crampi, ma dentro il reggae continua.


*Reggae road block – Morgan Heritage




permalink | inviato da bombay il 23/6/2008 alle 12:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa



7 giugno 2008

59.000.000 di coglioni

Facebook è lo spazio internet per ‘socializzare’ più famoso del mondo. E mi fa schifo. Io mi ci iscrissi due anni fa. Un paio di persone che conobbi in Libano hanno la loro pagina sul sito e mi hanno invitato tramite mail a entrare a far parte del loro gruppo di ‘amici’. Per capire di che si trattasse ho dovuto per forza farmi anch’io un account su Facebook e, in automatico, avere anch’io la mia bella pagina. Ho guardato il loro salotto virtuale pieno di foto loro e dei loro amici e poi mi sono serenamente dimenticato di Facebook.
Fino a una settimana fa, quando vengo rintracciato da un mio caro amico, anche lui con uno spazio su questo social network. Ne aprofitto per girare un po’ tra gli utenti, scoprire vecchie conoscenze che non frequento da anni presenti anche loro puntuali sul sito, e farmi un’idea un po’ più approfondita della cosa.
Facebook è sostanzialmente una vetrina fotografica degli utenti. Uno spazio in cui mettere in mostra la propria immagine. Per comunicare basta Skype. Con Facebook non si comunica granché, piuttosto ci si guarda. Uno specchio perfetto della società dei giorni nostri. Non so se mi facciano più tristezza gli uomini o le donne: tutti davanti all’obiettivo con espressioni da modelli di Dolce & Gabbana. Sconfortante.
Facebook è colorato, grande, pieno di gente ritratta in modo fascinoso, che si diverte. Facebook è il posto più vuoto che io abbia mai visto. Il posto dove il nobile termine “amicizia” è quanto mai abusato e bistrattato nei peggiori dei modi. Ma perché mai dovrei pubblicare, mettere in mostra foto del sottoscritto in compagnia dei miei amici che non si conoscono tra loro? Se il destino vorrà, questi si conosceranno tra loro dal vivo, altrimenti niente. Ma perché dovrei andarmi a guardare le foto delle serate che trascorrono i miei amici libanesi? Se ho voglia di comunicare con loro davvero scrivo una mail, prendo il telefono o mi collego a Skype.
E continuando a preferire i tradizionali e genuini banconi dei bar, concordo in pieno con quanto ha scritto a proposito Tom Hodgkinson del Guardian:

Facebook non mi piace. Il suo slogan è: “un servizio sociale per rimanere in contatto con le persone intorno a te”. Ma un attimo. Perché mai dovrebbe servirmi un computer per conoscere delle persone? Perché le mie relazioni dovrebbero passare attraverso le invenzioni di un gruppo di nerd californiani? Cosa c’è che non va nei pub? E poi è proprio vero che Facebook mette in contatto la gente? Non è che in realtà ci scollega gli uni dagli altri? Che invece di fare cose divertenti come parlare, mangiare, ballare e bere con gli amici, pensiamo solo a mandarci messaggi sgrammaticati e foto buffe?
Un mio amico ha passato un sabato sera in casa da solo: è stato tutto il tempo su Facebook. Che tristezza. Altro che metterci in contatto: Facebook ci isola. Inoltre fa leva su una specie di vanità e di autocompiacimento. Pubblicando una mia foto particolarmente bella con l’elenco dei miei prodotti preferiti, posso costruirmi un’immagine artificiale per avere in cambio sesso o semplicemente approvazione. “Mi piace Facebook”, mi ha detto un amico. “Una volta ho pure rimediato una scopata”. È un sito che incoraggia una competitività inquietante. Oggi sembra che nell’amicizia non conti la qualità, ma solo la quantità: più amici hai, meglio stai.
Mi sento molto solo nella mia battaglia. Facebook ha 59 milioni di utenti. Cinquantanove milioni di coglioni.

E spegneteli ogni tanto sti cazzo di computer, scendete in strada. Solo lì è la vita vera. Altrimenti di questo passo, quando vi sembrerà di avere davanti una persona interessante dal vivo, non saprete più come comportarvi. Non avendo una tastiera tra le mani rimarrete in silenzio. E riuscirete unicamente a mettervi in posa. Come se gli occhi di chi vi sta di fronte non fossero occhi, ma obiettivi fotografici.



*New York telephone conversation – Lou Reed




permalink | inviato da bombay il 7/6/2008 alle 12:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa


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