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28 marzo 2008

Quante parole sotto i ponti, alla lettera F

Qualche giorno fa ho perso il mio ultimo dente da latte.
Tra qualche giorno compirò trentacinque anni.
E stanotte è nata Caterina.

 
Sabato pomeriggio prima di Pasqua, passeggiando per un borgo toscano con vista sulle colline del Chianti, la mia amica sorgente di poesia mi dà la notizia: “Herzog ha chiuso il blog”.
Rimango di stucco.
La prima sensazione è di profonda tristezza, malinconia e anche un po’ di rabbia.
Herzog è stato il blog di riferimento fin dal primo momento che entrai in contatto con il mondo di questi strani diari on line, cinque anni fa.
Campione di narrativa e di analisi della natura umana, inarrivabile demiurgo di dipinti di parole, dotato di una rara quanto sagace ironia.
La mattina arrivavo in redazione e tra le prime cose che cliccavo in internet c’era sempre il suo blog, sempre. Mi nutrivo dei suoi racconti, in grado di comunicare sia amarezza come allegria incontrollabile. Che non terminavano mai con il punto in calce allo scritto, ma proseguivano nei commenti di quella gloriosa combriccola di lettori tra cui il sottoscritto. Personalitàconfusa, Hotel Messico, Placida Signora, Gilgamesh, Squonk, Strelnik, Falsoidillio, Spad e tanti altri.

Assieme alla mia amica, anch’ella tenutaria di blog, cerco di dare una lettura dell’evoluzione di questo mondo parallelo in questi anni. Il numero dei blog in questo lasso di tempo è aumentato in maniera esponenziale, con il risultato immediato di dispersione: più difficile trovare la qualità in un mare cotanto vasto, più difficile rimanere saldi alle proprie boe di riferimento, più difficile riuscire a comunicare all’esterno la propria presenza.
Forse a un certo punto si sarebbe dovuto fare una specie di lobby, costituire una sorta di consorzio dei blog anziani. Metterci insieme per difendere la nostra presenza e allo stesso tempo alimentare la nostra ispirazione. Ma sarebbe stato incoerente con la natura stessa dello strumento blog: libera e anarchica per antonomasia.
Così anche il sottoscritto dallo scrivere due-tre post al dì è arrivato a scriverne due-tre al mese.
Schiacciati dal crescente affollamento della rete? Forse.

Il blog è valvola di sfogo del proprio esibizionismo, vero. Ma pare essere stato soppiantato da strumenti come Facebook e Myspace in cui l’esibizionismo è diretto sulla propria persona, e non filtrato da un’opera, da uno scritto. In poche parole, ieri (e per fortuna alcuni ancora oggi) ci si mostrava tramite un prodotto, oggi tramite l’esposizione diretta di se stessi. Ieri: io scrivo questo. Oggi: io sono questo. A discapito della fantasia. E tutto questo mette un po’ paura, già.
Sintomo di decadenza sociale? Per me sì. Ma forse mi sbaglio. Di certo anche questo mio blog è diventato sempre più un granello di sabbia in un deserto vastissimo.
Continuerò a scrivere comunque, senza “risparmiare nulla”, come mi ha scritto proprio Herzog in un commento tre post più sotto. I suoi commenti sono sempre stati perfetti, semplicemente perfetti. Rido ancora al solo pensiero di ciò che mi scrisse qui.

In questo caos di fotografie e parole sempre più leggere che è diventato oggi internet, Herzog chiude ma rimane aperto. Che un blog non ha delle persiane che si possono accostare nascondendo cosa succede dentro casa. Ciò che ha scritto Herzog in cinque lunghissimi, divertentissimi, intelligentissimi anni rimane lì. Da leggere.
Io che ho già letto tutto ciò che ha scritto m’asciugo la lacrimuccia da atavico sentimentale quale sono. Mi consola il suo libro stabilmente posizionato sul mio comodino e il fatto che potrò andarmi a rileggere quegli incredibili scambi pindarici tra i commenti ogni volta che desidero. 

Herr Effe, il suo link rimane comunque il primo, qui a destra, sempre. Consideri che voglio far leggere tutta la sua produzione anche a Caterina, bisogna però attendere un po’ di anni, quindi non azzardi gesti scellerati: se le prude il mouse sul pulsante ‘cancella’ si beva un gintonic.
Avrei voluto postare per lei la foto del mio ultimo dente da latte, che alla veneranda età di trentaquattroanni ha sventolato bandiera bianca. Ma questa gliela risparmio.

 

*Bandiera bianca – Franco Battiato




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17 marzo 2008

bestiame nostrano

Kosovo e Tibet. Clamore mediatico momentaneo.
Tranquilli, non c’è bisogno che cerchiate di capire dove stiano sul mappamondo.
A breve tornerete a essere cullati dall’oblio della vostra vergognosa indifferenza. E Tibet e Kosovo riprenderanno a essere ciò che sono da sempre: nomi propri di zone del pianeta dove la gente più o meno non se la passa bene.
Qualora li ricordiate.



*I talk to the wind - King Krimson




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14 marzo 2008

Barney, Bombay, Vian e Paperino

Da anni una delle mie più care amiche sostiene che m’innamorerò per davvero il giorno del mio matrimonio. Una sorta di Barney Panofsky di Chinatown, insomma. 

“Non c’è beat, non c’è swing. Questi sono musicisti cresciuti in conservatorio, lo swing non s’insegna, ti cresce dentro, in strada”. Questo il suo commento alla prima parte del concerto di una big band italiana dedita allo swing degli anni venti. L’ho appena conosciuto, sorseggiando un calice di prosecco. Una faccia segnata da oltre settantanni di vita e gli occhi azzurri e scintillanti che trasmettono una storia lunghissima di musica, di banjo, di palchi in scantinati e in prestigiosi teatri, da New Orleans al Capolinea di Milano.
Entriamo in sintonia, da subito. Lui mi conquista raccontandomi di una sera in una cav di Parigi, seduto accanto a Miles ad ascoltare un reading di Vian. E io lo conquisto sussurrando “Sputerò sulle vostre tombe”. Sorride...“J’irai cracher sur vos tombes”. Dice che non capita tutti i giorni d’incontrare un “giovane” con il quale scambiare idee su certi argomenti. “Oggi son tutti lì incollati a internet”. Anche lui sta ore su internet, ammette con un sorrisetto beffardo, ma per cercare 78 giri da acquistare da collezionisti sparsi in tutto il mondo.
Mi racconta la sua malinconia per i tempi passati, che gli rimangono dentro come un’oasi nel deserto.
Ci scambiamo i numeri di telefono. Una pizza, magari un’audizione di qualche disco raro. Presto.

Mi volto e torno in sala per la seconda parte del concerto. Seduto alla mia poltrona alzo la testa. Ci sono ancora i segni del passato di questo posto: sulla luce che segnala la toilette della galleria ci sono le facce di Minnie e Topolino. Questo era il Nuovo Arti, una sala cinematografica che dava solamente film per bambini. Qui ho trascorso intere domeniche invernali con mio padre, qui sono entrato in contatto con la magia del cinema attraverso i grandi classici di animazione. All’intervallo del film dalle porte laterali entravano in sala dei figuranti vestiti da personaggi di Walt Disney. Ogni volta volevo toccare la manona gialla di peluche di Paperino. Poi con mio padre scendevamo nel seminterrato dove c’era il bar e un videogioco. Infilavi cinquanta lire e con una cloche dirigevi a destra e sinistra un triangolo in primo piano che sparava dei quadrati verso altri triangoli che scendevano dalla parte alta dello schermo. Tutto in bianco e nero. Per giocarci stavo in piedi su uno sgabello.
Da tempo ormai i bambini i film di Walt Disney se li guardano in dvd, così il cinema anni fa chiuse i battenti. Ora è stato riaperto come teatro. Si chiama il nuovo Derby. Il vecchio Derby era un storico locale di cabaret in via Monte Rosa, in una palazzina liberty in cui ho assistito a molti concerti reggae, quando poi divenne un centro sociale. Insomma, un’altra storia ingarbugliata di posti e ricordi che s’incrociano.
C’è chi si ricorda di Boris Vian, e chi di un finto Paperino.

Nella “mia versione” testarda, per ora, c’è un bancone al quale mi servono un ginglimet senza che io lo chieda. E occhi di miele di fianco a me. Che seguono attenti e luminosi le mie iperboli, sorseggiando una Coca-Cola.
E già questo è un fatto straordinario.



*Pelno me sam – Saban Bajramovic




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6 marzo 2008

Fogli a quadretti

Ti stringi nella giacca nera, scelta avventata di una mattina che prometteva una primavera ancora da venire.
Ciocche d’ebano sfuggite al fermaglio di legno ti coprono le gote. Cammini con lo sguardo basso. Tanto non hai bisogno di guardarti attorno, conosci a memoria le facciate di palazzi e chiese, i mattoni rossi e il ferro battuto che ogni giorno ti accompagnano da scuola a casa.
La mano chiusa a pugno sulla pancia stringe un foglio a quadretti piegato su se stesso fin quanto hai potuto. L’ultima lettera di una serie che immaginavi infinita. Ogni mattina uno scambio, appoggiati alla finestra del corridoio che dava sul cortile con il campo da pallacanestro. L’imbarazzo che vi dipinge sorrisi di porpora. Una lettera per lui, una per te, ogni mattina. Un lungo bacio e la campanella. E poi al tuo banco ad attendere solamente di essere di nuovo tra le sue braccia, gli occhi che continuano a scorrere le parole scritte, a leggerci futuri pomeriggi, sogni, baci, carezze proibite, dimentica di quell’alfabeto morto vergato in gesso sulla lavagna che segna la tua quotidianeità. Il respiro che ondeggia al ritmo di una canzone di Concato.
Ti chiedi cos’hai sbagliato. Poi sollevi lo sguardo, vedi la gelateria dove così tante volte avete riso criticando la scelta dei gusti dell’altro. Entri, ordini il cono più grande, con tanto cioccolato prima del resto, così col calore della tua mano si scioglierà fino al fondo della cialda.
Riprendi la strada di casa. Lingua e labbra affondano nella crema al lampone. Quelle stesse lingua e labbra che mentre una lacrima ti riga il volto prometti non saranno più di nessun altro.

Oggi ti ritrovi a camminare su questa strada. Ti ricordi di quell’ultima lettera. E ti sorprendi: il sorriso con cui ripensi a quella eterna quanto vana promessa si bagna di un’altra lacrima. Niente più fogli a quadretti oggi, solamente telefonate sul cellulare.

 

*Jigsaw falling into place - Radiohead




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