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  bombay [ autoritratto fumé, diario alcolico, messaggi in bottiglia ]
         

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29 giugno 2007

Il colore del cielo, la forza del mare

Forza Giaguaro!!!
Sulla carta non promette niente di buono, quindi la goduria sarebbe ancor più grande.


*Viva l’Onda! – Bonno e Felici





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28 giugno 2007

appuntamenti

Lunedì il Palio.
Il 14 Sonny Rollins.
Poi per il resto si vedrà.

 

*Spontaneous combustion – Cannonbal Adderley

 




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27 giugno 2007

finanza creativa

Tremonti mi fa una pippa.


*Money - Pink Floyd




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26 giugno 2007

certe mattine d’estate in Chinatown

La vicina del balcone di fronte esce sul terrazzo dopo essersi fatta la doccia, con i lunghi capelli ancora umidi, indossando un largo camicione nero che le arriva poco sopra le ginocchia. Si siede, scopre le gambe e comincia a spalmarle di crema, con movimenti lenti ed energici. Il suo bel viso ha un’espressione rilassata, soddisfatta. Io rimango a guardarla, appoggiato sui gomiti al davanzale della finestra fumando una sigaretta.
La vicina del balcone di fronte vede con la coda dell’occhio che la sto rimirando, e prosegue nella sua attività di benessere. Massaggia caviglie, polpacci e cosce. Ha la stessa espressione di prima, condita però ora con un impercettibile sorriso di malizia all’angolo della bocca. Si sistema il camicione attorno alla vita, scoprendo le natiche, e con le mani si dedica prima ai glutei e poi all’interno cosce, scorrendo piano la pelle dalle ginocchia all’inguine e sfiorando più volte le sue mutandine nere.
La vicina del balcone di fronte è molto bella, non ha un filo di cellulite, è sposata, ed è anche molto zoccola.


*You don’t have to say you love me – Dusty Springfield





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25 giugno 2007

oltrarno

So bene che i ricordi e relative sensazioni sono dentro di noi, e non negli oggetti, nelle cose che fanno da scenografia al nostro vivere. Però tra Firenze e Siena c’è una grande casa che racchiude buona parte della mia vita, fin da quand’ero bambino. E il fatto che non ci tornerò mai più in quella casa, e che ieri è stata l’ultima notte che ci ho dormito fa male. Molto.
Stamane all’alba, prima di partire, mentre tutti ancora dormivano, vagavo per le stanze in cerca di non so nemmeno io cosa. Forse un colpo di tosse di nonna, una risata di mio cugino, un singhiozzo strozzato alla fine di una storia d’amore. Ho fatto scorrere la mano sul legno delle porte, dei tavoli, del camino. Una carezza disperata a un bagaglio talmente grande che non so come portarmi via.
Ricordo una sera di dicembre quando qui mia cugina mi corse incontro al mio ritorno da un lungo e strano viaggio da solo. Quel nostro interminabile abbraccio. So bene che mia cugina mi abbraccerà ancora allo stesso modo quando tornerò da lontano. Però guardare avanti, ora, fa comunque un po’ più paura.

 

*I’ll close my eyes – Jimmy Smith




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19 giugno 2007

La valigia sul letto

Difficile fare la cronaca delle mie notti a Tokyo, davvero troppo dense di incontri, risate, incomprensioni, stupore, alcol, stupefacenti. Un bar in miniatura in un vicolo di Shinjuku, cinque posti al bancone e basta, con la gestrice strippata per il Messico che metodicamente trasforma i suoi avventori in perfetti mariachi (a me le maracas) e li costringe a suonare tutta la serata; un altro minuscolo locale karaoke gestito da tre travestiti (uno di loro non si fa una ragione di come io possa essere capitato lì) al settimo piano di un palazzo di Ikebukuro, zona dicono malfamata a nord di Shinjuku, dove con immensa fatica ho insegnato a una nippofrancese il testo di Se mi lasci non vale di Iglesias per poi cantarla insieme a squarciagola abbracciati e sudati. Un sottoscala dove suonano jazz, con i clienti che dormono stringendo tra le dita il bicchiere di whisky. Una cena a base di ottima trippa alla brace alle cinque del mattino, col sole già alto, trascinato da altre tre fanciulle che parevano uscite da un fumetto manga, non spiaccicavano una parola d’inglese, però continuavano a sorridermi e parlarmi. Baci umidi di gin e rossetto. Attraversare la città a piedi da solo verso sud, verso la baia, facendo lo slalom tra la miriade di barboni che iniziano a ripiegare il loro giacilio di fortuna. Una donna di mezza età con un libro in mano e gli occhi stralunati che mi ferma a un semaforo e mi racconta di essere una scrittrice, una scrittrice fottutamente disperata, persa, probabilmente ridotta alla follia. E poi tirare il fiato al mercato del pesce, il più grande al mondo, sorseggiando caffé accompagnandolo assurdamente con delle specie di tartine con gianchetti freschissimi. Sono le otto e mezza. E la notte pare appena iniziata, tanto che non avverto nemmeno l’effetto di tutto quello che ho ingurgitato finora.
Questa è la città della solitudine per eccellenza, dell’eccesso obbligato per combattere quella feroce malinconia che ti prende a viverci. È una città in cui si corre sempre, per lavorare, per sfarti, per scopare, per dormire qualche ora. Uno dei posti col più alto numero di suicidi tra i giovani al mondo. Un buco nero costantemente illuminato a giorno.
“Voi italiani, ciascuno a modo suo, avete una personalità, siete di una vitalità dirompente, originali, creativi. Noi giapponesi no. Noi lavoriamo in fabbrica con le telecamere appese al soffitto e un contapassi addosso, per vedere quanto tempo sprechiamo muovendoci”. Ripenso a queste parole entrando nell’ascensore che mi porterà alla mia camera con vista sul monte Fuji. Mentre la giovane impiegata dell’albergo, in divisa, come sempre rimane inchinata fronte a terra finché le porte non si son chiuse dicendo “mi spiace per l’attesa”.



*Everything's not lost - Coldplay





17 giugno 2007

a Tokyo ci s’incontra e scontra

e io rotolo come non mai...



*But not for me – Miles Davis





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9 giugno 2007

non dormo piu'

Animo inquieto e jetlag insieme formano una miscela devastante. Un limbo d’insonnia continua che non avevo mai provato in vita mia. Fatto di bar con splendidi banconi blu, luci soffuse e buon jazz; piscine al trentesimo piano con panorama sulla citta’ ogni quattro bracciate; assurde diavolerie tecnologiche e altrettanto assurdi programmi televisivi; albe tra i grattacieli osservate dall’immensa finestra di camera bevendo lentamente te’ verde.
Che poi dopo un po’ non mi da’ nemmeno piu’ fastidio. Anzi, in alcuni frangenti risulta paradossalmente rilassante, una sorta di dimensione parallela in cui riesco a mettere meglio a fuoco me stesso. Un’enorme scatola in cui puoi riporre di tutto, perche’ ci entra davvero tutto.
E poi fa molto Lost in translation, quindi a breve dovrebbe anche saltar fuori la mia Scarlet Johanson. 

 

*Alone in Kyoto - Air




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