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28 maggio 2007

Tokyo-Ga

“In tempi come questi la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare"

Macchine fotografiche, taccuini, penne, libri, buona musica, e quella sana curiosità che mi porto addosso da sempre. Sì, c’è tutto.
In un frangente di profonda malinconia, ho la fortuna di poter partire per andare dall’altra parte del pianeta. Poi da lì al mare il passo è breve.
Vado e torno. Forse.



*Publisher – Blonde Redhead




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25 maggio 2007

alla frutta

Siamo un paese alla frutta. Un popolo alla frutta. Non abbiamo manco più le palle e la forza di chiedere un Montenegro. A breve ci presenteranno il conto e, finalmente, saranno cazzi.
Sarò un ignorante populista, per carità, però se le parole più ribelli che ho ascoltato negli ultimi anni provengono dal presidente di Confindustria vuol dire proprio che siamo arrivati alla frutta. Se il premier e l’antipremier si sentono così colpiti, se la grancassa mediatica rimbomba cotanto, stiamo proprio alla frutta.
Sperando vivamente che non sia una discesa in campo, e che quindi non si debba pagare in un immediato futuro pure la parcella di Montezemolo, e allo stesso tempo, da buon populista, ricordando il suo j’accuse d’oggi “il sistema politico italiano costa come quello tedesco, inglese e spagnolo messi insieme”, imploro, per l’amor d’iddio, mi prostro affinché:
andiate tutti sempre alle urne ad annullare quelle cazzo di schede elettorali. Annullate quei preziosissimi fogli colorati con tanti simbolini di rovina stampati sopra. Scriveteci il nome del vostro amato/a, fanculateci il vicino che bagna i gerani all’ora di cena allagandovi il balcone, incideteci bestemmie, poesie, disegni.
Almeno per una volta, usiamo davvero per noi questa cazzo di democrazia.
E poi, da veri signori, lasciamo loro un’unica scelta: esilio o muro. Di spalle nel secondo caso. Che mi schifo solamente a guardarli in faccia.


*Anew day – Mary Margaret O’Hara




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24 maggio 2007

Commensale instabile

Giusto l’altro giorno, durante un classico pranzo domenicale con la famigghia, mia cugina, seduta di fronte a me, così affermava: “Trentun anni che ti conosco e non ho mangiato una sola volta con te senza vederti rovesciare qualcosa in tavola o sporcarti all’impossibile”. Avevo appena artisticamente maculato la camicia col sugo della pasta.
È vero. Io non ci faccio più caso, cioè, voglio dire, mi sono abituato a convivere con me stesso. Però capisco che per chi mi st’attorno la cosa non sia sempre di così facile digeribilità. Ricordo una ragazza che, dopo il mio ennesimo ribaltamento di calice, sbottò con una vera e propria scenata, non da lei: “ma cazzo, non è possibile! Non se ne può più! Devi sempre combinare disastri?!”.
Non so, è più forte di me. Rovescio bottiglie, bicchieri, faccio fare evoluzioni alle posate degne dei migliori acrobati circensi cinesi, sbrodolo, sì mi sbrodolo addosso liquidi e solidi. Se ho consumato un pasto ho i vestiti macchiati, inesorabilmente. A tavola mio padre, poveretto, non ha più nemmeno la forza di protestare, si mette le mani tra quei pochi capelli rimasti e bisbiglia “che schifo” invocando il signore.
Quei quattro sciagurati di amici, quando m’invitano a cena, il più delle volte apparecchiano con tovaglie sporche. E spesso fanno pure i sardonici, tipo che quando prendo posto a tavola e noto un'enorme chiazza rossa sulla mia porzione di desco, mi fanno: “lì è dove hai mangiato tu l’ultima volta”.
Eppure non credo sia maleducazione, no. Forse è che gesticolo un po’ troppo mentre parlo. D’altronde, come descrivere la vastità del mare senza partire lesti con un’ampia bracciata circolare a mano aperta verso i presenti? E quando poi il tasso alcolico sale, il disastro è dietro l’angolo: mi aggiro per le case col bicchiere tra le mani e in poco tempo inciampo da qualche parte macchiando pavimenti, divani. Anche quadri. A casa dell’altra mia cugina sono riuscito a spruzzare di vino rosso una tela che le avevano regalato per le nozze appesa alla parete. Vado oltre i principi della fisica. Una libreria di testi antichi a casa di un docente universitario di Firenze inondata sempre di vino rosso... uno sfacelo... ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo.
Ritornando alla cugina sopra, a breve andremo insieme in Giappone dove la seguirò a pranzi e cene d’affari con gli omini gialli, che, si sa, ci tengono particolarmente alla forma e per giunta usano le bacchette. È molto preoccupata. E forse anche un po’ pentita di avermi chiesto di accompagnarla.



*Body’s in trouble – Mary Margaret O’Hara




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23 maggio 2007

Sintomatologia riconosciuta, posologia ignota. Sorridendo

Dopo oltre quattro anni di bloggheraggio – sì, iniziai quando nel Cannocchiale si era davvero in quattro gatti – era da un po’ che volevo scrivere di un inconveniente, diciamo di un accidente, che ha influenzato codesto blog sempre più. Poi scopro che x§° mi ha tolto letteralmente le parole da sotto i polpastrelli, e che quindi questo mio inconveniente è male comune.
Personalità Confusa è senza dubbio uno dei blog a cui sono più affezionato. Un po’ perché contenuti e stile mi piacciono tantissimo, un po’ perché sono un sentimentale, e il suo blog lo seguo fin dall’inizio. Bè, con la crescita esponenziale dell’universo blog e internet in generale, non ho più il tempo di andarmi a leggere quotidianamente ciò che x§° scrive. Ma rimedio con delle scorpacciate periodiche. Mi segno l’ultimo post che mi ero letto e mi vado a rimpinzare di quanto ha scritto da quel punto in poi. Ha sempre quello stile diretto, a volte tagliente, di sempre. Però la sensazione che provo leggendo la sua produzione più recente è di una sorta di raffreddamento, di forzato contenimento.
La bellezza, la libertà dello strumento blog (soprattutto di quei blog con preponderante taglio personale) risiede, a mio modo di vedere, principalmente nell’anonimato che esso offre. Anonimato che, inevitabilmente, se si è un minimo letti, via via va scemando. L’ho perso io, conoscendo personalmente altri blogger e pian piano facendo trapelare con amici e colleghi l’esistenza di questo blog, figuriamoci x§° che ha visto buona parte del suo blog stampato, edito e pubblicato. All’inizio c’erano lettori che addirittura erano incerti se fosse uomo o donna. Ma siamo umani, e credo che anche il più attento a non farsi scoprire dopo un po’ ceda. E sono convinto che anche x§°, pur nel suo essere originale e schivo, quando gli hanno pubblicato un volume di raccolta dei suoi post un brindisi nei dintorni di Lambrate con i suoi amici se lo sarà fatto. E da qui l’accidente...che ben descrive in questo post del 24 aprile.


L'ANNOSA QUESTIONE DELLE ANAMORFOSI CONICHE APPLICATA ALLA COSCIENZA DELL'AUTOREFERENZIALE OVVERO "MA DI CHE COSA PARLIAMO OGGI" (A SAPERLO, SIGNORA MIA, A SAPERLO)
Da qualche giorno non scrivo qui e penso di doverti una spiegazione. No, la salute tutto bene, per carità. E' che mi è venuto il blocco dello scrittore. Sì vabbè, scrittore nel mio caso è un termine un po’ forte, diciamo che mi è venuto il blocco e basta. Motivo? E’ presto detto.
Proprio oggi avevo appena finito di scrivere un buon pezzullo ispirato a certe vicende familiari - un articoletto sapido parasociologico e molto autoironico - quando ho scoperto che tra i miei parenti si era sparsa la voce: non solo da tempo sanno dell’esistenza di questo sito, ma lo leggono pure, gli impuniti, forse per sapere cosa penso di loro e riprendermi in privato (“ma perché hai raccontato di me e non di lui”, “ma non è vero che…” eccetera). Perciò dopo tutta quella fatica ho dovuto cestinare tutto.
Ma non mi son dato per vinto: di buona lena e di pennello ho composto una nuova magnifica, divertentissima prosa: questa volta il tema erano i miei colleghi d’ufficio – un articoluzzo allo stesso tempo lieve e divertente (e per nulla offensivo, tengo a precisarlo) - dicevo: avevo già corretto ortografia e punteggiatura ed ero pronto a pubblicare allorché dalla scrivania di fronte mi si informava che oltre ai parenti anche i colleghi d’ufficio leggono questo sito, e lo commentano tra loro alla macchinetta del caffè. (“Hai visto che coso ieri sul suo comesichiama sul suo sito ha parlato di me, di te invece non parla mai gne gne" e così via). Al fine di evitare imbarazzi, ho dovuto cancellare e ricominciare daccapo con un’altra materia.
Ho quindi avuto la bella pensata di scrivere un pezzullo su certi miei amici, i quali tuttavia mi hanno subito telefonato per far sapere che anche loro lo avrebbero letto, e perciò l’ho cestinato per passare ad altri trafiletti ove trattavo prima dei vicini di casa, poi della signora dello stabile di fronte e infine del panettiere all’angolo, tutti signori molto gentili che si sono precipitati a comunicarmi che certo, avrebbero letto quel che si sarebbe scritto di loro e che di volta in volta si sarebbero sentiti offesi o lusingati.
Insomma, qui non posso più parlare di nulla senza che l’argomento stesso in persona non venga a leggere. Ragion per cui da oggi in avanti da queste parti si discuterà solo di soggetti immaginari (alieni, divinità, personaggi storici mai esistiti) o incapaci di leggere (defunti, animali, conchiglie, licheni). Mi spiace. Magari è un bene.

Personalità Confusa


Quando aprii questo blog, eliminai addirittura il link di default “scrivimi” con il mio indirizzo mail. Dopo circa un anno e mezzo infilai la mia mail in modo discreto, lì a sinistra, sotto l’elenco de “il peggio”. Un peccato di gola che mi ha regalato tante soddisfazioni e soprese, è vero. Ma che mi è anche costato caro sotto altri punti di vista.
Insomma, è sempre più difficile, soprattutto per un blog come questo, puro diario on line, continuare a scrivere di ciò che mi capita nello stesso modo con cui avevo inziato. Perché, appunto, capita sempre più facilmente che “l’argomento del post stesso in persona venga a leggere”.
Oggi, per esempio, avrei scritto di lei che mangia il gelato usando un chupa-chups anziché un cucchiaio per raccogliere l’amato alimento dalla vaschetta. Sensualità allo stato puro. Però non posso scendere in particolari, descrivere lei o le mie sensazioni, proprio non posso, per una questione di rispetto e della famigerata privacy, e allora meglio tralasciare.
Diciamo che abbiamo individuato il problema. Come direbbero negli istituti di ricerca, “abbiamo individuato il virus”. E, come direbbe x§°, “son cose”. Ora tutto sta nel trovare il rimedio (che non è certo quello di aprire un altro blog. Lo stile, consentitemi la sborosità, che piaccia o non piaccia, c’è. E mi si beccherebbe in un batter d’occhio. Già comprovato...).
Nel frattempo, come dico sempre, bisogna avere “spalle larghe”. E io, nel mio piccolo, ce le ho.
Mi appoggio al bancone, ordino un gintonic, mi guardo attorno e sorrido.



*Desafinado –Stan Getz




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22 maggio 2007

Elisa si è sposata

“cazzo cazzo cazzo”, sì proprio come Grant in Quattro matrimoni e un funerale. Sono già le quattro passate e io sto ancora vagando a bordo della bombaycar, ormai sempre più un rottame, nel labirinto di villaggi brianzoli in cerca della chiesa, mentre l’inizio della cerimonia è fissato per le quattro. Confido nel tradizionale protagonismo femminile che le porta a giungere all’altare sempre in ritardo. Infatti, quando arrivo, della sposa ancora nessuna traccia. Ma la scena che mi trovo davanti quando entro nel santuario è davvero simile a quella del film: uno stuolo di cappellini di tutte le forme e colori. Metà degli invitati sono inglesi. Lo sposo è inglese. Ed è lì, in piedi accanto all’altare, che attende l’arrivo di Elisa. Percorro la navata centrale, lo raggiungo, lo bacio e l’abbraccio, “in bocca al lupo”, e prendo posto.
Dopo un po’ fa il suo ingresso la damigella, il quartetto d’archi attacca con la marcia nuziale, ed ecco comparire Elisa accompagnata dal padre. Fitta alla pancia e occhi lucidi. Pensavo di arrivare preparato, freddo. E invece quando me la vedo, così, tutta in bianco, in lungo, col velo, l’emozione ha il sopravvento. “cazzo cazzo cazzo”. Mi scorre davanti una bella porzione di vita. Devo ancora capire se la malinconia cronica di cui sono affetto si può curare, magari mi faccio trapiantare un cuore di babbuino, chissà. La cerimonia si svolge in doppia lingua, Elisa recita le formule in inglese, lo sposo in italiano.
Dopo che tutto è compiuto, sul sagrato della chiesa, comincio a salutare, baciare e abbracciare persone che non vedevo da dieci anni e più. Chi si è sposato, chi porta visibilmente addosso lo scorrere del tempo, chi sfoggia un pancione custode di nuova vita. Ma, pare proprio, tutti molto felici di rivedermi. Foto di gruppo e poi tutti nella villa settecentesca a festeggiare fino a notte fonda.
Qui potrei descrivere tante cose. I negroni al tramonto; una sequenza di foto meravigliose scattate furtivamente alla sposa e me mentre parliamo emozionati in disparte in giardino; i ringraziamenti al sottoscritto da parte dello sposo durante il suo discorso (l’ultimo dopo quello del padre della sposa e del testimone, tutti molto british e divertenti) per aver organizzato e scelto tutta la musica che ha accompagnato cerimonia e aperitivo a cui seguono gli applausi degli invitati e io a prodigarmi in inchini a destra e sinistra (e fatemi vivere sto momento di gloria...); il delirio bilingue durante la cena che aumentava proporzionalmente al vino che instancabile continuavo a versare nei bicchieri di tutti; le ragazze belle; una passeggiata tra gli alberi al chiaro di luna a braccetto con una di loro; le danze; il barista che ho istruito in un batter d’occhio, e non appena gli comparivo davanti preparava lesto un gintonic senza che proferissi parola alcuna; il vestito rosso che Elisa ha indossato a mezzanotte.
Ma quello che mi rimarrà davvero dentro per sempre è un momento preciso. Come per incanto mi ritrovo solo con gli sposi. È tardi, parecchio, e gli invitati sono andati via tutti. E io sto lì col bicchiere tra le mani, il completo sgualcito, la cravatta a farmi da sciarpa. Cazzo, com’è difficile andarsene. La coppia mi saluta rimanendo abbracciata, sulla soglia di questa villa del Piermarini, l’architetto della Scala. Li bacio e mi scosto da loro di un metro. Alzo il calice verso le stelle e gli dedico l’ultimo brindisi. Non è l’alcol che ho bevuto, sono davvero commosso. E loro pure. Mi giro e m’incammino solitario per attraversare questo giardino all’italiana alla volta del parcheggio. E li sento dietro a me, che mi guardano sparire nell’oscurità. Elisa si è sposata.



*Gabriel’s oboe – Ennio Morricone




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21 maggio 2007

arrivato!

Introvabile in Italia, ho dovuto ordinarlo in Inghilterra, e ora, dopo una lunga attesa, eccolo qui.
La straordinaria voce di Mary Margaret risuonerà per casa per molte ore a venire. Contento come un pupo a Natale.



*Keeping you in mind – Mary Margaret O’Hara




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19 maggio 2007

3-1

E se Spithill non avesse fatto quella sciagurata e assurda poppa in gara due saremmo sul quattro a zero. Il ragazzo, vero e proprio artista in fase di partenza, deve imparare a gestire. Puoi essere convinto di riempire al massimo le tue vele di vento, ma se di là ce n’è di più non ci sono cazzi. Negli ultimi due scontri ha dimostrato volontà. Volontà di piegare quella sensazione di onnipotenza che spietatamente ti prende quando afferri un timone in mare, ma che non è proprio faccenda umana. E anzi spesso ti scava la fossa.
Mandare a casa Oracle, i favoriti, al più presto.
E che Eolo sia con noi. Che ti porterei in mezzo al mare.



*Someday we’ll all be free – Donny Hathaway




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15 maggio 2007

solamente col vento

Con un temporale come quello sopra Milano adesso, Marco e io ci scambiavamo subito uno sguardo d’intesa smanioso sorridendo, “si va?”. Quindi scivolavamo via furtivamente dagli altri per recarci alla spiaggia a sud. Armavamo in tutta fretta il suo hobie cat e si usciva in mare. Il resto erano raffiche, secchiate salate e dolci in faccia, salti da stomaco in gola. E tante, tante urla di eccitazione totale a ogni onda.
La birra che bevavamo una volta rientrati, dopo esserci sorbiti gli aspri rimproveri di parenti, amici e tipi del circolo nautico, aveva un sapore unico. Guardavamo l’orizzonte ancora nero increspato di bianco e pensavamo “noi eravamo lì”.



*Free Bird - Lynyrd Skynyrd




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13 maggio 2007

visceralmente romagnolo

“io me la scento addosso la primavera”



*La Gradisca e il principe – Nino Rota




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11 maggio 2007

1978

Ha ragione Moravia: in Italia, la famiglia spiega tutto, giustifica tutto, è tutto. Come diceva Lincoln per la democrazia: dalla famiglia, per la famiglia, alla famiglia. E dunque per sopravanzare le ragioni della famiglia Moro, per annientarle – poiché in quanto famiglia di ragioni ne ha – non c’è niente di meglio che servirle un certo numero di famiglie già in lutto, e quanto meno le cinque di coloro che facevano scorta all’onorevole Moro. Una ulteriore e più libera traduzione della nota [del governo, ndb], e più realistica, suonerebbe dunque così: “Il governo, altrimenti impotente, può mostrare la sua forza, e in qualche modo attenuare le critiche e i risentimenti che alla sua impotenza si rivolgono, soltanto lasciando che le Brigate rosse procedano a una soluzione egualitaria del caso Moro. Se poi l’Innominato che le comanda sarà, per le preghiere del Santo Padre, toccato dalla Grazia come l’Innominato del Manzoni, il governo non potrà che dirsi lieto della restituzione alla famiglia dell’onorevole Moro”.

Leonardo Sciascia


*23 – Blonde Redhead




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10 maggio 2007

sogni di bar

Ieri sera mi è toccato intervistare un barista, o meglio, il proprietario di un bar. Che poi chiamarlo bar è davvero riduttivo, tanto è bello.
Comunque, chiacchiera che ti richiacchiera di locali notturni di Milano di oggi e di ieri, gestori, cocktail, arredamenti, aperitivi, musica e via dicendo, a un certo punto si ferma e mi fa: “ma tu quanti anni hai, scusa?”, “trentaquattro, perché?”, “hai iniziato presto allora....complimenti, hai davvero una conoscenza sterminata sull’argomento”.
Mi piacerebbe aprire un bar tutto mio. Sceglierei personalmente tutto, dai bicchieri alla musica, fino alle cameriere. Poi, uscito l’ultimo cliente, spente le luci dell’insegna, mi siederei da solo al mio tavolo con una bottiglia di Caolilla, sigaretta tra le dita e ti penserei. “In tanti locali del mondo doveva venire proprio nel mio?”. Perché comunque, tu, nel mio bar, ci tornerai, anche se non sono Bogart.



*As time goes by – Billie Holiday




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8 maggio 2007

Dieci anni di giornalismo

E così sono esattamente dieci anni che campo di giornalismo. Avrei voluto diventare un giornalista da prima linea, un testimone della più grande sciagura umana: la guerra. Quelle poche volte che son riuscito a farlo mi ha riempito l’anima come poche altre cose al mondo. Qualcosa per cui vale davvero la pena vivere, come i suoi occhi. Purtroppo così non sta andando (tempo presente, i sogni non muoiono mai...). Un po’ per ostacoli esterni troppo grandi per me, e un po’ per colpa del sottoscritto, che spesso e volentieri si lascia trasportare alla deriva dai frangenti che la vita di volta in volta gli offre. Nessun rimpianto però. Come uso dire, sono uno scribacchino marchettaro, ma non per i poteri forti, non politico. Quello mai.
In questi dieci anni però un’idea del giornalismo me la sono fatta. E corrisponde appieno alla definizione che ne dà Amira Hass, che sotto riporto nelle parole di Robert Fisk, il più grande corrispondente di guerra vivente.
Parole che dedico a tutti quei “soldati dell’informazione” caduti in battaglia. A tutti quelli che continuano a combattere. E a tutti coloro che, esercitando questa professione, invece che “monitorare i centri del potere” ne diventano portavoce. Troppi.


Immagino che, in fondo, noi giornalisti cerchiamo – o dovremmo cercare – di essere i primi testimoni imparziali della storia. Se mai abbiamo una ragione di esistere, dev’essere almeno quella di raccontare la storia mentre accade, affinché nessuna possa dire: “Non sapevamo – nessuno ce lo aveva detto”. Due anni fa ho parlato di questo con Amira Hass, la brillante giornalista israeliana di Ha’aretz i cui reportage sui territori palestinesi occupati superano qualsiasi altra cosa mai scritta da un giornalista non israeliano. Io insistevo nel dire che il nostro compito era quello di scrivere le prime pagine della storia, ma lei mi ha interrotto. “No, Robert, ti sbagli” ha detto. “Il nostro scopo è quello di monitorare i centri del potere”. E penso che questa sia la migliore definizione di giornalismo che abbia mai sentito. Sfidare l’autorità – qualsiasi autorità – soprattutto quando i governi e i politici ci trascinano in guerra, quando decidono che loro uccideranno e altri moriranno.

Robert Fisk


*First circle – Pat Metheny




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7 maggio 2007

Infinito al super

Col cestello pieno delle solite cibarie con cui mi sto lentamente devastando il fegato mi appropinquo alla cassa del piccolo supermercato di quartiere. La cassiera inizia a registrare i codici a barre dei prodotti salutandomi con il sorriso gentile di sempre. Mi sposto alla fine della cassa per cominciare a riporre la spesa nei sacchetti. Mi ritrovo accanto una coppia molto anziana, che ha appena terminato di riempire le loro sporte. L’uomo, con il capo ritmicamente scosso da un fremito continuo, comincia a prendere anche la mia pancetta, il mio salame e li infila nei suoi sacchetti. Interviene sua moglie: “no, Valter, questi no, questi sono del signore”. Mentre la donna toglie dal sacchetto le mie cose e me le porge, mi chiede scusa. Le rivolgo un lieve sorriso “non c’è problema signora”. Ma Valter non capisce, ha lo sguardo smarrito, protesta sbofonchiando impercettibilmente, sempre con quel tremito nel corpo. Afferra la mia bottiglia di latte e rimane immobile. La moglie allora gli posa dolcemente la mano sul polso. Gli si fa più vicino. “Valter, questo non è nostro, è del signore. Valter, non è nostro”. Prima che Valter molli la presa dalla bottiglia trascorre un tempo che sembra interminabile. L’infinito di un amore, fatto di una vita insieme, e dell’assurda caducità delle cose umane. Senza sua moglie Valter sarebbe perduto. Un po' come me senza te.
Saluto ed esco. Ma non vado a casa, no, non ce la faccio. Devio verso il bar. “Un daiquiri al limone per favore”. E chissenefrega che è mattina e che i surgelati andranno a puttane.


*What is this thing called love – Billie Holiday




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5 maggio 2007

To cry about

Take a walk
Take a walk
Take a walk
Take a walk

You take a walk
I'm by your side
take my life, I'll give you mine
You, you give me something
to cry about

You're in my heart
I'm in your hand
You drop me off
I miss you and you
You give me something to cry about

Oh, in a pinch you listen to me
You are any scene wants to see
to see
There will be a timed disaster
There's no you in my hereafter
I still feel for you after you go
You, you know better than to cry
Cry about

You're in my heart
I'm in your hand
You drop me off
I miss you and, oh you
You give me something

Oh, this is your art
This is you and
You pick up your cross
Strike up the band

I still fall for you after you go
And you, you know better than to cry
Cry about
Cry about
Cry about


Mary Margaret O'Hara*




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4 maggio 2007

“Il futuro è adesso, e noi l’abbiamo già vissuto”

Inseguo i miei sogni assurdi come Frank Bullit inseguiva i cattivi per le strade di San Francisco.
Mi manca la Mustang però.



*Luna nella giungla - Malfunk




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