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31 luglio 2006

Saluti con un no.

Negli ultimi tempi ho scritto qui ben poco di quanto avrei voluto. C’est la vie.
Ora finalmente parto per raggiungere il mare. Nuotare serve, oltre che al fisico anche per riflettere, capire. E a me, per fortuna, nuotare piace molto, quanto mangiare, bere, dormire, le donne, leggere e, appunto, scrivere.

a presto


Filosofia del rifiuto
Agire come Bartleby lo scrivano (e se non avete letto Melville, direi che è il momento di rimediare, ndb). Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell’individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alla lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l’amore alla guerra, perché anche l’amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficai di milioni di no in gruppo.
Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda biancha sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo.
Diario degli errori; Ennio Flaiano


*Preludi – C.Debussy




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30 luglio 2006

Israele criminale

Sono almeno 55 i morti nel bombardamento di una palazzina nel villaggio meridionale libanese di Cana, secondo quanto riferisce l'emittente tv araba Al Jazira. Tra le vittime ci sono 22 bambini. L'attacco, ha detto un testimone, è stato compiuto attorno l'una di notte, ma non è stato possibile raggiungere il palazzo distrutto fino al mattino a causa del perdurare dei bombardamenti.
Il primo ministro libanese Fuad Siniora ha chiesto oggi una «tregua immediata e incondizionata» dopo aver appreso del bombardamento di Cana. Siniora ha definito Israele «criminale di guerra» e ha aggiunto che non parteciperà a nessun negoziato se non ci ci sarà un cessate il fuoco. In una conferenza stampa convocata d'urgenza il primo ministro libanese Siniora, accanto al quale era il presidente del parlamento, Nabih Berri, ha detto di voler «lanciare un grido molto forte a tutti i libanesi, tutti gli arabi e tutto il mondo perchè stiano al nostro fianco di fronte ai criminali di guerra israeliani». «La continuazione dell'aggressione israeliana - ha aggiunto Siniora - non spezzerà la nostra fermezza. In questo momento qualsiasi discorso diverso dal cessate il fuoco non è accettabile».

Come si fa a rimanere ragionevoli di fronte a certe nefandezze? Perché non prendere decisioni forti? Consideriamo Hezbollah dei terroristi, bene. Perché non lo stato d’Israele? Perché non ritiriamo tutti i nostri diplomatici dallo stato del popolo di Abramo che rifiuta qualsiasi proposta di cessare il fuoco? Come si fa ad appoggiare la condotta degli Stati Uniti che concede ancora 10 giorni a Israele per “terminare le operazioni”?

Davanti a tanto orrore mi va il sangue alla testa, monta una rabbia indicibile. Siccome il nostro governucolo non farà niente di tutto ciò che ho scritto sopra, siccome le vie razionali sembrano essere state definitivamente messe da parte, perdo qualsiasi barlume di equilibrio, mi trasformo anch’io in un animale, violento e smanioso di sangue. E riesco solamente a invocare vendetta. Vendetta. Vendetta. Vendetta.



*“Sì, vendetta, tremenda vendetta”, Rigoletto – G.Verdi




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28 luglio 2006

bar

Spento il neon blu dell’insegna, il bancone tirato a lucido, le bottiglie ben allineate davanti lo specchio. Si è fatto tardi, e neanche stasera sei tornata da me.
Il tuo bicchiere è sempre lì, pieno del tuo ultimo sguardo, e vuoto di me.



*For you, for me, forevermore – The modern jazz quartet




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27 luglio 2006

Roma, fallimento storico

Che la comunità internazionale volesse inviare aiuti alla popolazione sofferente del Libano del sud e collocare una forza di pace sul confine con Israele, lo sapevamo già.
L’urgenza, ora, è una sola: un cessate il fuoco immediato con conseguente scambio di prigionieri.
Ma a parte il tiratissimo Siniora, premier libanese, che ha fatto dichiarazioni dure e concrete, gli altri tre relatori alla conferenza stampa finale, il mastino statunitense Rice, il penoso Annan e l’attore di fiction D’Alema (qualcuno gli deve spiegare che non siamo dentro un film, tenesse un contegno dignitoso e non recitasse come su un set) hanno comunicato al mondo solamente aria fritta.

E stamane si legge:
Israele ritiene di aver ricevuto l'"autorizzazione" a portare avanti la sua offensiva in Libano dalla Conferenza internazionale di Roma, conclusasi senza un accordo sulla richiesta di un cessate il fuoco. Lo ha affermato oggi il ministro israeliano della Giustizia di Gerusalemme, Haim Ramon.

L’incursione nella striscia di Gaza delle truppe israeliane ieri è costata la vita a 24 palestinesi, tra cui tre bambine.

In queste ore, onorevole D’Alema, persone innocenti continuano a morire, perdono la propria casa, i campi coltivati, la dignità. Abbia la decenza di sorridere un po’ di meno, e di non annunciare successi diplomatici per dar lustro al suo mandato laddove ci sono solamente clamorosi fallimenti.



*Soft winds – The Red Garland quintet




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26 luglio 2006

*Imagine d’indulto

Posologia: da cantare dopo l’assunzione di una dozzina di bombaytonic e una mezza dozzina di shot di tequila. Un po’ per ottenere l’adeguata intonazione, un po’ per non pensare a tutto ’sto schifo.


"Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell'indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi".
(Pierluigi Mantini, Margherita-Ulivo, Ansa, 20 luglio 2006).


Immagina di svegliartiiii
e uscire fischiettando
poi incontri Previti dal macellaio
ti piglia un gran singulto
pensi “io sto sognandoooo”
e invece è l’indultooooo

Immagina che ti abbian dettoooo
nelle carceri si sta stretto
è una questione di umanità
dobbiamo pure liberààà
eppure tuuuu lo saiiiii
Previti in cella non c’è stato maiiiiii

allora io mi chiedo schifato
che spazio mai si faràààà?
potevate svuotare S.Vittoreee
e mandarli tutti a casa di Cesaroneeeee

Immagina che i nostri denari
anziché pagar i soldati a Kabuuul
li spendavaaamo per costruireee
le nuove gabbie per sti maiali
Immagina una cenaaaa
Previti, Prodi e Mastellaaaaaaa
(eco1: dio che male alle budellaaaaaa)
(eco2: manca solo Pecorellaaaa???)

Tu puoi darmi del coglioneeee
perché annullai lo schedoneee
ma spero un giorno faccian tutti come meee
perchè nel mio cuulo non entra ormai più nienteeee


(John, se puoi, perdonami)




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24 luglio 2006

Del marketing e delle pene. Da Chinatown (con banner)

Clicco, giro, leggo. Da più parti in questi ultimi giorni si levano nel cyberspazio cannocchialesco post d’indignazione contro l’introduzione di banner pubblicitari sia in home page sia nei singoli blog sia nello spazio dei commenti.
Il mio parere è: ma chissenefrega. Questi banner non sono certamente invasivi per quanto riguarda lo spazio occupato, insomma, sono davvero piccini (tanto che se io fossi l’inserzionista un po’ mi girerebbero le palle). E se questo è il prezzo (in senso di sopportazione) che io devo pagare per poter aprire un blog gratuitamente e pubblicare, nel senso più vasto - cioè mi può leggere davvero chiunque su questo pianeta e chissà, forse pure da Marte - in totale libertà quello che penso…bè…ripeto: chissenefrega.
E poi non ditemi che per i vostri acquisti o anche solo per informarvi sui costi di beni e servizi, voi, proprio voi che avete un blog e quindi state ore su internet, non ricorrete proprio alla rete. Di conseguenza può capitare che un giorno il contenuto di quei banner possa giungervi davanti agli occhi proprio a fagiuolo in base all’esigenza del momento. Al che il banner-pubblicità diventa un servizio all’utenza.
Qui in Chinatown il pensiero vola subito ai blogger dell’immensa potenza cinese. Da quelle parti puoi aprirti un blog, certo, ma devi stare ben attento a quello che scrivi. Poi, addirittura, certe cose non le puoi materialmente scrivere, come se digitare sulla tastiera di seguito alcune lettere per comporre cose tipo “Tibet libero” fosse proprio impossibile nella pratica.
Io prima di scagliarmi contro la scelta de Il Cannocchiale di tentare di vendere spazi pubblicitari all’interno della sua piattaforma per mantenere la gratuicità di questo splendido mezzo di comunicazione e libertà, m’incazzerei con Google, Microsoft e Yahoo che in combutta col governo cinese rendono possibile la censura nei confronti dei piccoli blogger dagli occhi a mandorla. Nei pressi della grande muraglia il sottoscritto sarebbe già in gattabuia da un pezzo e il partito avrebbe ordinato di buttare la chiave.
Qui a Chinatown, insomma, la pubblicità non ci scompone. Le nuove insegne in alfabeto cinese non mi costringono mica a pranzare tutti i giorni nei loro ristoranti. Esiste il libero arbitrio. Mentre proprio grazie alla pubblicità tabellare ho scoperto che i simpatici gialli hanno aperto nel quartiere un centro massaggi: 20 euro per 45 minuti di libidine. Sono già cliente fisso.
Rimane nel sottoscritto un velo di tristezza nel constatare come questa storia dei banner abbia turbato gli animi di cotanti blogger, mentre l’introduzione tempo fa della bleclist (contro cui sì mi scagliai con inaudita violenza), strumento di censura a uso e consumo del singolo blogger, non sollevò altrettanta indignazione.

Immancabile banner a chiosa:

blogger della chinatown milanese, impossibilitato a esercitare professione giornalistica causa nepotismo e politicizzazione governante il settore, si propone come baby sitter per racimolare denaro per finanziare viaggi in paesi sotto stress. Grazie a costante alito al gusto di gin, si assicura veloce addormentamento del pupo per almeno una decina di ore. Astenersi donne-madri-single in cerca di cazzo facile.



*Bollicine – Vasco Rossi




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19 luglio 2006

Gin, il mio nuovo coinquilino

Sostanzialmente mangia, beve, piscia, caca e soprattutto dorme.
Poi, alla sera, dopocena, comodamente seduti in poltrona uno di fronte all’altro, mentre io sorseggio un gintonic e lui si fuma lentamente il suo sigaro, discorriamo a lungo di geopolitica, letteratura e donne.
Ora devo solamente fargli capire che non può trascorrere intere ore sul davanzale della finestra piegliando per il culo i cinesi dabbasso col suo miagolio strafottente. Insomma, ne va della sua incolumità.



*Macavity: the mistery cat - Andrew Lloyd Webber




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18 luglio 2006

Hezbollah

Guardando le immagini dei bombardamenti israeliani su Beirut, a occhio e croce l’edificio dove mi accolse Mohamad Kourasani, dirigente di Hezbollah, oggi non è più in piedi. Esaminando le foto che arrivano in queste ore dal quartiere sciita Haret Hreik riconosco a fatica tra le macerie scorci, angoli, monconi di case. Palazzi che, oltre a vari uffici del movimento guidato da Nasrallah, ospitavano centinaia di famiglie.
Ricordo che entrare in contatto con Hezbollah non fu affatto semplice. Dopo aver tessuto una rete di contatti che mi avvicinassero all’obiettivo, una volta arrivato a Beirut dovetti superare vari incontri prima di trovarmi faccia a faccia con l’interlocutore desiderato. La prima volta che feci il mio ingresso in una delle sedi Hezbollah fu per conoscere quello che definirei l’addetto stampa, il responsabile delle relazioni esterne del gruppo. Dopo varie telefonate e spostamenti con individui sconosciuti da un palazzo all’altro, uomini in divisa nera con kalashnikov scortano me e la ragazza che mi accompagna per la traduzione dentro a un ufficio al quarto piano di un palazzo circondato da posti di blocco, sbarre e uomini armati. Un lungo corridoio, con pareti tappezzate di foto della moschea di AlAqsa di Gerusalemme, Khomeini, martiri, pistole posate sui tavoli delle stanze in cui butto l’occhio passando. Mi trovo davanti un uomo di mezza età, prestante, con sguardo tagliente e diffidente. Seduti alla sua scrivania parte con un interrogatorio molto simile a quello che già mi fecero tempo addietro all’università di Gaza. Una piccola telecamera all’angolo del soffitto riprende tutto. Joanna, ragazza libanese che parla correttamente cinque lingue, non deve spiaccicare parola, il nostro pierre parla un ottimo inglese e non intende rivolgerle la parola.
Il primo ostacolo è fargli superare l’incredulità e la conseguentte diffidenza per il fatto che non mi trovassi lì inviato da alcuna testata giornalistica. “Sono un giornalista, ma libero, freelance come si dice”. “E stai pagando tutto tu per stare qui?”. “Sì, anche lei – indicando Joanna seduta accanto a me”. “E perché?”. “Perché voglio capire, sono maledettamente curioso, tutto qua”.
Prende il mio passaporto e il mio tesserino professionale, chiama un inserviente e gli chiede di fotocopiarli. “Ci vorrà un po’ di tempo per controllare la tua identità. Tra qualche giorno ti richiamo e ti so dire. Nel frattempo, ti avviso, sappi che verificheremo dove alloggi e controlleremo i tuoi spostamenti. È la prassi”. Aspettando che tornino i miei documenti parliamo della situazione politica in Italia e di giornalismo, dice che gli piace quello che scrive Robert Fisk e gli rispondo che è in assoluto uno dei miei cronisti preferiti.

Due giorni dopo mi telefona “ci vediamo oggi pomeriggio”.
Il secondo incontro è più veloce del primo e attorno mi sembra di vedere anche meno armi, ma forse è solo una sensazione e io mi sto semplicemente abituando. Dice che hanno fatto i loro controlli, che gli risulta che sono stato a Gaza nel 2003 (Hamas e Hezbollah hanno un fitto scambio di database) e che l’intervista si può fare. Però non mi dice né dove né quando. Me lo farà sapere.

Dopo tre giorni finalmente il via libera.
Oserei definire il modo in cui mi fanno arrivare alla sede Hezbollah preposta per l’intervista buffo e inquietante allo stesso tempo. Prima Joanna e io ci incontriamo con un uomo di fronte a un portone di un palazzo. Questi ci dice di salire e suonare alla porta al quarto piano, ma lui non viene con noi. Arrivati al quarto piano non ci aprono, ma una voce femminile da dietro la porta ci dice di scendere al secondo piano e suonare. Dopo aver suonato al secondo piano, sempre una voce da dietro la porta ci dice di uscire dal palazzo. Sul pianerottolo nella semioscurità guardo Joanna e scoppio a ridere, perché sono un po’ pirla, mentre lei ha chiaramente l’espressione tesa. Una volta usciti veniamo presi in consegna da un altro uomo, diverso dal primo che avevamo incontrato, che ci accompagna a un posto di blocco della milizia. Il militare in divisa nera telefona e avverte del nostro arrivo. Arriva un altro uomo al di là della sbarra e ci accompagna all’interno di un edificio tanto fatiscente all’esterno quanto pulito, illuminato e adorno al suo interno.
Ci fanno accomodare in una grande sala con poltrone collocate lungo tutto il suo perimetro. Nel mezzo due tavolini in vetro. Attendiamo una decina di minuti, poi due uomini aprono le porte a vetro della sala e il notabile sciita fa il suo ingresso.
Quello che mi trovo davanti è un uomo di circa sessantanni, Corano alla mano, fiero nel portamento, ma con uno sguardo all’apparenza da bonaccione, da nonno. Ci portano del tè.
Parto con le domande. Gli chiedo commenti sulla vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi appena tre giorni prima, della situazione dei profughi nel sud del Libano, degli obiettivi di Hezbollah e dei loro rapporti con Siria e Iran. Poi cerco di farmi spiegare come giustificano il ricorso a pratiche terroristiche. Il mio interlocutore risponde sempre garbatamente guardandomi negli occhi, come se Joanna accanto a me - che è quella che parla più di tutti - non esistesse. Sapevo già quale sarebbe stata la sua risposta a riguardo, e tento di incalzarlo, non sono soddisfatto. Lui s’innervosisce, ribadisce il valore della lotta di Hezbollah contro Israele, stato terrorista, fa il confronto con il terrorismo applicato da AlQaeda, mirato secondo lui unicamente a destabilizzare, mentre il loro, dice, persegue obiettivi precisi e tangibili. Non mi basta, insisto e sottolineo la ben poca diversità tra gli effetti dell’uno e dell’altro per quanto riguarda vigliaccheria e sangue. Per la prima volta alza la voce. Joanna è nervosa, mi dice che devo cambiare argomento, altrimenti lei non traduce più. Allora alzo la voce anch’io, incitandola a tradurre senza tante storie, che la pago fior di quattrini per questo.


Non voglio esprimere giudizi sui contenuti delle risposte che mi diede, soprattutto in queste ore drammatiche, difatti non le riporto nemmeno. Ricordo però la netta sensazione di morte che mi avvolgeva mentre mi trovavo in mezzo a quelle persone. Esattamente lo stesso culto ossessivo e marziale della morte che ho sempre pensato dovesse contraddistinguere la Repubblica di Salò.
Rimango convinto che con queste persone l’uso della violenza sia quantomai controproducente. Il sangue versato dalla loro gente sotto le bombe di Israele in questi giorni non fa altro che alimentare l’odio che nutrono nei confronti dello stato che per loro non ha nemmeno diritto di esistere. E l’odio – ripeto: giusto o ingiusto che sia - è la loro linfa vitale, da trasmettere di generazione in generazione, di quartiere in quartiere.
Con la spietata reazione di questi giorni sul territorio libanese Israele non si sta avvicinando all’annientamento di Hezbollah, ma si sta assicurando l’esistenza di un acerrimo nemico pronto a tutto per la sua distruzione. Per molto, molto, molto tempo ancora.



*Purple rain - Prince


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17 luglio 2006

Israele dal Libano



sei mesi fa, in tempo di finta pace.


*Camminante - Vinicio Capossela




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13 luglio 2006

pioggia su Chinatown



*Hope she'll be happier with him - Bill Withers




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13 luglio 2006

Hezbollah e turisti

“La cattura dei soldati israeliani ha come obiettivo la liberazione di detenuti palestinesi in Israele”. È quanto ha detto il leader di Hezbollah, Nasrallah, durante una conferenza stampa a Beirut.
Il capo del partito di dio ha assicurato che i soldati israeliani “sono in un luogo sicuro e lontano”. “Il sequestro di soldati è un nostro diritto per ottenere la liberazione dei nostri connazionali prigionieri di Israele”, ha aggiunto Nasrallah. L’operazione militare, ha spiegato poi, “è stata preparata per cinque mesi”. Televideo Rai

Cristallino direi…

E la miriade di “personale di pace” Unifil stava a osservare.























*Star-Crossed Lovers - Duke Ellington




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11 luglio 2006

Enigmatici blocchi paterni

Da quando sono nato il mio vecchio mi ha insegnato tante cose, da come stampare una fotografia in bianco e nero a come costruire una perfetta bottiglia molotov (“mai lesinare sulla pece, si attacca ustionante sui corpi che è un piacere…”). Ma la sua principale peculiarità è certamente la viscerale passione per tutte quelle novità tecnologiche che nel corso dell’ultimo quarto di secolo hanno completamente rivoluzionato i nostri stili di vita.
Già più di dieci anni fa, quando io ancora corteggiavo la sua Lettera 22, cercava di spiegarmi e trasmettermi le incredibili potenzialità di internet, mentre è da tempo ormai che vive un fanciullesco delirio per macchine fotografiche e telecamere digitali. Le compra, le studia finché non ne ha il controllo completo, trascorre ore al computer per montare orrendi filmati delle cene di famiglia che poi masterizza e semina orgoglioso in giro come fossero copie clandestine del capolavoro inedito di Kubrik. È completamente innamorato del suo nuovo navigatore satellitare che utilizza anche per girare a Milano, nonostante conosca questa città a menadito da quasi sessantanni. Per non parlare dei telefoni cellulari. Mentre il sottoscritto non ha ancora capito come si spedisce un cazzo di emmemmesse, lui invia interi album fotografici, video scaricati chissà da dove e ha programmato l’orrendo mezzo di modo che emetta squilli personalizzati a seconda del chiamante: la colonna sonora di Profondo rosso quando lo chiama il suo capo, Allarmi! quando chiama l’azienda dove lavora, la colonna sonora di Mission Impossible quando chiamo io (le interpretazioni sulle motivazioni di questa scelta sono svariate…). Insomma, un povero pazzo.
Però, nonostante questo suo prolungato idillio con la tecnologia, ogni tanto ha dei vuoti di vero e proprio smarrimento. L’altro giorno ci siamo trovati di fronte a un citofono di ultima generazione, di quelli con una tastiera numerica e un piccolo schermo su cui ricercare il condomino al quale annunciarsi. Si è bloccato a fissare l’apparecchio nel panico più completo, manco si fosse trovato davanti un omino verde con le antenne in testa che gli rivelava come il futuro dell’universo sia rappresentato dal modello di comunismo marziano. Non aveva la più pallida idea di quali tasti dovesse spingere, di quale procedimento logico sottostasse dietro a quello sconosciuto marchingegno.
Alla fine si è spazientito, l’ha mandato affanculo, ha estratto il cellulare come Eastwood faceva con la sua colt e ha telefonato per farsi aprire. “Per fortuna che c’è la tecnologia!”. E già…


*Giovinezza – Marcello Manni




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10 luglio 2006

caput mundi



*Seven nation army - White Stripes




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7 luglio 2006

Questione di proporzioni

D’Alema, molto diplomaticamente, definisce “sproporzionato” l’attacco israeliano di questi giorni nella striscia di Gaza per costringere i palestinesi alla liberazione del caporale rapito il 25 giugno scorso.
Se potessi avere tra le mani per un paio d’ore quello scorfano del ministro degli esteri israeliano, signora Tzipi Livni, le darei io una spiegazione pratica e immediata delle proporzioni.
“Vede, signora, questa è una supposta e questo un palo della luce. Bene, ora procederò a dimostrarle la netta differenza di proporzioni tra i due oggetti in questione. No, non proverò ad accendere la supposta, si metta l’animo in pace…”


*Two 4 one - Malfunk




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4 luglio 2006

Spartizioni e ricordi

E così i parenti si contendono con lucidi calcoli quei pochi mobili, quadri e ammennicoli vari che adornavano l’ambiente in cui nonna ha vissuto. Io invece mi prendo il gatto.
Sarò alquanto banale, e forse pure un po’ ingenuo, ma quello che più m’importa sono le miriadi di ricordi che ho di quella donna. Insomma, a loro la “roba” a me le emozioni.
In questi ultimi giorni, mentre la morte si avvicinava inesorabilmente adulante al suo letto, ho continuato a riproporglieli quei ricordi, per tenerle attiva la mente, farla parlare e sorridere.
Di come da piccolo, al mare, la facevo disperare allontandomi sempre troppo verso il largo e lei sulla riva a sbracciarsi invano per farmi tornare un po’ più vicino.
E di quella volta che vennero alla Scala Salvatore Accardo e Bruno Canino. Avevo solamente undici anni ed ero assolutamente deciso ad assistere all’esecuzione delle sonate di Beethoven da parte di quei due geni della musica. I biglietti però erano tutti esauriti e c’era solo un modo per non perdere lo spettacolo, i posti in piedi del loggione. Nonna sapeva bene quale enorme sbattimento ciò comportasse, ma non fece una piega, e per accontentarmi mi accompagnò e stette con me in fila sotto il porticato del teatro fin dalle prime ore del mattino. Una volta aggiudicatici i biglietti, ci siamo presentati ai canonici appelli di conferma che si tengono ogni due ore nell’arco del giorno, fino a quello finale delle 19 prima di accedere alla parte più alta della sala del Piermarini.
La lunga giornata sacrificata per il nipote, però, non si concluse con lo scroscio di applausi ai due solisti al termine dell’esecuzione, no. Volevo assolutamente l’autografo dei due musicisti sullo spartito delle sonate che avevo portato meco. Sicché trascinai nonna, credo coi piedi ormai ridotti a due fette biscottate, fuori dal teatro, girammo l’angolo di via Filodrammatici e ci infilammo nell’entrata laterale riservata agli artisti. Qui aspettammo ancora un po’ di tempo finché i due uscirono. Soddisfatto ed emozionato io conquistai i miei due autografi e Bruno Canino fece il baciamano a nonna tutta sorridente.
Tornando a casa, in tram, nonna aveva l’espressione proprio soddisfatta. “Certo che da vicino – disse – Accardo è davvero un po’ grassoccio, mentre Canino è proprio un gentleman oltre che un gran bell’uomo”.
Nel corso degli anni nonna mi ha insegnato l’importanza del sorriso al di sopra di tutto, anche nei momenti più brutti della vita. Non costa niente e non fa mai male, diceva. Però, cazzo, quanto è difficile sorridere adesso.


*Andante con moto, Sinfonia N°5 – L.Van Beethoven




permalink | inviato da il 4/7/2006 alle 18:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


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