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31 maggio 2006

l’opposizione vincente

Volevano sbattere mia nonna in ospizio.
Ho fissato negli occhi i congiurati-parenti e con voce ferma e torva ho dichiarato: “avreste un problema in meno, certo, ma anche un problema in più: me”.
La lunga e assidua frequentazione che ho avuto lo scorso anno con nomadi serbo-kosovari ha indubbiamente esercitato le mie capacità minatorie. Se non mi han piegato gli zingari con litri e litri di alcol (ci vuole ben altro…) figuriamoci i parenti serpenti.
Nonostante fossi in netta minoranza ho avuto la meglio. E nonna rimane dov’è.


*Sei bellissima – Loredana Bertè




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29 maggio 2006

Gioie e dolori, con sandali greci

Dopo la soffertissima, e ripeto soffertissima, decisione di annullare la scheda alle scorse politiche, in occasione delle comunali oggi mi sono diretto al mio seggio in Chinatown, mi son tappato il naso per non sentire il cospicuo puzzo di merda, ho provveduto a farmi eseguire una veloce lobotomia per cancellare dalla mia memoria alcune dichiarazioni alquanto sconcertanti, e ho votato.
Ho votato per il candidato sindaco perdente.
Insomma, mai una gioia per il sottoscritto da questa politica infame…

Ieri sera, invece, ho riabbracciato dopo troppi anni un carissimo amico. Lui è un attore teatrale, saltimbanco, clown. Ci ha sputato sangue in questo mestiere, che finalmente adesso lo sta ripagando.
Lo conobbi durante uno dei miei viaggetti in solitaria per isole dell’Egeo talmente microscopiche che ci vuole la lente d’ingrandimento per individuarle su di una cartina. Fu amore a prima vista, a primo bicchiere, a primo ballo di rebetiko.
Ricordo che al termine di una delle tante notti trascorse a gozzovigliare sotto una volta stellata mozzafiato, sul far del giorno finimmo in spiaggia. Mentre io stavo seduto sulla sabbia fine e umida bevendo gli ultimi sorsi di raki abbracciato stretto alla sua fidanzata, lui, con in sottofondo il mare striato del rosa dell’alba, ci recitò un lungo frammento tratto dal Mistero Buffo di Dario Fo. Fu una delle rappresentazioni più belle ed emozionanti a cui io abbia mai assistito in vita mia.
Quando lui e la sua dolce metà partirono dall’isola li accompagnai a prendere il traghetto. La nave aveva già lasciato la terra ferma quando lui si sporse dal parapetto del ponte per lanciarmi le sue palle da giocoliere come regalo. Rimasi sul piccolo molo con gli occhi lucidi finché la nave non sparì all'orizzonte.
Ieri mi aspettava fuori dalla sala dove aveva appena finito di esibirsi. Al mio arrivo, urla, abbracci, baci, lacrime e salti. Nonostante siano passati quattro anni, non siamo cambiati poi tanto.
Un amico. Che di mestiere porta gioia alla gente. Così.


*Ti ricordo ancora- Fabio Concato




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26 maggio 2006

Qui Mogadiscio

Un Massimo Alberizzi in splendida forma ci racconta cosa sta avvenendo in queste ore nella capitale somala. All’interno del pezzo anche il link a un articolo che il giornalista del Corriere della Sera scrisse da Mogadiscio il 29 settembre 1993 e di cui consiglio vivamente la lettura.
Parole che trasudano passione per il giornalismo vero. A cui non siamo proprio più abituati.

“Un veterano è David Chazan, della France Presse, gran conoscitore della Somalia, sempre pronto a lanciarsi nelle avventure più incredibili. Ilaria Alpi segue a ruota. Poco più di trent'anni, conosce l'arabo ed è preziosissima quando si deve intervistare qualcuno che non parla né italiano né inglese. Ilaria durante i bombardamenti del 12 luglio, quando furono uccisi i quattro colleghi, era sparita ed è stata una gara di solidarietà per andare a capire dove si fosse cacciata. Quando si è scoperto che in quel gran casino si era rifugiata a casa di amici, tutti al Sahafi hanno tirato un sospiro di sollievo”.

Per me Alberizzi rappresenta un modello, un esempio di quel giornalismo obiettivo e senza peli sulla lingua che da sempre sogno di poter fare. Sono orgoglioso di poter dire che lo conosco. Persona squisita, di un’incredibile disponibilità, mi accolse nella redazione del Corriere della Sera, in via Solferino, e mi diede tantissimi consigli utili per cercare di affrontare questo lavoro.
Quando finisco di raccimolare i soldi per uno dei miei tanto desiderati viaggetti, prima di partire gli telefono sempre. E lui, anche se si trova in Etiopia e sta realizzando un’intervista a un politico locale, dimostra sempre una gentilezza sconfinata, dandomi gli ultimi utili consigli e gli avvertimenti necessari sul posto in cui mi sto recando.
E leggendolo si rafforza quella voglia dentro di non mollare mai. Anche se, come mi disse Massimo: “è dura, tanto. Il giornalismo italiano è politicocentrico, non c’è spazio per gli esteri. E i lettori, di conseguenza, non sono educati alla voglia di sapere cosa succede nel mondo”.


*The Doo Bop Song – Miles Davis




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24 maggio 2006

Nemici

A distanza di quasi cinque anni, permangono ancora troppi dubbi attorno agli avvenimenti dell’11 settembre 2001. Silenzi, segreti, incongruenze e contraddizioni.
Nel frattempo la voglia di verità dei familiari delle vittime di New York è diventata sempre più rumorosa. E indubbiamente fastidiosa per i vertici statunitensi.
Sicché dopo il recente video-fuffa che il Pentagono ha divulgato per dimostrare che fu davvero un boing a colpire il ministero della difesa americano, e che non dimostra proprio niente, il presidente George Dabbliu Bush giorni fa ha telefonato al collega Osama…
- “Osi, plis, mi devi fare un’altra dichiarazione in cui ribadisci che gli attacchi dell’11 settembre li hai progettati tu in ogni minimo dettaglio, che qui iniziano a rompere un po’ troppo i coglioni”
- “Dont uorri, Giorg, corro in sala incisione e ti faccio un bel nastro dei miei”
- “Tenchiu Bin, è un sollievo sapere di poter sempre contare su di te”
- “Figurati caro. E quando vuoi cominciare con quell’altro progettino preventivo di cui abbiamo parlato, sappi che non vedo l’ora!”
- “Presto, molto presto. Ciao Bin, salutami tutti!”
- “Ciao Giorg, ci vediamo a Ryad”



“Il volo 11 dell’American Airlines è partito da Boston alle 7.45 del mattino. L’ultima comunicazione fra i controllori di volo e l’aereo è avvenuta alle 8.13. Fra le 8.13 e le 8.20 il volo 11 ha smesso di rispondere alle chiamate da terra. Il radar indicava inoltre che l’aereo aveva deviato dalla rotta prevista. Di lì a breve fu spento anche il trasponder. Due hostess del volo 11 avevano chiamato la American Airlines, informando del dirottamento, della presenza di armi a bordo, e di ferite riportate da passeggeri e membri dell’equipaggio. A questo punto dovrebbe essere stato evidente che per il volo 11 si trattava di un’emergenza. Nonostante questo, Norad (la difesa aerea) dice di essere stata contattata solo 20 minuti dopo, alle 8.40. Disgraziatamente i caccia non sono stati fatti partire fino alle 8.52, ben 32 minuti dopo che si era perso il contatto con il volo 11.
Perché l’aviazione civile ha tardato ad avvertire la difesa? E perché la difesa ha tardato a far alzare i suoi caccia? Come può essere successo quando il sistema era in piena funzionalità, e i cieli completamente sotto controllo?
I voli 175, 77 e 93 hanno avuto tutti lo stesso ritardo nella notifica, e lo stesso ritardo nel far partire i caccia. Ritardi inconcepibili se si pensa che a quel punto un aereo aveva già colpito il World Trade Center.
È un caso che operazioni anomale in borsa non siano state tenute d’occhio? È un caso che quindici visti d’ingresso (ai terroristi) vengano concessi nonostante la documentazione incompleta? È un caso che le procedure d’emergenza dell’Aviazione Civile e Militare non siano rispettate? È un caso quando un’emergenza nazionale non viene comunicata in tempo ai superiori responsabili?
Per me il caso avviene una volta. Quando ti ritrovi questi ripetuti casi di procedure non rispettate, di regole infrante e di mancate comunicazioni, non si può più dire che sia stato un caso”.

Mindy Kleinberg, vedova dall’11 settembre 2001


Il fondamentalismo islamico, il terrorismo, sono una realtà, è vero. Ma sono un prodotto. E per combattere un prodotto bisogna cercare gli artefici di quel prodotto. Mettere a ferro e fuoco intere zone del pianeta con l’intento di combattere il terrorismo è esattamente ciò che il terrorismo persegue come obiettivo. Mentre gli artefici, ne sono da sempre convinto, vanno cercati nel governo degli Stati Uniti, in quello dell’Arabia Saudita, in quello della Gran Bretagna, in quello di Israele.
Questi sono i nemici. Questi, almeno, sono i miei nemici.


*Shout to the top – The Style Council




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23 maggio 2006

Il cielo di Haret Hreik

Zona sciita a sud di Beirut, sede della tv satellitare al-Manar e del quartier generale di Hezbollah.



*Khuttar – Ilham Al Madfai




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17 maggio 2006

Poseidone e Anfitrite

Ci conosciamo fin da quando eravamo due bambini. Abbiamo visto i nostri corpi prendere forma, crescere, mese dopo mese. Ricordo che ci impiegai un po’ di tempo per abituarmi a quella sensazione di essere perennemente osservati mentre stavo al mare con te. Avevi un fisico mozzafiato, le spalle larghe, una muscolatura nervosa, asciutta, seno rotondo e grande, bellissimo, un culino perfetto. Il naso a patata e quello sguardo furbo che continua a far girare la testa a troppi uomini.
È incredibile, col passare degli anni i tuoi occhi da nocciola sono diventati verdi. A fissarlo, quel verde, ora, mi viene in mente il mare che entrambi adoriamo.
Ricordo quando a diciotto anni, un pomeriggio di luglio, sbronzi di birra e d’amore, attraversammo la spiaggia portandoci sottobraccio il fiocco per armare il nostro piccolo catamarano, e Gastone, il bagnino, che ci urlava dietro: “cot si chioc?”, “ma che, siete scemi?”. Il cielo era grigio, il mare nero e sull’orizzonte si rompevano alte le bianche creste delle onde. Del tutto incoscienti ci piaceva troppo quel senso di sfida nei confronti della natura. Ci sentivamo giovani, belli e forti e niente ci faceva paura.
Uscimmo e rischiammo non so quante volte di scuffiare. Gli amici, al riparo dalla pioggia sotto la tettoia del bar dello stabilimento, ci guardavano piccoli e lontani strambare, saltare da un’onda all’altra, sporgerci quanto più possibile nel vuoto per cercare di resistere alla forza del vento e allo stesso tempo catturarne quanto più possibile.
Quando ritornammo a riva con una veloce scivolata dei due scafi sulla battigia, ci sentivamo proprio come due divinità marine. La pelle abbronzata e striata di sale che sotto il cielo plumbeo sembrava ancor più scura, i tuoi capelli biondi arruffati e le mie mani segnate dalle cime ruvide a stringerti i fianchi.
È incredibile, i tuoi occhi non sono più nocciola, sono diventati verdi. Specchio di quel mare che né il tempo né alcun altro ci porterà mai via.


*Sailing – Rod Stewart




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16 maggio 2006

vizi di digestione

Il mio attuale stato lavorativo mi consente spesso e volentieri di dedicarmi a quello che ormai è per me un vero e proprio rito: la penichella. Un momento sacro per il sottoscritto, devoto praticante fedele della religione dell’accidia.
Consumato il pasto di mezzodì, dopo i vari tg, mi accoccolo sul divano e sintonizzo la scatola magica sull’ennesima puntata di Biutiful. O, io Biutiful lo seguo fin da quando era in onda su Rai Due, sono un esperto, mica cazzi.
Al momento le vicende della famiglia Forrester vedono Stefani che ha scoperto un documento che la rende proprietaria assoluta della casa di moda della famiglia, quindi si sta vendicando di tutte le chiavate extraconiugali che il marito Eric si è fatto nel corso degli anni licenziandolo a calci in culo. Stessa sorte toccherà molto probabilmente a Bruc, che nel frattempo si è sposata per la seconda volta con quello che fu il suo suocero nonostante continui a dichiararsi follemente innamorata del marito di sua figlia, nonché padre del suo futuro nipote. Rig è finito in terapia perché il cervello gli è andato praticamente in pappa cercando di scegliere chi chiavarsi dopo che l’ex moglie morta è risorta e si è ripresentata con una taglia in più di poppe e due canotti da misspompino della costa ovest al posto delle labbra.
Più o meno al quarto dialogo serrato della puntata, inizio a socchiudere gli occhi, rutto leggermente, spalanco le fauci lasciando scivolare un copioso rigolo di bava dall’angolo della bocca e mi addormento pensando che “no, quella meravigliosa creatura che era Cherolain, pace all’anima sua, non sarebbe mai scesa così in basso, no…”


Rites – Jan Garbarech


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14 maggio 2006

il lupo perde il pelo ma non il gin…

Nonostante la mia ormai veneranda età, riesco ancora a farmi sbattere fuori in malo modo dal Plastic alle prime luci dell’alba.
Ora rimane solamente da capire che fine abbiano fatto le mie scarpe.
Insomma, altro materiale da romanzo oppure un’altra delle solite figure di merda. Dipende dai punti di vista.


*Exodus – Bob Marley and the Wailers




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12 maggio 2006

da juventino

Quando la curva Gaetano Scirea ha esposto quel grande striscione “la triade non si tocca”, mi si è stretto il cuore dall’indignazione.
La fede calcistica non si tocca. Ma dovrebbe andare a braccetto con la sportività, sempre.
Auspico una veloce ed energica pulizia dei vertici societari e dei disonesti della Juventus, della mia squadra del cuore. Che ci mandassero pure in serie C, ci togliessero pure gli ultimi scudetti. Torneremo comunque a vincere. Ma soprattutto mi auguro che quando i tifosi bianconeri rimetteranno piede in quella curva si ricordino a chi è intitolata.
Gaetano Scirea era in assoluto il mio beniamino, fin da quand’ero piccolo. Un esempio dentro e fuori dal campo. Un signore vero. Che con la sua fredda autorità di fronte all’area e la timidezza davanti ai microfoni sancì per sempre la mia fede bianconera. Un libero che non fu mai espulso in tutta la sua carriera e che spesso e volentieri gli piaceva pure presentarsi nell’area avversaria e insaccare.
Gaetano Scirea, che molto probabilmente in queste ore si sta rivoltando nella tomba.



*Sono solo canzonette - Edoardo Bennato




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10 maggio 2006

Una Caporetto annunciata. Mi arrendo

Tante le guerre personali che nel corso degli anni ho perso. Soprattutto battaglie intraprese contro la modernizzazione selvaggia, in difesa della qualità, dell’indipendenza, di una radicale autarchia e di un pizzico di anarchico conservatorismo. Contro quelle che di primo acchito mi parsero palesi manifestazioni di decadenza della nostra civiltà.
Iniziai col combattere la diffusione del compact disc difendendo a spada tratta i vecchi dischi in vinile, proseguii opponendomi strenuamente ai forni microonde, ai telefoni cellulari, a internet, alle mail, alle chat, agli mp3, alla fotografia digitale. Pur battendomi come un leone, grazie anche al supporto di massicce dosi di gin, la maggior parte di queste guerre mi ha visto sconfitto. Con onore (non sempre), ma inesorabilmente sconfitto. Oggi utilizzo anch’io sms, internet, file mp3 e, ahimè, sono almeno otto mesi che non compro un rullino fotografico.
Ora si avvicina la fine di quella che forse è stata la guerra più lunga, quella che è costata più caduti, danni materiali e morali, litri e litri di gin. Accerchiato da più fronti, a breve mi troverò costretto a sventolare bandiera bianca. Dovrò arrendermi e superare il mio atavico rigetto per programmi e appuntamenti. Per anni ho resistito, valorosamente, facendo unicamente affidamento sulla mia memoria. Da una parte gli impegni si son fatti più numerosi, così come i contatti, dall’altra le centinaia di bottiglie di gin consumate fin oggi per corrobare la mia bellicosa sagacia devono avere inesorabilmente intaccato le funzioni cerebrali preposte alla memoria. Inoltre le rappresaglie subite in seguito ai miei, assicuro del tutto alcolicamente involontari, bidoni si son fatte sempre più violente e risolute.
Insomma, pare che mi dovrò comprare un’agenda. E rinunciare per sempre a quella strana sensazione che si ha addosso quando ti sembra che dovevi fare qualcosa, ma non ricordi cosa e se allora non ricordi cos’era vuol dire che non era importante, e allora chissenefrega. Segnare nero su bianco cosa farò nel futuro prossimo. Rispondere a una proposta di appuntamento con quel tremendo “aspetta che consulto l’agenda”. Vergare di mio pugno questa crudele corsa verso la morte.
Vorrà dire che berrò con una preoccupazione in meno e una motivazione in più.


*Nega maluca – Caetano Veloso




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8 maggio 2006

Milano e un mistero buffo

Così, quasi senza accorgermene, questo blog ha superato le 100.000 visite. Solitamente quando il contatore diventa a sei cifre si ringrazia tutti quelli che hanno letto, commentato, criticato, blaterato. Per carità, non voglio mica sembrar scortese, o peggio ingrato, così ringrazio anch’io gli spostati che in questi due anni e mezzo mi hanno seguito, chi per periodi e chi fin dal primo giorno a oggi. Ho però un ringraziamento particolare, speciale. Più che un ringraziamento, un omaggio, alla mia città. A Milano. Sono ben 126, infatti, i post che girano attorno alla mia città e chissà quanti altri intrisi della sua atmosfera.
Difficile spiegare agli altri i motivi di cotanto amore per questa metropoli, oltre al fatto che ha rappresentato la scenografia dei miei trentatre anni di vita, pur cambiando continuamente, mese dopo mese, come il sottoscritto. Difficile perché Milano è difficile da apprezzare al primo sguardo. Ci vuole tempo, calma e tanta umiltà. La pazienza di scorgere i colori tra i grigi, l’antico tra il moderno, le delicatezze in mezzo alla possenza e alla rudezza. Potrei stilare un elenco interminabile di luoghi, angoli, scorci per cui vale la pena aggirarsi in questa città.
Difficile scardinare i luoghi comuni ai quali per la maggior parte delle persone questa città è legata: grigio, freddo, smog, traffico, gente fredda e poco accogliente, sempre di fretta, stressata, lavoro, lavoro, lavoro. Eppure non è così. Per spiegarmi ricorrerò a una metafora, anche se odio le metafore, profondamente (a parte in poesia). C’è gente che non riesce a scrivere un rigo senza fare una metafora, non li sopporto…

Ci sono città bellissime, che ci lasciano a bocca aperta, rapiti da subito, a prima vista. Roma, Firenze, Venezia, Napoli, Palermo, Barcellona, Parigi e chi più ne ha più ne metta. Milano sicuramente no. È un po’ come per le donne. Proprio ieri, volando tra Roma e Milano, sull’aereo ho incontrato una di quelle bellezze che spopolano in tv. La tipa straniera che ha partecipato al reality della fattoria, e che dal vivo è ancora più bella, davvero strabiliante. Altissima, occhi grandi e dalle linee perfette, capelli lunghi e ondeggianti, nasino scolpito, sorriso spaziale, spalle larghe, tette rotonde e alte, vitino da vespa, un culo che uno pensa che non possa essere vero, cosce lunghissime e tornite, caviglie sottili. La prima cosa che ti viene in mente davanti a un’essere così sublime è: “senti non me ne frega un cazzo di come ti chiami, quanti anni hai, quali sono i tuoi gusti, però se sei d’accordo ti strappo tutto di dosso e finché ho energie in corpo ti ciuccio tutta da capo a piedi”. Insomma, una bambola. E come tale la prima cosa che ti viene è giocarci, il resto non conta granché.
Milano, invece, è una ragazza con gli occhiali, minuta, silenziosa e per nulla appariscente, distaccata ma sicura, con una luce strana negli occhi, quasi misteriosa. Ha un contegno intriso di dignità senza risultare snob. La guardi e ti affascina, non capisci bene per cosa, non ha niente di clamoroso che risvegli i tuoi sensi animali. Eppure t’intriga e devi conoscerla. Ti solletica l’anima. E allora inizi a parlarci…finché non te ne innamori.
Con questo non voglio dire che le altre città non abbiano una propria personalità, addirittura affascinantissima. È che questa, magari, viene per seconda, dopo la bellezza. Per Milano è il contrario. La bellezza va cercata.

Va cercata in via Bagnera, la più stretta di Milano, nei palazzi del settecento e dell’ottocento nascosti dagli alberi di via Monti, nei chiostri dell’Ospedale Maggiore di via Festa del Perdono al tramonto, nei mattoni di Sant’Ambrogio, sui ponti dei navigli, nei ballatoi ricoperti d’edera, nei tram bagnati, nei cortili con le colonne, nel deposito di via Messina, nella Chinatown sempre più colorata e chiassosa, nel quadrato fascista di piazza degli Affari, nel silenzio di via Porlezza, nel prato del laghetto di parco Sempione, tra Arco della Pace e Castello Sforzesco, nella casbah tra Vittorio Veneto e via Vitruvio, tra le colonne di San Lorenzo, ma in un giorno di pioggia, quando le superfici di tutto attorno diventano lucide, tra il ciotolato di Brera, il pavet di Foro Buonaparte e i sanpietrini di Fatebenefratelli.
Se poi volete vedere qualcosa che c’era, poi è sparito, adesso c’è ancora e presto non ci sarà più, andate attorno al grande spazio dove fino a qualche anno fa sorgeva il luna park delle Varesine. Il parco giochi è stato dismesso per costruirvi appartamenti, uffici, show room di moda, negozi e sono venuti alla luce i resti della stazione da cui partivano i primi treni per Varese, da cui appunto il nome di Varesine. Archi e mattoni rossi di oltre un secolo fa. Farete un piccolo viaggio a ritroso nel tempo. Poi, per tornare alla realtà, basterà voltarvi e guardare il cielo riflesso sui vetri dei grattacieli dietro alla stazione di Porta Garibaldi.

Che poi io, tornando a parlar di donne, abbia trovato la mia Milano a Roma, bè, parrebbe quasi la quadratura di un cerchio. Oppure il mio mistero buffo.



*E se domani… - Mina




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8 maggio 2006

allergia



*Primavera - Marina Rei




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4 maggio 2006

Tango italico

Nel grande salone di marmo, tra viaggiatori con valige a rimorchio, una donna straniera, probabilmente americana, alta e molto bella nonostante abbia di certo passato la quarantina, consulta il quadro delle partenze. Smarrita davanti cotanti numeri e sigle a lei sconosciute, decide di chiedere aiuto all’uomo in divisa a pochi passi da lei.
L’agente Polfer, con capelli brizzolati e gote rubiconde che tradiscono un atavico attaccamento al rosso locale, accoglie la questuante con un ampio sorriso cavalleresco, sicuro e rassicurante. Lui, uno che avrà almeno trent’anni di servizio alle spalle, estrae dalla tasca della giacca un piccolo libricino. Scorre le pagine velocemente fino a quella risolutrice, si gira e con galanteria d’altri tempi e inglese autarchico indica a madame il binario che la porterà via da questa vecchia città europea.
La turista ringrazia, “iuaruelcam” risponde affabile il gendarme e la donna s’incammina verso la retta via. Il tutore dell’ordine riprende il suo giro d’ispezione con quello che a prima vista potrebbe sembrare un passo di tango, una mezza piroetta dinoccolata. In realtà è un metodo brevettato in anni e anni d’esperienza per non volgere subito le spalle alla bella signora e controllare l’altra faccia della medaglia, con una velocissima quanto accurata occhiata al culo della donna che s’allontana. Quindi alza le sopracciglia e sospira – segni di un’ottima valutazione dell’esaminanda – portando a termine il volteggio.
Il prossimo bicchiere di rosso lo dedicherà certamente a quella seducente forestiera. Che se l’avesse incontrata quand’era un po’ più giovane…


*Love in Portofino – Fred Buscaglione




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3 maggio 2006

Mi lavo e torno

In attesa del piroscafo azzurro con il comandante dal naso camuso che dalla terra dei macachi mi riporterà a casa, ho finalmente trovato come farmi un bagno.



*I’m back – Ben Sidran




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