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27 febbraio 2006

Sono a pezzi

Il miglior puzzle per baristi disponibile sul mercato.



*But not for me - Ella Fitzgerald




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25 febbraio 2006

Sabato di tribuna elettorale

dopo le Olimpiadi ci aspetta Sanremo



*L’accolita di rancorosi – Vinicio Capossela




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24 febbraio 2006

Cannucce e pannolini

La settimana della moda di Milano ha sempre rappresentato per il sottoscritto feste, balli, bellissime donne, bellissima musica, fiumi di gin gentilmente offerti dallo stilista di turno. Serate che terminano al mattino, per lo più rotolando in compagnia del mio amico fotografo Oliver.
Anche ieri ero con Oliver, sì. Ma non in qualche location spettacolarmente di ultima tendenza, no. Ero a casa sua. E il mio giovedì sera di moda l’ho trascorso bevendo ottimo vino rosso e cullando e trastullando per due ore una pupa di tre mesi, figlia del proprietario di casa, che mi rispondeva con incredibili sorrisi e dolci ammiccamenti dagli occhi blu. Dopo di che la magnifica creatura mi ha mollato per andarsene a dormire, e devo dire che non l’ho presa molto bene. Tant’è, si è giustificata dicendo che non poteva fare tardi perché il mattino seguente aveva una poppata molto presto. Sarà.
Quindi mi sono ritrovato seduto su uno sgabello in cucina, a guardare servizi di moda sfogliando Marie Claire, Anna, W, Io Donna, Amica, fumando erba, mentre Oliver ne esaltava o sotterrava gli autori, “abbello – indicando una rivista americana - vedi qua, questi vendono immagini, sogni erotici, provocano, noi a confronto semo i bottegai che piazzano lo straccetto di turno…”.
Insomma i tempi stanno cambiando. Anzi, probabilmente sono già cambiati. Invece che aggirarmi per banconi e fashion vips col mio solito pizzico alcolico di fanatismo ideologico, guardo le modelle su carta patinata sussurrando piano “cazzo che culo che ha questa” per non svegliare l’angelo dagli occhi blu nel suo primo sonno. E la cosa non pare più di tanto tormentarmi.
Anzi, quando stasera, sempre in compagnia di Oliver, mi recherò a una di quelle feste tanto fashion e di tendenza devo ricordare di non rivolgermi al barista con sguardo ebete dicendo “patatapatapata-puci-puci-dello-zio, me lo dai un gintonic?”, di non ballare come se stessi cullando un neonato e di non tentare in continuazione di mettere a letto qualcuna.
Però il bavaglino me lo porto, quello sì. Può essere utile.


*New York telephone conversation – Lou Reed




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22 febbraio 2006

Ti faccio vedere come interroga un italiano

- Hai mai visto Quattrocchi?
- Non so di cosa tu stia parlando…
scarica zzzzz
- Allora, ora ti ricordi di Quattrocchi?
- Te lo giuro, davvero, non capisco
scarica zzzzz
- Ne ho fatti parlare tanti come te…
- Ma io non ho fatto niente
scarica zzzzz
- Te lo chiedo l’ultima volta, poi gli elettrodi te li attacco ai coglioni
- Sì, sì, parlo! Quattrocchi, sì, sì, era un mercenario italiano
- Vedi che con le buone…
scarica zzzzz


*You know what you are - Nin




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21 febbraio 2006

addio

Seduta sul sedile posteriore, il suo sguardo attraversa il finestrino puntato di gocce di pioggia. Il gomito appoggiato alla portiera, la mano premuta contro le labbra livide. Non vede le colline brune e i casolari dimenticati scorrere veloce. Guarda solo la striscia di mare più in là di tutto. Non è mai stato così grande il mare. Oggi nero e profondo come i suoi occhi.



*Just dropped in (to see what condition my condition was in) – Kenny Rogers




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20 febbraio 2006

grasso in eccesso...



*Jailhouse rock - Elvis Presley




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17 febbraio 2006

Sfumature di grigio

Siamo realisti, chiediamo l’impossibile
Parigi, maggio 1968

Talvolta mi sento così anacronistico. Sono sempre più convinto di esser nato nell’epoca sbagliata. Oggi bisogna essere pratici, diplomatici. Una volta i coraggiosi erano quelli che non avevano peli sulla lingua, oggi invece quelli che hanno un gran pelo sullo stomaco, si tappano il naso, la bocca e gli occhi e proseguono nella loro personalissima scalata verso vette di menzogna. I sognatori rimpiazzati dai realisti.
Rimarrò in un cantuccio, piccolo, buio e in biancoenero. Sì, ma felice di non aver barattato i miei sogni. Che continueranno a farmi navigare per mari sconfinati.


*Dear Prudence – The Beatles




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15 febbraio 2006

Un anno fa

La mattina del 14 febbraio 2005 il centro di Beirut viene scosso da una violentissima deflagrazione. Un’autobomba esplode sul lungo mare al passaggio del corteo di macchine di Rafiq Hariri, ex premier libanese e strenuo oppositore della presenza militare siriana nel paese dei cedri, che rimane ucciso assieme ad altre 14 persone. 135 i feriti.
Al centro della carreggiata un cratere di almeno sette metri. Le facciate dei palazzi dilaniate. Tutti i vetri delle finestre degli edifici circostanti, comprese quelle del parlamento distante centinaia di metri, vanno in frantumi.
L’attentato viene rivendicato con un messaggio alla televisione araba Al Jazeera da un gruppo islamico sconosciuto che afferma di aver ucciso Hariri per i suoi legami con l’Arabia Saudita.
Beirut rivive improvvisamente il clima della guerra civile.
Oggi, a distanza di un anno, niente pare cambiato: il luogo dell’attentato è ancora transennato, i palazzi distrutti. Le ingerenze e le pressioni sulla politica interna da parte di paesi stranieri sono le stesse. La gente vive una specie di calma apparente, tra usi e religioni differenti e in contrasto. Ma tutti orgogliosamente libanesi. Nelle piazze, davanti a pub e ristoranti, grandi parcheggi stipati di carroarmati, pronti a entrare in azione.
Beirut è un paradosso dei nostri tempi.



*Twenty years - Placebo




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14 febbraio 2006

L’Aviaria arriva in Italia

Pronta reazione del governo Berlusconi che ha immediatamente inserito la Lipu nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Massiccia manifestazione di protesta di gabbiani integralisti sopra Montecitorio, sfociata in un’immensa cacata sincronica.


*Birdland – Manhattan Transfer




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13 febbraio 2006

Questi sono completamente fuori di testa

Leggo sul Corriere di oggi:
Diplomatici israeliani e associazioni ebraiche stanno cercando di convincere l’Academy a non presentare il film Paradise Now, candidato all’Oscar, come proveniente dalla Palestina. Il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, primo giornale del paese, ha scritto che il consolato israeliano di Los Angeles e gruppi ebraici californiani protestano perché “l’Autorità Palestinese non è stata ancora dichiarata uno Stato”. Il film racconta la storia di un aspirante kamikaze.

Come a dire: “scusate ma voi ce l’avete uno stato ufficiale? No. Appunto, di conseguenza non esistono nemmeno la vostra musica, i vostri libri, i vostri film”.

Proprio ieri sera, criticando la mia posizione riguardo al conflitto israelo-palestinese, una mia amica diceva che non conoscevo la storia, invitandomi a leggere più libri. Eppure io di libri ne ho letti eccome, e penso di conoscere la storia abbastanza bene. Molto probabilmente non si finisce mai di imparare, così come non si legge e non ci si informa mai a sufficienza. Questo sì.
Sicuramente questi diplomatici, questi giornalisti e i membri di queste associazioni con la stella di David la storia la conoscono molto bene e dimostrano di aver imparato a perfezione la lezione su uno dei vari metodi da seguire per schiacciare un popolo nemico impartitagli dai loro carnefici nazisti: oscurare qualsiasi manifestazione della “loro degenerata cultura”.
Tant’è, telefono al mio caro amico Stewart Konigsberg, un ebreo di Brooklin, per sapere cosa ne pensa.

- Ciao Stewart, ma hai sentito questa storia dei diplomatici israeliani e di associazioni ebraiche di Los Angeles che protestano perché Paradise Now partecipa alla notte degli Oscar come film “palestinese”?
- No, non ne sapevo niente. Sai, cerco sempre di tenermi il più lontano possibile da Los Angeles, lì sono tutti pazzi. Sono allergico a quella città.
- Bè, te lo dico io, l’ho letto su un quotidiano italiano, cosa ne pensi?
- Dico che dovremmo riunirci e andare là con mattoni e mazze da baseball e proprio schiarirgli le idee!
- Oddio, non ti pare di esagerare? Magari nei prossimi giorni gli arriva tra capo e collo una di quelle meravigliose vignette satiriche del Times che li distrugge.
- Bè, un articolo satirico sul Times è una cosa, ma i mattoni e le mazze da golf sarebbero un gran bell’argomento!
- Ma guarda che la satira corrosiva è sempre meglio della forza fisica.
- Eh, ma la forza fisica va sempre meglio con i nazisti, perché è difficile satireggiare con un tizio con le svastiche addosso.




*You can’t always get what you want – The Rolling Stones




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10 febbraio 2006

Beirut



*Burnt like you - Skin




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9 febbraio 2006

Metodo. Ci vuole semplicemente metodo

Giornate come questa mi capitano di rado, una, due volte all’anno. Già una volta ne scrissi su questo blog. Il mio bioritmo, pur non sapendo esattamente cos’è, ma immaginando, è sempre alquanto positivo, solare ecco: sorrido, scherzo, gioisco della felicità mia e altrui, aiuto, mi faccio aiutare, mi rallegro delle vittorie con la stessa proposità con cui reagisco alle sconfitte. Magari m’incazzo, ma con energia, non in modo distruttivo. Poi, come d’incanto, all’improvviso, succede come se mi staccassero la spina. Blackout. Come se tutto crollasse. Mi girano i coglioni a manetta, vengo sopraffatto da una tristezza incommensurabile. E non posso sfogarmi con qualcuno, chiamare un amico e dirgli “senti, sto male, portami fuori così mi distraggo”, no. Non posso farlo perché non ho assolutamente alcun motivo per cui lamentarmi, essere triste, soffrire, e così mi girano ancora di più i coglioni. Eppure questo male c’è, cazzo, c’è. Un dolore profondo tanto improvviso quanto violento. Di quelli che stritolano la pancia.
Però lo conosco. O meglio, ci sono già passato. E so cosa ci vuole: metodo. Semplicemente metodo.
Nell’ordine: non chiamare nessuno, starmene assolutamente per i cazzi miei. Controllare che in dispensa ci siano almeno due bottiglie di vino, tre di birra, una di gin e la giusta dose di tonica. Preparare una scaletta musicale adeguata. Quindi nascondere le chiavi dell’auto, nel caso in cui dopo la somministrazione di sopraddetta dose mi venisse in mente di andare a rotolare per le strade di questo schifo di città che amo visceralmente. Meglio rotolare a piedi, molto più sicuro. Attrezzarsi per eventuali contusioni, ferite, botte, lividi, emicranie. Solitamente due pasticche di moment sono sufficienti. Per lo meno per arrivare a sentire che anche stavolta è passata. Magari se ne riparla tra sei mesi, forse un anno.
Prosit


*Solitude – Thelonious Monk




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9 febbraio 2006

Sogno sempre di avere le ali. Poi mi sveglio

Non c’è niente di meglio o più piacevole che avere le ali. Se qualcuno di voi spettatori le avesse… poniamo che abbia fame e sia stufo dei cori tragici: se ne vola a casa a pranzare e dopo aver pranzato ritorna a volo tra noi. Se qualcun altro, come Patroclide, ha un bisogno, non deve essudare (per così dire) nel mantello, ma si leva a volo, scorreggia e torna qui dopo avere ripreso fiato. Ancora se uno ha un’amante e vede il marito che sta nelle prime file, con un colpo d’ali va a casa, se la fotte e poi vola qui di nuovo. Insomma, non vi pare che sia una gran cosa avere le ali?
Gli Uccelli, Aristofane



*Volare – D.Modugno




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8 febbraio 2006

cautelamente

Molte cose i saggi apprendono proprio dai nemici. La cautela, che è la migliore arma di salvezza, non l’impari da un amico, ma il nemico te l’insegna alla svelta. Dai nemici e non dagli amici le città hanno appreso a costruire alte mura e ad allestire le navi da guerra. E questo insegnamento ha salvato la casa, i figli, le sostanze.
Gli Uccelli, Aristofane


*Toccata in do minore BWV 911 – J.S.Bach




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6 febbraio 2006

Una domenica in casa

“Sai, qui è strano. Quella che vedi è una sorta di calma apparente, una specie di tacito accordo per una tregua duratura, ma i contrasti tra il nostro modo di vedere la vita sociale e il loro rimangono. Il problema è che non abbiamo un governo forte, in grado di stabilire una legge veramente laica valida per tutti. La comunità cristiana qui non ha niente contro i musulmani, anzi in molti sosteniamo il diritto di Hezbollah a esistere in quanto ora come ora sono gli unici in grado di difendere il nostro territorio a sud. Però abbiamo sempre quel senso di paura che i musulmani vogliano fare del Libano uno stato islamico. Pare di vivere in una bomba sempre sul punto di esplodere”.
Jiani è una ragazza di Beirut, ha trentanni ma ne dimostra a malapena venti. Davvero molto bella, deve tenere testa a una folta schiera di corteggiatori. È una maestra in una scuola di Beirut e ogni giorno attraversa la città in macchina per recarsi al lavoro.
Ieri sera mi ha scritto una mail.
“Visto, cosa ti avevo detto? Sono impazziti, completamente impazziti. Certo che anche voi europei mica vi capisco: perché continuare a pubblicare quelle vignette su tutti i giornali? Perché reiterare il danno, aizzarli? È come se non capiste che per determinati argomenti non c’è possibilità di dialogo, non c’è. Bisogna solamente rispettarli per ottenere rispetto.
Comunque oggi ho dovuto trascorrere la domenica chiusa in casa. E ti assicuro che sentirsi imprigionata nella propria città non è bello. Possibile che non possiamo essere arabi e basta, con diversi credi religiosi, ma tutti arabi, solidali, uniti per crescere?! Sono arrabbiata, con tutti. Con il loro fanatismo. Con la vostra presunzione di superiorità. Sono arrabbiata”.


*Oul tani eyh – Nancy Ajram




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