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18 dicembre 2006

brindisi (anche alla copertina di Time)

Questo è un commento-regalo gradito che mi fece "being still free", dichiaratosi di nazionalità greca, solito bazzicare per questo blog un po’ di tempo fa.
Sorrido. E pregusto le imminenti vacanze con cui ammazzerò di buon grado il 2006.



*Il tempo di morire – Lucio Battisti




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11 dicembre 2006

Ricordando Milano

Milano, si dice, è una città sempre in trasformazione. E i segni di questo continuo divenire oggi sono ben visibili, dai cantieri di piazza Sant’Ambrogio e piazza XXV Aprile ai lavori in corso nella Darsena. Al termine di queste ristrutturazioni il volto della città risulta ogni volta modificato e inevitabilmente ciò comporta la scomparsa di elementi legati al suo passato.
L’entrata del numero civico 2 di piazzale di Porta Lodovica, di cui riporto una foto sotto, è ancora per poco una memoria della storia di Milano. Qual è la particolarità di questo palazzo che a breve verrà ristrutturato? Oltre all’imponenza del portone ligneo alto più di sei metri – un altro di tali dimensioni che mi viene in mente è il 22 di corso Magenta – ciò che caratterizza questo edificio sono le due grandi R dipinte ai lati dell’ingresso. Queste lettere indicavano, all’epoca della seconda guerra mondiale, i rifugi sotterranei di zona in cui i cittadini correvano a ripararsi durante i bombardamenti angloamericani. Rarissimo oggi vederne ancora.
Per strada le sirene cominciavano a ulurare avvertendo dell’imminente attacco e i milanesi mollavano tutto per dirigerisi in queste immense cantine. Nei rifugi, alla luce delle candele, le persone pregavano, solidarizzavano, mangiavano, giocavano a carte, s’innamoravano.
Anni fa, una sera, anch’io entrai in questo palazzo, a braccetto di una ragazza a piedi nudi. Come spesso capita a Milano pioveva e lei non voleva rovinare le scarpe nuove.



*Milano – Lucio Dalla




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11 dicembre 2006

bolentino

Ci sono persone che cercano dei compagni di vita che siano in tutto e per tutto identici a loro. Che la pensino allo stesso modo su tutto, che abbiano gli stessi bioritimi, che simpatizzino per la stessa squadra, guardino gli stessi film, mangino le stesse cose, adorino il mare o la montagna, votino lo stesso partito, guardino sempre nella stessa direzione in cui loro stanno guardando.
Io continuo ad amare la diversità. A credere nell’unione di differenze, che fa crescere davvero insieme. E in questo non mi ritengo assolutamente utopista.


*Down to the waterline – Dire Straits




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9 dicembre 2006

Cannocchiale? Che noia...

Niente contro la piattaforma di Dol, per carità, a cui invece sarò sempre grato per avermi fornito un sistema così semplice e immediato per aprire un blog. Mi riferisco agli utenti. In questi giorni ho avuto un po’ più di tempo e mi son messo a scartabellare un po’ di blog che non avevo mai letto, insomma, mi son messo alla ricerca di qualcosa di nuovo. Non che le mie solite letture mi abbiano annoiato, semplicemente il sano bisogno di ampliare il panorama.
Bè, a parte la moltitudine di adolescenti-marziani con un vocabolario a me totalmente sconosciuto, per lo più mi sono imbattutto in politica, politica, politica. Che due coglioni!
E i margheritini, e i diessini, e i forzaitalioti, e gli inquisitori pentiti dipietristi, e i sempre più presenti democristiani, e i comunisti... cazzo, tutti, ma dico tutti, patetici. Semplicemente patetici. Sbrodolano seriosi sulla tastiera difendendo ed esaltando a spada tratta i gruppi di riferimento in parlamento, sentendosi depositari di una verità che più menzognera di così non si potrebbe. Mi chiedo se siano direttamente programmati dai vertici dei partiti, o se in realtà non si tratti di uomini e donne in carne e ossa ma di semplici sistemi informatici ideati per la propaganda. Tra i loro link prima i blog di altri “compagni” o “camerati”, poi i siti della sede nazionale, regionale e comunale del partito, quindi il link al quotidiano di riferimento. La cosa più triste e drammatica di ’sta gente, per giunta mediamente giovane? La totale mancanza di fantasia, totale. Mentre la parola che ricorre più spesso in questi spazi è “futuro”. Ma quale cazzo di futuro, voi siete la morte.
Gente che dopo averne letto due righe capisci subito che è totalmente inutile mettircisi a discutere: sono ottusi, fossilizzati, egoisticamente incapaci di ascoltare, confrontarsi e magari mettere in dubbio i loro dogmi. Sembra di accendere la televisione e capitare in uno di quei vomitevoli programmi appestati dai nostri rappresentanti di palazzo.
Per carità, continuate pure, a me non date alcun fastidio. Se infatti dal vivo per voi riserverei qualche bel trattamento di sapore squisitamente medioevale, almeno in internet basta un click per evitare accuratamente le vostre stronzate. Però, insomma, mi fate una gran pena, ecco.


*Space Oddity – David Bowie




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8 dicembre 2006

7 dicembre

Maria Antonietta mi è piaciuto davvero tanto. Per come la vedo io la Coppola è una grande regista, ha un possesso della fotografia notevole e dipinge affreschi che lasciano il segno nello spettatore.
E per fortuna che ieri è arrivata la visione di questo film a salvare un Sant’Ambrogio catastrofico, che il nostro patrono si starà rivoltando schifato nella tomba. La fiera degli obej-obej trasferita attorno al Castello Sforzesco a causa dei lavori in corso per il parcheggio sotterraneo nella piazza della basilica non la sento mia. Tutti a dire che la nuova location è semplicemente meravigliosa, con più spazio e più bancarelle. Io la amo tra le strette vie della zona d’epoca romana dove sono cresciuto, quindi, finché non torna lì, ciccia.
Poi l’inaugurazione della Scala con l’ennesima rappresentazione della Aida, forse l’opera più brutta di Giuseppe Verdi, una partitura in cui il compositore di Busseto pare proprio quel “maestro di banda” come lo definiscono i suoi più accaniti detrattori, tra cui il sottoscritto. L’opulenta regia di Zeffirelli è poi un insulto a quello sforzo di apertura, ringiovanimento e inizio di un nuovo corso che da tempo ci si auspica per il nostro teatro. La sola nota positiva: Chailly sul podio. Speriamo solamente che non sia anch’egli risucchiato dal vortice di burocrazia e grigiore che contraddistingue da troppo tempo la sovrintendenza scaligera.
Dulcis in fundo, dopo l’ambrogino d’oro alla Fallaci nel 2005, quest’anno la massima onorificenza cittadina è stata consegnata a Vittorio Feltri. Ormai siamo alla pura e semplice follia.
Almeno piove a dirotto. A confondere la liquidità malinconica del mio sguardo mentre sussurro ai fantasmi delle persone che in questo anno nefasto se ne sono andate. Sempre qui, accanto a me, soprattutto a Sant’Ambrogio.


*Fantasia Romeo e Giulietta – P.Tschaikowsky




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5 dicembre 2006

Promemoria

Tirare testate a un bancone non è una disciplina sportiva. Inutile anche prendersela con il giudice di sedia lì accanto, Johann Sebastian Bach, per le pessime valutazioni. Bach è morto e quello non è un giudice di sedia, ma un avventore qualunque.



*Propter magnam gloriam tuam – A.Vivaldi




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1 dicembre 2006

soste obbligate

Era un aprile di tanti anni fa. A causa del mare mosso che impediva alle barche di attraccare, la mia compagna e io eravamo stati costretti a soggiornare su quell’isoletta nera e impervia oltre a quanto avevamo programmato per le nostre vacanze pasquali. La cosa non ci dispiaceva affatto. In quel periodo Stromboli era totalmente priva della massa di turisti che la rendono così detestabile d’estate e noi trascorrevamo pigre giornate leggendo i nostri libri seduti a un tavolino del bar vicino al porticciuolo, godendoci il sole e il vento salato che veniva dal mare. Già da alcuni giorni avevamo assunto dei ritmi lontani anni luce da quelli che solitamente contraddistinguevano le nostre vite metropolitane. Facevamo lunghe passeggiate, in silenzio, tra viuzze di calce bianca e spiagge deserte di sabbia nera. Spesso rimanevo indietro diversi metri da lei, seguivo i suoi movimenti lenti dentro il mirino della mia macchina e appena alzava lo sguardo verso di me immortalavo il contrasto dei suoi capelli biondi con lo sfondo corvino delle rocce.
L’anziano e scontroso pescatore con il volto scuro segnato da mille rughe profonde e la lunga barba bianca ci diceva che il mare non si sarebbe calmato molto presto. La sua loquacità nei nostri confronti cresceva ogni giorno di più. Forse perché eravamo dei turisti decisamente strambi, anche fuori stagione. E a sentir quelle previsioni, invece che irritarci, sorridevamo complici pregustando la nostra forzata permanenza.
Una mattina, scendendo in paese dal vecchio cimitero poggiato su una terrazza tra la bocca del vulcano e il mare, veniamo attratti da un miagolio strozzato. Dietro a un muretto di pietre vediamo un gatto intrappolato in un groviglio di filo spinato arruginito che lo ha completamente sventrato. Ci avviciniamo. È ancora vivo ma non ha alcuna speranza di farcela. Le sue interiora mollemente poggiate in una pozza di sangue hanno già attirato uno sciame di mosche. Nei suoi occhi e nelle sue urla un’agonia tremenda. Ci chiediamo da quanto tempo versasse in quello stato e quanto ancora avrebbe dovuto soffrire prima di morire. Lì vicino, in mezzo all’erba, un grosso masso. Concordiamo che dovremmo abbatterlo, porre fine a quel suo tormento. Mentre la mia ragazza si allontana di qualche metro con le mani unite a coprirsi la bocca, pur rimanendo con gli occhi incollata a quella scena, prendo il pesante masso da terra e lo sollevo sopra il cranio del micio. Basterebbe che lasciassi cadere la pietra e, grazie ai principi della fisica, tutto finirebbe. Me ne sto lì a lungo, immobile come una statua di sale, fissando l’animale con questo pezzo di roccia tra le mani che mi fa tremare le braccia. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Lascio cadere il masso, ma un po’ più in là. Mi volto, “non ce la faccio”. La mia compagna si avvicina, mi prende sottobraccio, “andiamo via”.
Riprendiamo a scendere il sentiero, con quel miagolio sempre in sottofondo. Che non sparisce dalle nostre orecchie neanche quando ci sediamo al solito tavolino del bar del porto, a centinaia di metri di distanza. Lasciamo i libri dentro gli zaini. Rimaniamo in silenzio a fissare l’orizzonte increspato del mare. Arrabbiati. Atterriti dalla nostra stessa sensibilità, che ci incatena, rendendoci vigliacchi, dubbiosi, incapaci d’agire. Aspettiamo mano nella mano che la salsedine nell’aria, come spilli sulla pelle, cancelli l’immagine di quel masso sospeso inutilmente nel vuoto.
“Forse domani riuscirete a partire, e io a pescare”.



*This love – Craig Armstrong




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