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31 gennaio 2006

2.700 chilometri fa



*Bahwak - Ragheb Alama




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30 gennaio 2006

Turisti dall'est e turisti dall'ovest

"Quando arrivano a Beirut dall'Arabia Saudita, dall'Iran, dal Kuwait e da Dubai, le donne iniziano a spogliarsi gia' sulla scaletta dell'aereo".
Questa citta' e' un bordello, in tutti i sensi. C'e' chi in piena guerra civile e' volato fino a Milano per starci solamente due ore, prendere l'abito da sposa nell'atelier di uno stilista, e tornare subito indietro. C'e' chi ancora oggi ha problemi di approvigionamento di acqua potabile.
Nel sud ci sono soldati Unifil, il cui mandato e' stato prolungato per altri sei mesi, dappertutto. Osservano. Quando chiedo a un militante Hezbollah un commento su di loro, sorride e mi fa: "turisti".


*Sweet dreams - Eurythimcs




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27 gennaio 2006

Spara al re! (ma quale?)

"Non vogliamo buttare a mare tutti gli ebrei, bensi' vogliamo cancellare lo stato israeliano come entita' politica e militare. E finche' esistera' il cosiddetto Stato d'Israele continueremo a combatterlo. Deve esistere un solo grande stato, dalle montagne al mare, la Palestina, in cui possano convivere in pace cristiani, ebrei e musulmani".
Le parole del mio interlocutore, seduto accanto alla bandiera che raffigura una grande mano verde che impugna un mitra su campo giallo, le conoscevo di gia'. Ma oggi, giornata mondiale della memoria della shoah, continuano a risuonarmi nella testa.
Allora, mi chiedo, forse parlare di pace finche' esistono confini ed eserciti sara' sempre inutile, un'utopia? Finche' ci saranno persone pronte a morire nel contendersi o difendere una citta' come capitale, nell'aggiudicarsi l'esclusiva di un pezzo di terra in quanto sacro, allora ogni sforzo e' vano?
Ma allora non parliamo piu' di liberta' degli individui. Ma di potere, della capacita' di regnare e controllare. Limitare la liberta' di altri rappresenta la nostra liberta'. Forse allora e' la concezione stessa che abbiamo di stato a essere ormai logora, vetusta, anacronistica. Siamo schiavi della nostra liberta'? Il mondo e' diviso allora tra schiavi-padroni e schiavi-semplici?
Merda quanto li fanno forti i narghile' da 'ste parti…


*Losing my religion - Rem




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26 gennaio 2006

Hamas vince

Scommetto che piu' di qualcuno, in Israele e al di la' dell'Oceano, stara' pensando: "Gli dai una mano ti si prendono un braccio. Mo questi con la democrazia hanno proprio esagerato".


*Hemingway – Paolo Conte




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25 gennaio 2006

malade

Mi stupisco ogni giorno di piu'. Ieri sera stavo in questo locale karaoke di Beirut, attorno una miriade di splendide ragazze. E vi assicuro che qui sono davvero notevoli: la bellezza araba nei lineamenti, la suadente melodia della lingua francese sulle loro labbra, la sensualita' nel muovere il bacino ballando che si puo' trovare solamente dalla Grecia in poi.
Eppure...gia', eppure me ne stavo li', sorseggiando il mio gintonic, a leggere i testi di canzoni francesi straromantiche, pensando a quanto mi manca. Non ho neanche attaccato briga - come feci in un bar di Atene - con i due americani ubriachi, tronfi, boriosi e maleducati seduti vicino a me, dicendo loro di tornarsene a casa.
E' proprio il caso di dirlo:


*Je suis malade - Dalida




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24 gennaio 2006

attesa

Nel suo inglese, stentato quanto il mio, mi fa sorridendo: "sei italiano, perche' non parli l'arabo? Anche l'Italia e' in medio oriente, no?!". Gli rispondo con un sorriso, forse per certi aspetti ha ragione.
Ben presto pero' i nostri volti si fanno seri, l'espressione tirata. Ci stiamo avvicinando alla nostra meta, gia' da un pezzo attorno non ci sono piu' le centinaia di ritratti di Hariri che tappezzano i muri del resto della citta', sostituiti dagli stendardi verdi e da bandiere gialle e nere. Stiamo entrando in un'enclave, una citta' nella citta'. Parcheggiamo e proseguiamo a piedi. Miliziani in divisa nera con mitra in pugno. Siamo arrivati.
Le misure di sicurezza sono elevatissime. Il mio primo interlocutore e' cordiale, sorridente e ospitale. Ma fermo e deciso quando mi comunica le regole del posto: "qui niente riprese e niente fotografie, ne va della tua incolumita'".
E ora attendo solamente di poterci tornare.


*Camminante – Vinicio Capossela




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23 gennaio 2006

A Beirut c'e' il Bombay, in tutti i sensi

Beirut e' un enorme cantiere: nella zona centrale si alternano modernissimi grattacieli di vetro, scheletri di palazzi bruciati, gru, piccoli condomini fatiscenti segnati come forme di groviera da centinaia di fori di pallottole. Praticamente non ci sono mezzi pubblici, autobus o tram. Il traffico e' regolamentato dai singoli: agli incroci chi arriva prima passa, in barba a quei pochissimi semafori che risultano cosi' molto ridicoli. E tutti suonano. Nella stessa piazza due chiese cattoliche, una maronita, una ortodossa e tre moschee. Raramente le strade riportano il cartello con il nome della via. Qui per dire dove sei diretto devi dire "vicino a quel palazzo, a quel negozio" e cosi' via. Mi dicono che anche per le spedizioni e' un grosso problema. Avere una cartina con se' e' pressoche' inutile. Mi oriento prendendo come punto di riferimento il mare, lo scheletro cupo e nero di un grattacielo, il minareto di una moschea.
Appena mi fermo per scattare fotografie, sbuca un soldato, un poliziotto o una guardia privata a controllarmi lo zainetto. La paura e' costante anche se non la si legge sulla faccia della gente.
Di notte e' citta' vivissima: pub, discoteche, bar e ristoranti aperti fino alla mattina. E che locali! Uno mi ha colpito in particolare, Music Hall. Immaginate un grande cinema, col pavimento in discesa, e al posto delle poltrone una marea di tavolini e divanetti. Sul palco si alternano gruppi musicali di tutti i tipi: afghani, rapper jamaicani, libanesi, greci, ballerini gay. Il pubblico balla ovunque, sui tavoli, sul bancone, sulle poltrone. Qui fare tardi significa far mattina. E infatti quando rientro in albergo al mio "goodnight" il portiere risponde con "good morning"…
La situazione politica e sociale e' davvero grave. La legge dello stato rimane costantemente sotto lo scacco delle millenarie tradizioni delle varie religioni che qui convivono, dettando usi e pratiche completamente diverse e in contrasto tra loro. Ma di questo parlero' poi.
Ora attendo di conoscere i cattivoni del posto, che amano farsi desiderare. Guardando le gigantografie di Hariri e di Tueni, il giornalista ucciso lo scorso dicembre, respiro a pieni polmoni la salsedine nell'aria. E vorrei abbracciarla qui, ora, di fronte al mare.


*




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20 gennaio 2006

Cedrata con una spruzzatina di gin

Se New York è la grande Mela o la città che non dorme mai, Beirut è la “città che non muore mai”. Questo infatti è il soprannome della capitale del paese dei cedri, sette volte seppellita e sette volte resuscitata. Metropoli incredibilmente cosmopolita, crocevia di spie e diplomatici, crogiolo di religioni e stili di vita, storica equilibrista.
Fin da bambino sognavo di poterla visitare, di conoscere la sua gente, di ritrarla. E ora, con lo zaino pronto, sono semplicemente emozionato, proprio come un bambino. Un sogno che si avvera.



*The cure – Keith Jarrett




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18 gennaio 2006

Pastiglie e vuoti

Non sono per nulla in forma. Raffreddore, mal di testa e mal di gola sono il frutto di una lunga notte trascorsa praticamente insonne. E non è proprio il momento per darsi all’influenza, visto che sono alle porte di una partenza impegnativa.
Poi mi guardo attorno, la cerco invano e sto pure peggio. Prendo un’altra aspirina. Vorrei prendere una pastiglia in grado di farla comparire qui, subito, accanto a me. Ma dubito che gli allucinogeni rientrino nella canonica terapia contro l’influenza.


*I’ve got you under my skin – Frank Sinatra




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17 gennaio 2006

Ti faccio vedere come aiuta un italiano

Se dessimo la medaglia d’oro a Quattrocchi dovremmo erigere interi monumenti pubblici per ogni cooperante delle organizzazioni non governative italiane impegnate in zone di crisi.
Anche se molto probabilmente alle orecchie del signor La Russa i verbi aiutare o cooperare, senza armi in braccio, non suonano così “eroici”.


*Se io fossi un angelo – Lucio Dalla




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16 gennaio 2006

Un capolavoro.

Tra i migliori film di Woody Allen, se non il migliore in assoluto. Un noir dalla sceneggiatura perfetta, con un crescendo di tensione magistrale. Da vedere e rivedere.
La visione tragica di Woody qui si fa spietata, spietata. Alla stregua del miglior Dostoevskij.
“Il più grande dono che ho fatto a mio figlio è stato quello di non nascere”.



*Desdemona rea, Otello – G.Verdi




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12 gennaio 2006

1982

Quando Antonio Cabrini si avvicinò al dischetto dell’area di rigore mio padre accanto a me si mise le mani tra i capelli, insultando lui e Bearzot con “ma è un mancino di merda!”. E infatti non segnò. Era la finale dei mondiali del ’82.
Il 1982 è stato l’anno che mi ha segnato più di tutti durante la mia infanzia. Forse un po’ prematuramente iniziai proprio allora a prendere coscienza di certi fatti, di certe dinamiche in cui girava il mondo. Ricordo che, prima di andare a scuola, ogni mattino facevo colazione in cucina ascoltando il giornale radio rai con la stessa concentrazione e meticolosità con cui attendevo che ogni biscotto fosse uniformemente inzuppato di caffelatte e raggiungesse la consistenza desiderata prima di portarmelo alla bocca. Seguii giorno per giorno prima le vicende della guerra delle Falkland e poi l’invasione del Libano da parte dell’esercito israeliano con l’assedio di Beirut, la cacciata dell’Olp e del suo leader Arafat dal paese dei cedri, il massacro nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Le immagini di guerriglia urbana mi turbavano e affascinavano al tempo stesso.
Avevo 9 anni. Mentirei se dicessi che a quella tenera età sentivo una sorta di vocazione verso il giornalismo, di certo, però, c’è che volevo capire, questo sì. Così come mentirei se dicessi che mentre guardavo i film western stavo dalla parte degli indiani, in quanto popolo oppresso. Mi ci volle un po’ di tempo in più per capire che i cowboy erano una massa di stronzi. Ma il pasticcio mediorientale mi entrò nel cuore da subito, forse anche perché la sera nel mio letto adoravo conciliare il sonno leggendo pagine di Mille e una notte.
Era il 1982. In quell’anno entrarono in circolazione le monete bimetalliche da 500 lire. Ogni giorno la mia maestra me ne dava una di modo che il mattino seguente, recandomi a scuola, le comprassi una copia de Il Giorno. Che costava, appunto, 500 lire. E che, molti anni dopo, sarebbe stato il primo quotidiano in cui firmai degli articoli.
“E voglio proprio vedere come va a finire…”


*Vado al massimo – Vasco Rossi


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11 gennaio 2006

malinconico



*By this river - Brian Eno




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9 gennaio 2006

vacanze mobili

Milano-Roma, Roma-Milano, Milano-Firenze, Firenze-Lugano, Lugano-Firenze, Firenze-Venezia, Venezia-Firenze, Firenze-Roma, Roma-Milano.
3.688 km percorsi, chilometro più chilometro meno.
Iniziavo a vedere la gente attorno, come dire, mossa. Vabbè, poi si sa che sotto Natale si beve anche un po’ più del solito, e questo non aiuta certo la messa a fuoco, ecco.
E non è finita qui…



*Flyover – Asian Dub Foundation




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9 gennaio 2006

lettere



*dead and lovely - Tom Waits




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