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28 settembre 2005

Roma, 1977 (breve intervallo)



*Jewel Box - Jeff Buckley




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26 settembre 2005

Iberian dream

Per intenderci: sarà che sono stato concepito in Andalusia, ma a me le corride piacciono parecchio. Mi fanno stare bene. Mi mettono fame.
Ora, pensando da tempo che il nostro presidente del consiglio sia un grandissimo cornuto, così come quel maiale di Previti, quello schifoso di Dell’Utri, quel porco di Pecorella e compagnia bella, come pure tutta la combriccola di ballo delle coop rosse – che qui i coglioni mi girano proporzionalmente sia a destra sia a sinistra, sia chiaro – mi piacerebbe assai, oggi, poter scendere come matador sul terreno sabbioso della Plaza de toros di Siviglia. Alle sei de la tarde.
Entrerei tutto tronfio col petto in fuori come un galletto di Arles, magari un po’ alticcio, vestendo il mio splendido costume d’oro sfavillante, mentre dagli spalti centinaia di senoritas in estasi gettano rose ai miei piedi e alla barrera i compagni di sbronze mi incitano con urla sguaiate a procedere col bagno di sangue.
Allora via, uno dietro l’altro farebbero il loro ingresso nell’arena questi tori da strapazzo e io a ucciderli uno dopo l’altro con un fendente veloce e preciso della mia muleta nella colonna vertebrale fino a trapassargli il polmone, guardandoli dritto negli occhi che già risplendono del mistero della morte.
E per ultimo lui, il toro più grande e temibile, proveniente dal famigerato allevamento della famiglia Berlusconiez, di Jerez.
Cazzo, questa bestia dalle corna lunghissime e affilate però mi dà un gran filo da torcere. Mentre gli conficco le banderillas nella carne dura, il pubblico si eccita, e chiede a gran voce “musica, musica, musica!”. È il momento della spada. Più volte mi scaglio contro l’animale ansimante, ma niente, non riesco a finirlo con un sol colpo. Sicché inizia una lunga e tremenda agonia al cupo suono degli ottoni, mentre il rosso del sangue è ormai il colore dominante nella polvere della plaza su cui non splende più il sole già da alcuni minuti.
Al quinto affondo, finalmente la punta della spada spezza il fiato per sempre all’animale. Il pubblico, nonostante la mia prova non perfetta, è esaltatissimo. Mi acclama a gran voce e chiede che vengano tagliati all’animale coda e orecchie. Che terrò tra le mani facendo ben tre giri sotto gli spalti dell’arena accogliendo il meritato tributo di gloria.

Una sola nota negativa offusca questa eroica giornata di coraggio e prodezza: le carni degli animali abbattuti nell’arena e prontamente macellate rimarranno a marcire nelle cucine dei ristoranti. Per la prima volta nella storia della tauromachia spagnola, infatti, gli avventori non ne vollero sapere di cibarsi dei tori matati da Bombay in quel caldo pomeriggio di settembre.


*Torero – Renato Carosone




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26 settembre 2005

Blog e felicità

Qui si parla di felicità e speranza, di scrittura e lettura. Herzog è di certo uno dei miei blog preferiti non solamente per l'ecletticità dei suoi post, che spaziano dalla satira alla narrativa (la cui lettura regala, se non proprio felicità, sicuramente un benessere quasi catartico), ma anche per il sempre interessante, fitto e genuino scambio di commenti che ne segue tra i suoi lettori.
Insomma, un gran bel posto. Che strappa un sorriso, a volte amaro, a volte dolce di speranza.


*Sinfonia N°41 "Jupiter", secondo movimento - W.A.Mozart




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24 settembre 2005

Depressione

Fermo, solo, all’angolo tra piazza Colonna e via del Corso. Osservo il passaggio, la gente. Sarà infantile, ma vivo uno di quei momenti in cui mi sento addosso quante cazzo di persone ci siano su questo sputo di pianeta. Quanta diversità: belli, brutti, stupidi, intelligenti, ingenui, furbi, insignificanti, affascinanti. Come guardano, camminano, si vestono, parlano tra loro, pensano. E allora mi chiedo: come si può cadere in depressione? Lo so che non è una menzogna, ma una vera e propria malattia. Ma nonostante questa scientifica codificazione io non riesco comunque a farmi una ragione di come una persona possa diventare depressa. Voglio dire, c’è troppa gente attorno per deprimersi. Qui c’è in continuazione da conoscere, baciare, litigare, incazzarsi, scopare, evitare, amare, discutere, confrontarsi, picchiare…ma porca puttana, tutto fuorché deprimersi. Manco vivessi sette vite.
O forse sono solamente un po’ stupido. Da evitare, allora.


*Sylvie – Saint Etienne




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20 settembre 2005

Blob

Berlusconi: "Un giorno o l'altro esploderò"
Ce lo auguriamo in tanti, presidente.


*Because the night - Patti Smith




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19 settembre 2005

Etciù, melodie autunnali

Milano sotto la pioggia è semplicemente meravigliosa. La luce viene dal basso, dal pavet bagnato che riflette il cielo compatto. Dominano il grigio delle nuvole e dei sassi, l’argento delle gocce, l’arancione dei tram, il rosso dei mattoni e dei tetti, il verde e il giallo delle foglie. Le linee di palazzi e monumenti diventano ancor più pulite e nette, e tutta la città quasi palpabile.
Adoro l’autunno, camminerei per ore sotto la pioggia.
La forte escursione termica e l’umidità di queste giornate, però, possono essere fatali. Così lei continua a starnutire a più non posso. Creando un buffo e costante sottofondo che, dentro casa, accompagna il suono della pioggia che fuori cade su Chinatown.


*Mi salverò - Malfunk




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13 settembre 2005

Perfettibilità

Sì, va bene, Roma è bellissima, tanto bella da fare male. D'accordo. Piazza Navona è un idillio per i sensi, un capogiro di emozioni.
Però, ecco, secondo me quel Bernini lì ha dimenticato qualcosa quando ha scolpito la Fontana dei Fiumi. L’ho sempre pensato, ma non sono mai riuscito a mettere a fuoco esattamente cosa. Una sensazione. Poi domenica mi sono seduto sul bordo della vasca accanto a te. Ti ho baciato e ti ho guardato a lungo negli occhi. E in quel preciso momento, quasi un lampo, ho colto la mancanza che per me caratterizza quelle linee marmoree. Appena ci siamo alzati per andarcene, però, quella intuizione è sparita prima ancora io potessi codificarla.
Se fossimo stati lì mentre il Bernini era al lavoro con martello e scalpello e ci avesse visto insieme, ecco forse allora lui avrebbe capito e guidato le sue mani sulla pietra in maniera diversa.
Sfortunato quel Bernini. D'altronde, sono cose assai rare a vedersi.


*Forbidden colours – David Sylvian




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12 settembre 2005

Gaza, 12 settembre 2005. Primo passo

Dopo 38 anni lo stato d’Israele pone fine all’occupazione militare della striscia di Gaza. Dopo 38 anni i palestinesi che abitano questa striscia di terra potranno muoversi da Gaza a Rafah senza che qualche soldato con la stella di David gli spari addosso. Dopo 38 anni si potrà trivellare il suolo per ricavarne acqua, senza che i pozzi vengano poi presto distrutti da ruspe armate.
Ma non è ancora libertà per questo popolo, che rimane chiuso, sigillato. Che rimane precluso dal diritto di vedere Gerusalemme capitale del proprio stato. Che non può abbracciare quei fratelli che stanno lì dietro, a pochi chilometri, in Cisgiordania. Dove, invece, la costruzione di colonie da parte di Israele procede metodica e incessante.
È stato compiuto un piccolo passo verso la libertà, che rimane però lontana. E per cui bisognerà lottare ancora molto a lungo.


*Suite per violoncello solo BWV 1007 – J.S.Bach (Pierre Fournier)




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8 settembre 2005

Chiavi

A breve una persona dovrà venire dalle mie parti per lavoro. La ospiterò a casa mia. Ieri sera, tranquillamente, mi ha chiesto di prepararle un mazzo di chiavi della mia magione, perché in quei giorni molto spesso avremo orari diversi e quindi avrà bisogno di uscire ed entrare liberamente.
Al che ho fatto una riflessione.
Basta poco, sia per chiedere sia per concedere un favore del genere. Tante volte, a cuor leggero, ho prestato casa, la macchina o la bicicletta ad altre persone, compiendo quel gesto tanto ufficiale quanto semplice di porgere nella mano del richiedente le chiavi in questione.
Eppure, a pensarci, sono cose importanti. Voglio dire, una casa, grande o piccola che sia, è comunque sempre lo specchio più intimo di una persona. Ci sono i suoi spazi focali, le proiezioni delle sue gioie, dei suoi dolori e delle sue manie. L’angolo dei segreti come quello dei sogni. Eppure, è sufficiente che il richiedente ti ispiri un po’ di fiducia, non abbia chiare tendenze terroristiche e, anche se lo si conosce da poco, gli viene concesso questo grande privilegio. Non dico che dò le chiavi di casa al primo che passa, anzi, sono di una gelosia estrema, però, insomma, un rifiuto categorico è raro e sottintende serie e gravi motivazioni.
Ecco, allora, visto che si tratta di un gesto così comune e speciale insieme, mi piacerebbe che si potesse fare anche col cuore. Per una volta, dico una, sarebbe bello arrivare davanti a una persona e chiederle di farsi consegnare le chiavi del suo cuore, dando in cambio le proprie.
Sì sì, lo so, lo so, che il bello di ottenere le chiavi del cuore di una persona risiede proprio nell’attesa, nella faticosa conquista, nel lento mettersi in gioco, e bla bla bla...
Però, per una volta, una volta sola, sarebbe un rischio che mi piacerebbe poter correre da subito, appena una persona mi ispira profondamente.
“Tieni, queste sono le chiavi del mio cuore. È un po’ rinsecchito e leggermente inacidito ultimamente, però quando ti ha visto ha avuto dei gran sussulti. Entra pure, sprimaccia i cuscini e cambia le tende se vuoi. Apri pure la finestra, fai scorrere un po’ d’aria, e, se decidi di andartene per favore non lasciare i piatti sporchi nel lavabo. Ora mi dai le chiavi del tuo che vorrei trasferirmi un po’ lì?”.
Un sogno strampalato, come tanti altri.


*De do do do, de da da da – The Police




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7 settembre 2005

Aspetto

Per fare un paragone, sto aspettando con la stessa ansia con cui si attende di vedere le stampe di un rullino appena consegnato in laboratorio dopo essere stato immortalato. Sono certo di cosa ho fotografato, ero lì, dietro l’obiettivo, m’immagino anche il risultato finale. Ma fino a che non ho le foto tra le mani non posso stare tranquillo.
La questione, però, è che stavolta ho la netta sensazione che quelle scattate siano foto incredibili, assolute, definitive. Che di migliori non sarò mai più in grado di farne.
Allora aspetto. Un’attesa scandita da dolorosissimi e immensi vuoti d’aria in pancia, come quando sei sulle montagne russe e la macchinina giunta in cima si lancia velocissima in una discesa che ti porta il cuore in gola. O come quando si sta volando a una quota di diecimila metri.
E tra un vuoto d’aria e l’altro, non faccio che pensare a una di quelle tante immagini: i suoi occhi che mi sorridono stupiti ed emozionati, che mi hanno tolto il fiato.



*Stella di mare - Lucio Dalla




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5 settembre 2005

Giù le mani dal jazz

Troppe volte in questi giorni mi tocca leggere articoli, post, opinioni sulla catastrofe di New Orleans in cui gli autori partono comunicando il proprio amore per il jazz per poi arrivare a parlare di guerra in Iraq, criticare l’amministrazione Bush, analizzare le reazioni antiamericaniste in ambiente europeo, invocare la democrazia come baluardo di libertà e salvezza.
Ricordate le sonorità di Louis Amstrong e nel rigo successivo c’infilate la politica d’oggi. Se New Orleans è stata di certo la culla del jazz e se proprio il jazz è nato dalla spontanea fusione di musicalità sorte dal disagio sociale, questo non vi dà il diritto di usare il jazz come chiave emozionale per suffragare le vostre idee.
Oddio, il diritto, in quanto società democratica in cui vige il diritto di parola, ce l’avete. Così come io ho quello di urlare che mi fate schifo. Siete irritanti, patetici. Di più: viscidi e subdoli.
Ma che cazzo ne sapete di jazz? Ma lo sentite voi, il jazz? E ho scritto sentite, non ascoltate.
Jazz è improvvisazione consapevole del momento. È ricerca di vibrazioni in nome della disperazione e della gioia umana. È violenza nel tentativo di esplorare sensazioni inarrivabili col solo pensiero razionale. È una caccia continua verso quella divinità racchiusa in noi, non quella in cielo o sui testi religiosi che poi arrivate a sostenere o condannare, ma quella che abbiamo dentro. Una ricerca che richiede uno sforzo fisico, mentale, perché nello stesso tempo in cui scava verso l’ignoto vuole comunicare per condividere con l’esterno questa discesa. O questa salita.
Le opere di questi minatori dell’anima che scavano tra vallate d’avorio, ebano e ottone in cui scorrono torrenti di whisky sopravviveranno a qualsiasi inondazione, apartheid, incendio, guerra.
Volete discernere e dilungarvi in legittime analisi politiche e amministrative sul ‘dopo uragano’? Fate pure. Ma lasciate stare il jazz, per favore.
Dove siete quando si parla di cultura musicale in Italia?!? A chi state porgendo orecchio e attenzione quando qualche disperato che vive (muore...) di musica denuncia con quel fil di voce che i media gli consentono che nel nostro paese non si fa istituzionalmente alcunché per diffondere la cultura della musica classica e di quella jazz nella società e soprattutto tra le nuove generazioni? Quando musicisti, direttori d’orchestra, maestranze implorano fondi, attenzione, cambiamenti, dove cazzo state?
Forse state al concerto delle Vibrazioni. E allora oggi v’infilerei un vibratore nel culo, a tutti quanti voi, improvvisati adoratori meschini del jazz.

"I'm gonna lay down my sword and sheild, down by the riverside, down by the riverside, down by the riverside, I'm gonna lay down my sword and sheild, down by the riverside, ain't gonna study war no more"


*Reflections – Thelonious Monk




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2 settembre 2005

Jazz sponsorizzato Wal-Mart

A New Orleans licenza di uccidere per gli uomini della guardia nazionale reduci dall’Iraq e chiamati a riportare l’ordine nella città allagata.
Bush non poteva perdere una così buona occasione per far fuori un po’ di quei cazzoni di democratici, negri e adoratori della musica del demonio.


*I shot the sheriff – Bob Marley




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1 settembre 2005

Italiano in bottiglia

Come più volte ho qui raccontato, il quartiere in cui abito si sta inesorabilmente tingendo di giallo. Le vecchie botteghe di artigiani milanesi stanno sparendo sempre più velocemente, soppiantate da negozi cinesi che per lo più vendono jeanseria, cellulari, accessori per cellulari, musica e film del paese della grande muraglia. Ogni tanto, però, gli omini dagli occhi a mandorla aprono delle attività con l’intenzione di attrarre i portafogli anche degli autoctoni, che saremmo poi noi italiani.
Uscendo di casa, ieri, con la coda dell’occhio scorgo una gran teoria di bottiglie. Mi volto e dove fino al giorno prima c’era un negozietto di ferramenta oggi si trova un’enoteca gestita da cinesi, con scaffali in legno nuovi di zecca che vorrebbero ricordare una cantina piemontese, raffinatamente illuminati da tecnologici faretti. Insomma, una vera novità per la zona. Alzo lo sguardo all’insegna e leggo: VINOTECA. Inizio a ridere da solo. La cinesina all’interno dell’enoteca mi vede, si avvicina all’entrata e iniziamo un dialogo che ha del surreale.

- E-n-oteca. Un negozio che vende vini si chiama enoteca, non vinoteca.
- Sì, sì, vino. Vuoi vino? Entla entla!
- Ora no, ma stai tranquilla che sarò vostro cliente. Sto parlando dell’insegna, dell’italiano.
- Sì, sì, vino italiano, vino italiano! Losso, bianco.... che vino vuoi?
- L’insegna, l’insegnaaaaa, il nome del negozio. Si dice e-n-o-t-e-c-a e non vinoteca.
- Sì, sì, vino-vino! Toscana, Pimonte, Cicilia... che vino vuoi?
- Senti, vabbè, giusto perché avete appena aperto, dammi una bottiglia di Chianti e facciamola finita.
- No, no! No finito Chianti. C’è Chianti! Vieni dentlo così vedi Chianti.
- ...o gesù...


*That’s life – Frank Sinatra




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