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25 luglio 2005

Al sicuro, nell’Egeo

O, finalmente parto per le vacanze! E sono felice. Per tanti motivi: perché dopo un anno di lavoro sono davvero stanco e ho bisogno di starmene a non fare un cazzo, leggendo, bevendo, magnando e dormendo, così, come consiglia Mario, mi ritorna anche la voglia di menare le mani. Al massimo posso fare lo sforzo di concedere a qualche autoctona di sollecitare le mie parti basse, ma niente di impegnativo, per carità. E poi perché mi serviranno ad affrontare la mia nuova sfida più in forma che mai: dopo cinque anni esatti lascio la scrivania dove lavoro per scrivere unicamente da free lance.
Infine perché vado in una di quelle isolette greche talmente piccole che se arriva un islamico lo si sa immediatamente tutti. E lì sì che i pacchetti sicurezza possono essere davvero efficaci… Così, per qualche settimana, smetterò di avere paura. Che mi fanno un baffo gli slogan “non abbiamo paura”.
Per quel che mi riguarda, io ho una paura fottuta.

La nostra presenza militare in medio oriente può essere motivata unicamente per due ragioni: perché da filantropi vogliamo modificare una cultura che a nostro parere calpesta quotidianamente i diritti umani oppure perché vogliamo difendere i nostri interessi.
In entrambi i casi stiamo sbagliando.
Rimango infatti convinto che per persuadere interi popoli che tagliare le mani ai ladri, lapidare le donne adultere, impiccare gli omosessuali siano atti ignobili, orribili, a cui è giusto ribellarsi, non bisogna ricorrere alle armi, ma sia invece necessario comunicare, informare, spiegare. Da tempo in quei paesi ci sono persone occidentali, organizzazioni, volontari attivi in questo senso. Che faticano nel nobile intento di scuotere le coscienze lavorando spalla a spalla con quei pochi riformisti locali che vogliono uscire allo scoperto. Certo, i risultati sono pochi e di modesta entità. Ma il ricorso alle armi non può fare altro che allontanare le masse più povere di queste popolazioni dall’apprendere e condividere certi concetti. Spingendoli così dalla parte opposta, ad abbracciare le peggiori teorie fondamentaliste. Che in questo caso vengono a coinvolgere pure noi, oltre che i gay, i ladri e le puttane del posto.
Se invece siamo là con pistola e fucile per difendere i nostri interessi…bè, a me pare chiaro che i “nostri interessi” non sono certo quelli degli italiani, degli americani, degli inglesi e via dicendo. Sono gli interessi di una manciata di americani, di inglesi e di italiani. Di cui noi, e per noi intendo proprio tutti, possiamo benissimo fare a meno. Magari lentamente, sacrificandoci all’inizio, ma non certo agonizzando.
Mi si dirà che noi là ci siamo andati prima di tutto per liberare un popolo oppresso. Con che solerzia però siamo corsi in difesa di questo popolo lasciandone tanti altri a sanguinare e soccombere sotto i colpi di machete, per poi vederli morire lentamente giorno dopo giorno. No, no. Lì ci siamo andati perché era perfetto, era l’occasione per poterci attestare proclamando “stiamo liberando un popolo”. Meschina copertura.
In Iraq ci vuole la democrazia. In Arabia Saudita no. O meglio, non importa, tanto lì i tiranni sono nostri amici e ci facciamo pure parecchi soldini.
I più tacceranno questo ragionamento di bieca e consunta demagogia. Magari per giunta della peggior specie pacifista e comunista. Eppure in breve arriverò a concordare con quanto scritto da Oriana Fallaci sul Corsera di sabato 16.
Parole realmente demagogiche sono quelle che ho ascoltato dalla bocca del nostro ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, quando alle richieste dell’opposizione di lasciare l’Iraq ribatte che ai tempi dell’attentato alle Twin Towers non c’erano mica soldati della coalizione occidentale nel paese di Saddam Hussein, non c’era la guerra. Mi chiedo se il nostro ministro ci pigli tutti per una gran massa di coglioni. E già, gli americani sono arrivati all’attrito bellico con gli islamici negli ultimi tre anni, come Colombo arrivò in America nel 1492. E già.
Come se non si sapesse che l’ingerenza militare degli occidentali dall’Algeria all’India si protrae da decenni. Chi ha costruito gli oleodotti? Chi li difende con soldati o società di sicurezza? Chi spende denaro su denaro per favorire ora quello stato contro l’altro e poi questo contro il primo, solamente per rendere agibile nel migliore dei modi quello scacchiere così succulento?
Che forse lo stallo israelo-palestinese è cominciato anch’esso nel 2003? Oppure che gli occidentali non vi abbiano avuto mai niente a che fare? Eppure gli editti dei terroristi islamici di Al Qaeda fanno sempre riferimento alla causa palestinese.
Così come mi suonano pateticamente demagogiche anche le parole di Romano Prodi, che richiama al dialogo con gli islamici moderati. Ma quale dialogo, cazzo?!? Gli islamici moderati moderati lo sono di già, senza le parole di Prodi. Oppure il grande statista vuole redimere a parole Bin Laden e discepoli? Quelli sono incazzati neri! È il momento di agire, prima ancora di cercare dialoghi.
La guerra in Afghanistan come quelle in Iraq non sono servite a niente. I liberatori non hanno il controllo di uno straccio di fazzoletto di terra, così come i governi democratici da loro insediati.
Eppure il nemico sono loro, gli islamici, è vero. E come dice la Fallaci è un nemico che sta per giunta in mezzo a noi. Un nemico cresciuto secondo una legge religiosa, in cui i richiami alla violenza e alla vendetta sono innegabili. Forse la maggior parte del mondo islamico ci è nemico. Ed è riuscito a infondere odio e ad armare anche quegli islamici che, in pace, erano venuti a vivere qui da noi, anche da diversi anni. Da dove viene tutta questa capacità coercitiva? Solo dal Corano?
E proprio perché questo nemico mi sta di fianco o dietro, e non di fronte, che ho una paura fottuta. Perché fermarlo è pressoché impossibile. I pacchetti sicurezza di cui tanto si discute in questi giorni mi fanno sorridere amaramente. L’indonesiano che abita di fronte a casa mia può procacciarsi dell’esplosivo quando vuole, cucirsi un bel giubbottino e andare a farsi saltare in un concerto all’Arena qui vicino quando cazzo gli pare. Impossibile fermarlo. Impossibile.
E allora proprio per questo credo fermamente che questa guerra vada combattuta. E vinta. Perché così non si va da nessuna parte.
La Fallaci chiude il suo intervento scrivendo “Siamo in guerra: vogliamo mettercelo in testa, sì o no?!? E in guerra si piange, si muore. Punto e basta”. Ha completamente ragione. E già si è cominciato a morire e a piangere parecchio.
Questa guerra, però, è di natura diversa, se ne converrà. Ed è iniziata tanto tempo fa. Nelle vie di Beirut, di Tripoli, di Srebrenica. Ecco, allora, vorrei che per una volta si tentasse di combatterla in maniera diversa. Vorrei che prima di chiedere il mio sangue per vendicare altro sangue e bloccare di versarne altro ancora, si battessero tutte le strade possibili prima del ricorso alle armi.
Vorrei che provassimo a ritirare i soldati da tutti i paesi che non sono il nostro. Vorrei che rinunciassimo al petrolio. Perché possiamo fare sia una sia l’altra cosa. Vorrei che il mondo si bloccasse, si sedesse attorno a un tavolo e da lì non si rialzasse finché non s’è venuti a capo della situazione israelo-palestinese.
Nel caso si rivelassero tentativi fallimentari, nel caso l’arroganza islamica si manifestasse davvero come un’invasione del nostro territorio, allora sì potrò accettare di vivere in uno stato di polizia, in uno stato in cui la multietnicità verrà bandita in nome della sicurezza. In cui si eleveranno alti muri di protezione. Allora sì io per primo impugnerei l’arma per difendere me e la mia gente. E tirerei per la giacca chi si rifiuta di farlo urlandogli del codardo!
Tentare, al momento, non ci costa davvero niente. Anzi, se qualcuno crede realmente nei pacchetti di sicurezza a cui i nostri e altri governanti stanno lavorando, i soldati che ritireremmo da lontano potrebbero essere impiegati in questo senso.
Che ne sapete, magari sarebbe la prima guerra della storia a essere vinta senza sparare.
Crudele futuro, invece, vivere versando lacrime e sangue rimanendo col dubbio: “chissà, forse poteva anche funzionare”.


*Samba de verao – Caetano Veloso


…continua, arrivederci blog




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24 luglio 2005

Belli e cattivi

Più volte ho scritto quanto negativa sia la mia opinione sui giovani di questi tempi. Impegnati a inseguire un insulso e idiota culto dell’immagine fisica, attratti dalla fama che grazie a questo potrebbero ottenere, chiaramente in televisione. Incapaci di godere leggendo Dostojevski o ascoltando Bach. Smarriti senza un telefono cellulare in mano. Completamente all’oscuro della storia contemporanea di questo folle pianeta.
Molto probabilmente queste caratteristiche non riguarderanno la totalità dei giovani d’oggi. Ma, se ne converrà, una grande parte. Se non la maggioranza.
Ma al peggio non c’è fine. No.
Ricordo una ragazza di 18 anni che poco tempo fa, mentre parlavo di Islam, se ne uscì dicendo che “i musulmani sono tutti delle bestie”. Ma se poi le chiedevi quanti musulmani avesse conosciuto in vita sua, rispondeva “nemmeno uno”.
Allora di fronte agli eventi degli ultimi giorni mi viene da pensare che oltre a generazioni di idioti, molto probabilmente queste saranno anche generazioni di persone che odiano. Visceralmente.
Se ai miei occhi prima erano solamente patetici, ora sono anche pericolosi.


*Alone again or - Love




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21 luglio 2005

Bbc:

Parla di un altro "incidente" nella sotterranea di Londra.
Tre stazione del metrò evacuate.
Attendiamo.




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21 luglio 2005

Ingabbiate lui!

In seconda media la mia classe cambiò professoressa di religione. La nuova arrivata era una ragazza di ventiquattro anni, neolaureata in filosofia. Era semplicemente bellissima. Anzi, una strafiga.
Alta due metri, Caterina si presentava a scuola perennemente in minigonna e faceva lezione stando seduta sulla cattedra. Aveva la carnagione olivastra e lunghi capelli lisci e corvini, pareva un’indiana. Non ricordo quante seghe avessi dedicato a quelle cosce lisce e sode degne di una copertina di qualsiasi rivista per uomini. Per giunta era pure simpatica, sempre sorridente. Quando andammo in gita a Gradara, sul pullman le feci una foto con la mia Kodak Disk, in modo da poter poi perfezionare i miei appuntamenti masturbatori.
Ora, se quella ragazza un bel giorno mi avesse gentilmente trattenuto in classe a fine lezione per iniziarmi alle delizie del sesso, se per giunta avesse voluto reiterare tale servigio fuori dall’edificio scolastico mostrandomi la magia di un pompino dentro la sua Panda, ecco, sarei stato l’adolescente più felice di questa terra. Raggiante nel mio membro e nel mio orgoglio. Non oso immaginare la tronfiaggine con cui mi sarei vantato con i miei coetanei: “ragazzi, mi sono scopato la tipa di religione”, suona come un Inno alla gioia. Che poi, voglio dire, col fatto che insegnasse religione la cosa sarebbe stata ancor più perversamente perfetta.
Cosa mi tocca leggere invece oggi? Che un quattordicenne americano ha denunciato quel bocconcino biondo della sua professoressa di reading. Costei sarebbe colpevole di aver fatto sesso col suo studente a scuola, in macchina e persino nel suo appartamento, e ora rischia fino a 30 anni di galera.
Io dico solamente una cosa: attenzione, che quel ragazzo lì, tra un quattro anni, potrebbe essere tra le truppe a stelle e strisce che vanno a esportare la democrazia aggiro per il mondo. E di uno che ha denunciato quell’angioletto sexy dagli occhi blu perché ci ha fatto del sesso – chiaramente consenziente – non c’è mica da fidarsi. Proprio per niente.


*You shook me all night long – Ac/Dc




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18 luglio 2005

Richiesta noir

Siccome sono tragicamente in ritardo con i versamenti all’Inpgi, la cassa pensionistica per i giornalisti, non è che potreste girare i suoi contributi sul mio conto?
Tanto per non sprecare nulla, ecco.


*Anywhere out of the world – Dead can dance




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15 luglio 2005

R.i.p. scontato

Son lì che mi bevo la solita birretta che mi faccio appena rincaso dalla giornata lavorativa quando squilla il telefono. Odio il telefono, specialmente quello di casa. Lo faccio squillare. Insiste. Mi decido a sollevare la cornetta.
- Pronto.
- Pronto, casa bombay?
- Sì, chi parla?
- Sono la marmista del cimitero.
- Chi?
- La marmista del cimitero. Prima di tutto, condolianze signor bombay.
- Guardi che qui non è morto nessuno.
- Ma come, non avete avuto un lutto proprio stamane?
- No, guardi, io abito da solo, e a meno che lei non stia parlando con un fantasma, qui non è morto nessuno.
- O, mi spiace signor bombay, ci dev’essere stato uno spiacevole malinteso.
- Le pare. Buona serata signora marmista.
- Buonasera signor bombay.

A parte la morbosa curiosità che mi è subito sorta di vedere com’è fatta una marmista, ho pensato che prima o poi bisogna pensarci, bisogna chiuderli sti cazzo di conti.
Certo, poi c’è chi, come il commissario Renoir di Casablanca, i conti li straccia. In due minuti di film ordina di seguito un Veuve Clicquot del ’26, due champagne cocktail, una bottiglia del miglior vino bianco, due Cointreau. E spiega a Victor, l’uomo di Elsa (la troia): “Guardi, il gioco è semplice: io dico al cameriere di segnare tutto sul mio conto, e poi lo straccio”.
Ecco, mi piacerebbe fare così. Mica per questione economiche, no. Siccome con certi ricordi, ossessioni, desideri, i conti non riesco proprio a farceli, mi piacerebbe strapparlo del tutto il conto. Puff! Come il ricordo di una passeggiata estiva dentro al Colosseo e i suoi capelli biondi mossi da una piacevole brezza mentre l'abbraccio. Straccio tutto, come se mai fosse esistito.
Così saprei anche le indicazioni da dare alla marmista per la mia lapide: “Qui giace bombay, colui che ha stracciato il conto”.
E portatemi gin, mica fiori. I fiori ficcateveli su per il culo.


*My generation – The Who




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13 luglio 2005

Sogno d'estate

Mi sa che è già pomeriggio inoltrato. La finestra del tuo terrazzo è aperta e i raggi del sole filtrano attraverso la spessa tenda colorando tutta la stanza di rosso, come la tua collezione di bottiglie di Coca-Cola sopra l’armadio. Dormi sdraiata accanto a me nel tuo antico letto in ferro battuto, completamente nuda. Cosa rara, di solito indossi sempre slip e maglietta, anche in piena estate. Ieri notte siamo tornati tardi e un po’ sbronzi, abbiamo fatto l’amore come piace a te, ti ho riempita di mille baci e ti sei addormentata. Potremmo stabilire il record mondiale di sonno, tu ed io. Poi oggi, che è domenica, diamo del nostro meglio.
L’aria è calda, immobile, quasi densa. Mi sistemo su un fianco e ti guardo. Hai la bocca socchiusa, e le labbra più carnose del solito. Il respiro profondo. Sposto una ciocca di capelli biondi che ti cade sulla guancia, tonda come quella di una bambina. Con le dita percorro piano la tua schiena, la tua pelle bianca e morbida, dalle spalle al tuo magnifico fondoschiena. Mi fa impazzire il tuo sedere. Non mi manca niente in questo momento, nessun pensiero potrebbe scostarmi da questa sensazione di assoluto benessere. Che non oso neanche definire felicità. È di più. Perfezione dei sensi senza tempo né spazio.
Credo che tra qualche minuto mi alzerò dal letto, scenderò le scale in ombra e andrò in cucina per preparare la colazione. Caffé, latte, la confettura di fragole di tua zia, fette biscottate e spremuta d’arancio. Poi te la porto su in camera.
Ma sei scossa da un sussulto leggero. Forse la mia mano che ti sta accarezzando ti ha svegliato. Allunghi un braccio, boffonchi qualcosa e senza aprire gli occhi ti avvicini, mi stringi fortissimo, tanto che uno non capisce dove la trovi tutta questa forza nel pieno del sonno. Poi ti sistemi appiccicata a me. Calda. E il tuo respiro torna a essere regolare.
No, non ci vado più di sotto a farti la colazione. Rimango qui. Che i sogni non hanno bisogno di spremute.


*Loving you – Al Jarreau




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11 luglio 2005

Srebrenica 1995





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11 luglio 2005

Gerusalemme, tagliato fuori un quinto dei residenti palestinesi

Dedicato a chi, quasi due anni or sono, veniva qui a commentare scrivendo che il muro non esisteva, era solamente un’esagerazione della propaganda, che caso mai si trattava di una barriera metallica(?!), comunque quantomai necessaria e lecita. Che si dichiarava decisamente scettico su quanto scrivevo di aver fotografato con la mia Nikon nei pressi di Qalandia: il cantiere per la costruzione del muro di separazione tra Israele e Cisgiordania dove lavoravano operai arabi. Era il lontano dicembre 2002. Le foto le ho riversate in altri lidi.
Non c’è bisogno di provare niente. È tutto lì. Anche se c’è ancora chi non vuole vedere.

GERUSALEMME - Prima un solco profondo sventra le colline a pochi metri dalle case arabe. Poi dalla ferita nella terra cresce il muro: 8 metri di cemento grigio eretti verso il cielo. Alto, inesorabile, invalicabile. «Per renderci la vita impossibile e rubare la nostra Gerusalemme», dicono i palestinesi. «Per difenderci dal terrorismo», replicano gli israeliani. La conseguenza della decisione presa ieri mattina dal gabinetto israeliano di terminare entro il primo settembre la costruzione del muro attorno ai quartieri orientali della capitale era evidente e concreta già nel pomeriggio con la crescita della presenza di ruspe alla periferia del campo profughi di Shuafat. Alle quattro almeno sei ruspe pesanti, scortate da alcune jeep della polizia e un elicottero di pattuglia, stavano ancora scavando le fondamenta del muro. (...)
Il governo di Ariel Sharon non torna indietro. Neppure i laburisti sembrano contrari alla decisione di terminare al più presto la cintura di sicurezza attorno a Gerusalemme. Un anno fa la Corte Internazionale dell'Aja aveva dichiarato illegali i quasi 700 chilometri di muro progettati da Israele dal 2002 per bloccare le azioni del terrorismo islamico provenienti dalla Cisgiordania. Nei circoli di governo non si nasconde che la decisione più controversa riguardo a Gerusalemme (persino l'amministrazione Bush ultimamente non ha nascosto perplessità) è stata presa ora per sfruttare lo sdegno internazionale per gli attentati di Londra. Ed è accompagnata dalla determinazione del premier di iniziare lo smantellamento delle colonie a Gaza a partire dal 17 agosto.
Le conseguenze saranno comunque pesanti. Oltre 55.000 palestinesi, che finora erano stati riconosciuti come residenti di Gerusalemme, vengono tagliati fuori dal muro. Abitano per lo più in 4 località: Shuafat, Kafr Aqab, Anata e Qalandia. Per loro verranno costruiti 12 passaggi nel muro, pattugliati giorno e notte dalla polizia. Ma inevitabilmente le loro esistenze diventeranno molto più difficili. Israele sta già cercando una soluzione per i circa 3.600 studenti arabi che finora ogni mattina si recavano nelle scuole di Gerusalemme Est. Migliaia di commercianti, impiegati, tassisti e lavoratori di ogni genere le cui attività dipendevano dall'accesso alla città saranno pesantemente penalizzati. Si tratta probabilmente della mossa israeliana più importante verso la separazione delle zone di Gerusalemme occupate nella guerra del 1967 dal resto della Cisgiordania araba. Al momento 460.000 ebrei risiedono nella città, di cui circa 200.000 nelle parti annesse dopo il ’67 (incluso il grande insediamento di Ma’ale Adumim da poco dichiarato municipalità indipendente). Gli arabi con permesso di residenza passeranno invece da 230.000 a 175.000. Altri 200.000 residenti nelle zone escluse dalla municipalità israeliana saranno spinti ancor più in periferia.
Lorenzo Cremonesi


*Shine on you crazy diamond (parte seconda) – Pink Floyd




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7 luglio 2005

Elisa

Erano circa le nove di ieri sera. Seduto sul divano di casa stavo ascoltando il sacrosanto sfogo di una mia cara amica, duramente provata dopo una giornata di lavoro, quando squilla il telefono.
- Pronto
- Ciao, sono Elisa
- Eliii, ciao! Come stai?
- Bene, e tu? Sabato torno in Italia per il matrimonio di Francesca, però non passo da Milano, sicché volevo salutarti.
- Tutto bene, a parte i soliti casini economici, tutto bene.
- Ti serve un prestito?
- No, no. Sai che preferisco rivolgermi agli strozzini, non voglio questione di soldi con gli amici. Ti hanno risposto le università?
- Sì, mi hanno preso tutte e tre. Ora dovrei solamente scegliere, ma non so. Mi fa un po’ paura un cambiamento così radicale.
- Fallo, fallo. Sei sempre in tempo per tornare indietro. Senti, e Bobby come sta?
- Si chiama Neal.
- Sì vabbè, insomma, tutto bene con Charlie?
- Neal, bombay, si chiama Neal. Guarda che ti attacco il telefono in faccia!
- Va bene, va bene, Neal, Neal. Lo sai che sono geloso...
- Sta bene. Viene anche lui al matrimonio. Sai che sta anche imparando l’italiano?
- Mmm, immagino già, il solito italiano storpiato all’anglosassone...
- No, anzi, il suo maestro è napoletano. Dovresti sentirlo, è buffissimo.
- Senti, lo so che aspetti quelle foto...è che sono stato così imepgnato ultimamente. Non è che hai già riempito le pareti di casa, vero?
- Ma va, le pareti sono ancora spoglie. Ma per le foto non ci conto. Sei il solito inaffidabile.
- ...prima di agosto te le faccio, promesso...
- ...sì sì...come no...
- Ascolta, torna in Italia, dai, lascia quella città di merda.
- Mi dici sempre la stessa cosa, per una volta, una volta sola, non potremmo terminare una telefonata senza che tu mi dica di andarmene via da Londra? Qui c’è la mia vita ormai.
- Allora chiamami nei prossimi giorni quando sarai nel bel paese, va bene?
- Va bene. Così mi racconti di questa serba...
- Ma come fai a saperlo? Leggi ancora il blog, allora!
- Sempre.
- E perché non commenti mai?
- Perché sono riservata. E poi che cazzo ci scrivo? Sempre “che bello”, “bravo”... diventa monotono. Mi basta leggerti. Mi manchi.
- Anche tu.
- Ti bacio
- Anch’io, tanto.

Conobbi Elisa durante il corso di storia greca all’università e me ne innamorai praticamente da subito. Siamo stati molto tempo insieme. Insieme siamo cresciuti e abbiamo viaggiato parecchio. Ora siamo grandi amici. E più. Quando mi guardo indietro, penso sempre che ho perso un gran treno con lei. Ma è la vita.
Elisa ha degli incredibili occhioni blu e vive da diversi anni a Londra. Laureata in lettere antiche è finita col fare tutt’altro. Lavora nel cuore della finanza londinese, e tutte le mattine esce dalla sua graziosa casetta, prende la metropolitana e arriva nella City.
Dopo l’11 settembre e le bombe alla stazione di Atocha ne avevamo parlato tanto. Io insistevo, stupidamente, a dirle di non usare la metropolitana. Lei, giustamente, mi diceva che era impossibile. E che ormai non ci pensava più. Doveva non pensarci più.

Stamane ero in un ospedale. Quando esco, appena riaccendo il telefono cellulare ricevo un messaggio da una mia amica. “Hanno fatto un attentato nella metropolitana di Londra. Non riesco a chiamare nessuno”. Neanche il tempo di terminare di leggere l’sms che mi chiama. È agitata. Lassù abitano altri due nostri amici. Mi faccio spiegare a grandi linee, ma velocemente perché voglio chiudere e cercare al più presto di mettermi in contatto con Londra.
Chiamo Elisa sul cellulare. Dopo un po’ una voce metallica mi dice di riprovare più tardi, o qualcosa del genere. Allora provo a chiamarla a casa, anche se dovrebbe essere al lavoro. Non c’è linea. Riprovo. Niente, tutto muto.
Chiamo Adriano. Non è a Londra, si trova nello Yorkshire. Mi risponde. Dice di essere dentro a un pub e che sta guardando la televisione. “Hanno fatto un massacro. Parlano di 90 morti ma saranno certamente di più. Hai sentito Elisa?”.
No, cazzo, no, non l’ho ancora sentita Elisa.
Mi viene in mente che nel portafoglio dovrei avere un suo biglietto da visita con tutti i recapiti del suo ufficio. Apro, mi metto a cercare in mezzo a una marea di inutili biglietti. Accidenti alla mia mania di conservare tutto. Chi cazzo se ne frega della ricevuta di questo regalo, cristo, era pure un errore. Dov’è sto cazzo di biglietto, dov’è... trovato. Chiamo. Niente linea. Richiamo. Niente linea.
Sono agitato, tanto.
Rifletto se chiamare i suoi genitori qui in Italia. Potrei agitare anche loro. Li chiamo ugualmente. Mi risponde la mamma, le trema la voce.
“Ciao caro, ha chiamato poco fa, è in ufficio, sta bene. Un po’ spaventata. Vieni a trovarmi”
“Grazie signora, grazie”.
Faccio giusto in tempo a chiudere la comunicazione e ho il volto rigato di lacrime. Il barista davanti mi sta osservando dall’inizio, in silenzio.
Mi guarda e mi fa: “Ei, tutto bene?”
“Tutto bene. A parte che è un mondo di merda, tutto bene”.


*London calling - The Clash




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5 luglio 2005

Tutti al mare con Rossella

Il Tg5 non è mai stato tra i miei telegiornali preferiti per informarmi su quanto accade in Italia e nel mondo. Già ai tempi della direzione di Mentana, infatti, non era raro imbattersi in servizi di pubblico ed estremo interesse come quello che narrava il cambiamento di look di Barbie e la seguente decisione della bambolina americana di lasciare il suo compagno di sempre Ken.
Ma dall’arrivo di Rossella, il giornale regala vere e proprie chicche, che mettono a dura prova il mio autocontrollo davanti allo schermo.
La scaletta dell’edizione delle 20 di ieri era così composta: dopo la notizia dell’imbrattamento della lapide di Borsellino a Palermo e quella dell’uccisione del sindacalista Cgil in Calabria, un servizio su due fratelli di Rimini che per festeggiare la maturità hanno affittato due moto ad acqua, poi uno è caduto in mare e l’altro gli è passato sopra ferendolo gravemente. A parte il fatto che durante il lancio del servizio la Buonamici dice che il ferito è fuori pericolo, mentre poi il corrispondente dice che sta lottando tra la vita e la morte, mi vien da pensare che hanno avuto dei problemi tecnici sui filmati da mandare in onda. Probabilmente, mi dico, il servizio sui bombardamenti americani in Afghanistan che son costati la vita a tanti civili, quello sul rapimento del diplomatico egiziano a Baghdad, quello sul balletto dei nostri politicanti, quello sull’inizio del G8 o tanti altri non erano ancora pronti.
Poi il colpo basso, definitivo, inappellabile: al termine del lungo servizio sull’incidente dei due fratelli, un ampio approfondimento sulle moto ad acqua. Sono rimasto immobile, interdetto e stringendo a mezz’aria il mio bicchiere di vino rosso ho ascoltato una lunga disquisizione su come funzionano questi velocissimi natanti, le loro caratteristiche tecniche, la legge che ne regolamenta il noleggio, il tutto condito da un bel po’ di zoomate su culi perizomati a zonzo per le spiagge...
Ora devo solamente capire in quali lidi andrà a villeggiare il caro Rossella, e affittare anch’io un acquascooter.


*Sixth sense – United Future Organization




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4 luglio 2005

Amena antropofagia milanese

Ieri ho dormito venti ore. Nelle rimanenti quattro ore, ho mangiato, bevuto, cagato e candeggiato le mie membra.
Alle cinque di stamane sono stato svegliato da un cinese che aveva scelto la porzione di marciapiede proprio sotto la mia finestra per liberare definitivamente i suoi polmoni da ogni residuo superfluo. È andato avanti a scatarrare per una buona ventina di minuti. Al che mi sono messo a osservare tutta l’operazione fumando affacciato alla finestra, che non si sa mai per l’impegno profuso il pechinese si sentisse venire meno.
Durante tale supervisione mi è tornato alla mente cosa mi ha detto sabato sera un’amica, un po’ brilla, dopo averle raccontato dei miei frequenti pasti cinesi: “finirai tritato dentro una porzione di ravioli al vapore”. In effetti la logora leggenda che nel quartiere i cinesi non celebrino alcun funerale, in modo da riciclare i documenti del defunto, e facciano poi sparire i corpi nelle cucine dei ristoranti della zona gode ancora di una certa attendibilità.
Dicono che cibarsi di carne umana provochi dipendenza. E diventare tossici di cadaveri cinesi non dev’essere una gran bella cosa. Per quanto mi riguarda non mi sento di dichiarare di essere dipendente dal cibo cinese. Certo, diciamo che almeno una volta alla settimana mi rifocillo in codesta maniera. Facciamo due. Bè, spesso sono anche tre. Oddio...


*Symphonie N°1 “Classique” – Sergej Prokofiev




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4 luglio 2005

che delizia!

Quando due bocche si uniscono per un bacio si mettono in movimento 27 muscoli, 9 milligrammi d'acqua, 0,18 di sostanze organiche, 0,7 di materie grasse, 0,45 di sale, centinaia di batteri e milioni di germi.


*Kissing a fool – George Michael




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1 luglio 2005

Dal tedio al rimedio

Ieri sera nella mia via c’era l’annuale amena festicciola estiva organizzata da figlie e figli di papà, molto presumibilmente farciti di soldi, ma che amano mostrarsi al mondo alternativamente trendi. Rivoluzionari. Alzano la mano sinistra a pugno chiuso, mentre con la destra stringono la Visa. Glielo leggi in faccia: si sentono depositari di una sorta di saggezza intellettuale che li rende superiori e – ne sono convinti – anche estremamente affascinanti. Sono quelli che gridano da sempre alla libertà della Palestina, e in Palestina vanno con viaggi organizzati da Rifondazione Comunista. Li ho visti. Scendere dal pullman per la sosta del pranzo, sedersi come una comitiva Alpitour a una taverna araba, lamentarsi per le bottiglie di Coca-Cola a temperatura ambiente, polemizzare sul conto diviso alla romana, ritornare sul pullman, scherzare allegramente sul panorama che scorre dai finestrini, sbuffare per le lunghe attese ai check point, poi tornare a Gerusalemme e cercare qualche bel locale nella zona ovest dove trascorrere la serata.
Mi fanno vomitare.
La mia idiosincrasia ha toccato vette altissime ieri sera. La reazione è stata pressoché istintiva: ho guardato per l’ennesima volta prima Io e Annie e poi Casablanca, scolandomi trequarti di boccia di gin e doppiando tutte le battute di Woody e Humprey dall’inizio alla fine, anche se in alcune scene sbiascicavo un po’ rispetto a Lionello.
Al termine della proiezione privata mi son messo alla finestra per dedicarmi all’ultimo quarto di bottiglia. Il cielo si era rannuvolato e tirava vento. La festa era finita e le giovani speranze di questo paese, che adorano Che Guevara ma odiano la violenza e pensano di fare la rivoluzione votando Prodi, si erano finalmente congedati. Chinatown era tornata al suo classico silenzio notturno rotto solamente dal vociare dei cinesi che escono dagli internet point.
Ho pensato che mi piacerebbe assai aprire un bar come il Rick’s in una sperduta isola greca. Poi però me la vedrei arrivare anche lì e allora mi sbronzerei anch’io tutta la notte, chiedendomi: “tra tanti locali nel mondo doveva venire proprio nel mio?”.
Mi sa che è giunto il tempo di tornare a Hebron.


*Free bird – Lynyrd Skynyrd




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