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30 giugno 2005

Ieri, nella Striscia di Gaza

Giovani coloni israeliani occupano una palazzina palestinese al confine dell’insediamento di Gush Katif, nella striscia di Gaza, per protestare contro la decisione del governo Sharon di smantellare gli insediamenti. Seguono scontri sia con l’esercito israeliano sia con i palestinesi.



*Jerusalem in my heart - Fayuz




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29 giugno 2005

appunti

Al Palio del 2 luglio la contrada dell’Onda avrà un cavallo di merda. Così sabato si arriva a 10 anni precisi che non si vince.

Omicidio a Milano per “questione di donne”. Tendenzialmente io per la mia donna non ammezzerei mai nessuno. Al massimo, se fa la troia aggiro, ammazzo lei.

Al bancone dei salumi del supermercato. Il cliente prima di me chiede un etto di bresaola. Il salumiere affetta e ripone il tutto sulla bilancia che segna Kg 0,104. Il signore s’incazza e fa al salumiere: “Le avevo chiesto un etto!”. Il salumiere è un pakistano. Il cliente è uno stronzo.

I coloni israeliani proprio non ne vogliono sapere di ritirarsi dai territori occupati nella Striscia di Gaza e si oppongono alle azioni dei soldati. A riguardo Sharon dichiara: “Non consentiremo a un gruppo di banditi di rovinare lo stato di Israele”.
Mi ha sempre fatto spisciare l’umorismo yiddish...

Pare che vogliano affiggere una targa in memoria di Bettino Craxi in piazza Duomo, dove una volta aveva sede il Psi. Per l’occasione il Comune di Milano sta preparando una grande festa. La cerimonia avverrà in concomitanza con l’approvazione della riforma dell’ordinamento giudiziario. Al termine, bagno di folla con aperitivo in piazzale Loreto per appendere a testa in giù i pm Boccassini, Borrelli e Colombo.

“La fame sono io. Il sogno dei fisici è arrivare a spiegare l’universo a partire dal una sola legge. Sembra sia molto difficile. Se fossi un universo, esisterei grazie a quest’unica forza: la fame. (...) Va precisato che la mia fame è da intendersi nel senso più ampio: se fosse stata solo fame di alimenti, forse non sarebbe stata così grave. Ma esiste una fame che è solo di cibo? Esiste una fame del ventre che non sia indizio di una fame più generalizzata? Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa”.
Biografia della fame, Amélie Nothomb


*Vuelvo al sur – Astor Piazzolla




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28 giugno 2005

"Ogni cosa passa e lascia..."

Chiude. Il bar che frequento da una vita, situato in un angolo di Chinatown, chiude. Tutto il palazzo è stato acquistato da cinesi.
Non è una leggenda, i cittadini dagli occhi a mandorla si presentano dai proprietari di negozi e case della zona con sacchi pieni zeppi di contanti e fanno la loro offerta. Offerta che in tempi come quelli che corrono diventa sempre più allettante. Così tutto ciò che è italiano nel quartiere sta lentamente sparendo. Ora anche il mio bar.
Una volta aveva tavolini a forma di frutta e divani in pelle che ricordavano un po’ quelli di Arnold’s, il bar di Happy Days. Il mio preferito era il tavolo a forma di anguria. Se tutte le puntate di Casa Vianello finivano con Sandra e Raimondo a bisticciare nel lettone, così le mie serate terminavano a bisticciare seduto a quel tavolo accanto alla mia fidanzata, anche dopo che non eravamo più assieme. Poi recentemente il locale ha effettuato una completa ristrutturazione con il risultato di un ambiente un po’ freddo e snob che non ci ha mai conquistato. Ma è rimasto comunque il punto di riferimento per le nostre bevute.
E proprio l’ex fidanzata, durante una festa all’aperto in cui Asia Argento alla console metteva della musica realmente agghiacciante, mi ha dato la notizia: “chiude. Questa è l’ultima settimana”.
Tantissimi i ricordi legati a quel posto, troppi da elencare. Risate, litigate, solitarie riflessioni al bancone con la serranda abbassata. Tante sbronze. Quando chiuse tre mesi per essere ristrutturato, il cameriere gay era talmente triste che salutandoci scoppiò in lacrime. Non oso immaginare la tristezza che ha dentro ora.
I proprietari, con gli occhi lucidi, dicono che riapriranno da qualche altra parte.
Nel frattempo, per dare un degno addio a quello che è un pezzo della nostra vita, l’ex fidanzata ed io abbiamo deciso di sotterrare l’ascia di guerra che da qualche tempo contraddistingue i nostri rapporti e trascorrere lì tutte le serate di questa settimana, dando fondo a tutte le riserve del locale. Già, un po’ come in Casablanca. Nella pellicola del 1942 i due protagonisti terminavano le provviste di champagne della locanda Bella Aurora prima dell’arrivo dei nazisti a Parigi. Mentre qui a Milano termineremo il gin prima dell’arrivo dei cinesi.
Non so se abbassando per sempre quella serranda inizierà anche una grande amicizia. Di certo tanti ricordi e tante emozioni non avranno più una casa, se non nel mio cuore.



*Ancora tu - Lucio Battisti




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25 giugno 2005

tra un goccio e l'altro



*I got you (I feel good) - Joshua Redman




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24 giugno 2005

Mission impossible

Insomma, si sapeva - pure io su queste pagine, rifacendomi a un ottimo servizio pubblicato su Internazionale, ne avevo a suo tempo scritto – eppure non se ne parlava nella dovuta quantità.
Dopo l’11 settembre i servizi segreti americani si sono scatenati per tutto il globo, prendendo in consegna, o meglio, compiendo veri e propri sequestri, moltissimi sospettati di terrorismo islamico, deportandoli a bordo di anonimi jet privati verso paesi islamici amici, tipo Turchia ed Egitto, per poi procedere nei sotterranei delle carceri a lunghi e civilissimi interrogatori con tortura. Che si sa, in uno stato democratico come gli Usa la tortura è vietata, non sta bene, e allora è meglio andare a casa dei cuginetti più scalmanati ma tanto amici della democrazia.
Nel 2003 è accaduto anche qui a Milano, con l’imam Abu Omar.
Ora, mi si dirà che dopo aver subito un attacco come quello del settembre 2001 un paese ha il diritto di difendersi e cercare i colpevoli in ogni modo. Io continuo a pensare di no, e che certi metodi non siano altro che una risposta occhio per occhio dente per dente. Una legge del taglione che per quanto mi riguarda non s’intona granché con questo meraviglioso concetto di democrazia che gli States intendono esportare a destra e sinistra.
Comunque sia, nell’operazione milanese gli 007 della Cia hanno fatto un po’ di stronzate. Forse dimenticando che l’imam era già da tempo sotto controllo delle nostre forze dell’ordine, i cazzoni hanno utilizzato per tutto il tempo della missione dei telefonini italiani. E il giorno del sequestro questi telefonini erano tutti lì, assiepati nella via del rapimento. Poi, per recarsi ad Aviano, da dove sarebbe decollato il jet privato (intestato alla squadra di baseball di Boston...) i cazzoni hanno utilizzato le autostrade, pagando il pedaggio con viacard... Insomma, altro che Pollicino, questi hanno lasciato dietro di sè un vero e proprio filo d’Arianna, fino al pernottamento e alla cena a Venezia per festeggiare la buona riuscita dell’operazione. E i magistrati di Milano ora hanno chiesto l’arresto dei vari Tom Cruise della situazione.
Ora, va bene che i piloti a stelle e strisce amavano sbevazzare e poi sfidarsi in amabili rasoterra nei pressi del Cermis, va bene che gli autisti dei servizi segreti italiani sfrecciano per le strade dell’Iraq con il santino di Fangio sul cruscotto e per chiedergli i documenti gli devi sparà per forza addosso altrimenti col cazzo che li fermi... però, faccettine di cazzo di americani di merda, in Italia, ancora, il sequestro di persona è un’attività illegale.
Mi sa tanto che la vera Mission impossible di quest’epoca è farvi capire che non siete i padroni di questo pianeta.


*Please, please, please, let me get what I want - The Smiths




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22 giugno 2005

In coito veritas

Va bene tutto, ma ora è giunto il momento di parlare chiaro, di dirla tutta, pane al pane e vino al vino. Anche se per il tema che segue sarebbe più indicato scrivere pene al pene...
Le donne hanno un gran dire che si son stufate di essere un oggetto, che vogliono le loro soddisfazioni, la loro carriera, la parità e soprattutto l’appagamento completo a letto. E giù a parlare e scrivere di come Loro raggiungono l’orgasmo, di posizioni, pozioni e punti G da scovare. Ma cosa credono, che per noi uomini l’orgasmo sia una cosa sempre certa e facile?
Credete che ogni qualvolta il nostro affare eiaculi, getti fuori il liquido seminale, noi proviamo un orgasmo? Ogni volta, secondo voi, noi raggiungiamo l’estasi dei sensi?
Pensate di avere il coltello dalla parte del manico perché ogni qualvolta vi ritrovate a far sesso con un uomo questo grazie a voi raggiungerà il culmine del piacere?
E no! Care fanciulle, diciamolo una volta per tutte: l’orgasmo vero, quello che ti fa rizzare i peli dappertutto, ti fa venire i crampi ai calcagni accompagnati da un senso di soffocamento e ti fa pensare “vabbé, ora posso anche crepare soddisfatto”, è raro anche per noi maschietti.
Capita ben di frequente, infatti, che proprio nel momento dell’eiaculatio l’uomo che pensate di star conducendo in paradiso sia invece quanto mai coi piedi per terra, e abbia la mente occupata da pensieri alquanto materiali, pratici, ben distanti dall’estasi siddarthiana che pensate di stare regalando...
Qualche esempio concreto.
Durante le spinte finali (che secondo voi rappresentano gli ultimi gradini per l’accesso al nostro kharma) mi è capitato di alzare lo sguardo e con la coda dell’occhio guardare la bottiglia di birra sul tavolino di fronte al divano dove avveniva la copula, constatare che c’erano ancora tre dita buone di bionda e rincuorarmi al pensiero della prossima sorsata. Altro che perdita dei sensi!
Oppure mentre lei si dimena accartocciata sopra di me mettermi a riflettere su come riuscirò a raggiungere la fine del mese questo giro: “se prelevo di là e poi verso di lì potrei avere sufficiente liquidità per fare il bonifico all’amministratore per coprire una delle rate arretrate per la ristrutturazione della facciata, oppure potrei vendere la collezione di farfalle...”
Trovandomi a casa di una sconosciuta, che mi ci ha condotto con il suo mezzo approfittando del mio stato di ebbrezza, nel mentre che geme e mi ficca le unghie nella schiena, cercare di ricordarmi il numero del radiotaxi da comporre non appena il mio coso avrà dimostrato di aver concluso, “dunque, vediamo, l’8585 non esiste più. Al 5253 l’ultima volta mi ha risposto una ditta di ponyexpress... merda, sarà il 6767? No, troppo vecchio anche quello...”
O ancora, approfittando di posizioni che non le permettono di guardarmi in volto, constatare lo scarso gusto con cui la donzella ha arredato il suo enorme appartamento rimpinzandolo di inutili accessori, amenicoli e dubbie opere d’arte, commentando tra me e me: “proprio vero che chi ha il pane non ha i denti...”
Insomma, care donne, cercate di capire che non sempre siete un ascensore per il godimento supremo. Anzi, spesso siete una zavorra alla cruda realtà.
E a proposito di realtà... guardate che, pur di farvi credere di averci fatto impazzire e godere come mai era successo prima, fingiamo anche noi. Puro gesto di galanteria.
Allora prendiamo atto di tutto questo, smettiamola di rivendicare punti e metodi e cerchiamo di fare l’unica cosa possibile per divertirci e stare davvero bene insieme: veniamoci incontro.


*Voglio andare al mare – Vasco Rossi




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21 giugno 2005

Bombay - un po’ Socci, un po’ Grant – nel talamo d’affanno

Ma perché le donne dopo aver trombato, specie alle trombate iniziali con un uomo, se ne devono uscire con la domanda: “ma tu con quante donne sei stato a letto?”. Ti guardano fisso negli occhi, tirano una boccata dalla sigaretta e socchiudono le labbra umide. Ci siamo: stanno per rivolgerti la fatidica domanda.
Che significa? Perché saperlo? Che cazzo ti frega?!?
A me non viene mai di chiedere certe cose. Cosa cambia?
Che poi, voglio dire, un conto è fare una domanda del genere a un ventenne, ma a trentanni e passa che senso ha? Vogliamo forse trascorrere l’intera notte ad ascoltare la descrizione di un lungo elenco delle rispettive copule? A che scopo? Perché?
Sono domande da film commedia tipo Notting Hill, lasciamole dentro le pellicole.
(a parte poi che io sono molto più bello di Hug Grant. Forse non più bello di Socci, ma di Hug Grant sì, ecchecazzo!)



*She – Elvis Costello
(nella foto, la mia attuale compagna dopo una fugace trombata immortalata mentre sta per pormi il quesito di cui sopra. E che non si inizi a criticare la fanciulla! Che è periodo di vacche magre e ci si deve accontentare di quello che passa il convento...)




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21 giugno 2005

Ficcateveli nel culo i colori!

E così inizia la fine di un’epoca.
È notizia di qualche giorno fa: Kodak ha annunciato di aver cessato la produzione di carta per stampe in bianco e nero. Dopo Ilford e Agfa, anche il colosso americano dell’industria fotografica si piega innanzi all’avanzata della tecnologia digitale.
Ormai la gente vuole un mondo a colori, e per giunta lo vuole subito.
Per me, e credo per molti altri, è un momento molto triste. Oltre a far parte dell’ultima generazione con i ricordi in bianco e nero, fin da piccino sono un gran appassionato di fotografia e stampa in bianco e nero. Frequentavo la scuola elementare quando mio padre mi regalò il proiettore Durst M600 che usava negli anni sessanta. M’insegnò a stampare le foto in casa. E da allora non ho mai più smesso.
Io continuo ad amare e preferire le tonalità di grigio sui volti delle persone, piuttosto dei colori. Così come continuo a notare le differenze tra una stampa di una fotografia scattata digitalmente e quella di un negativo. Tant’è. Evidentemente si tratta di sottigliezze che non interessano più. Bisogna andare veloci, correre, scattare. Ma che scatti sono?
Questi stronzetti di giovani d’oggi non hanno più quel gusto della creazione, che ti fa sentire quasi puro demiurgo d’immagini. Loro attaccano con un filo quegli aggeggi che definiscono macchine fotografiche ai loro computer e tac, eccotele lì sullo schermo tutte belle e fredde le foto che hanno scattato.
Provo pena per loro. Che non sanno, e di questo passo mai sapranno, dell’odore degli acidi, della ricerca della giusta temperatura dell’acqua, degli occhi che ti fanno male alla luce rossa e fioca, del calcolo dei secondi in cui lasciare il foglio di carta dentro alla bacinella, della ricerca della giusta apertura di diaframma studiando i negativi. E poi quel momento pazzesco, quando la carta fluttuante nel liquido inizia prima a ingrigirsi, quindi a presentare i contrasti più forti dell’immagine per poi mostrare tutta la fotografia. Da pelle d’oca. La fatica di ore per conquistare un risultato totalmente frutto del tuo impegno e della tua sagacia.

Probabile che tra un po’ rullini, acidi e carta saranno proprio banditi dal mercato. In nome dell’ecologia. Già…
Ma io non mi arrendo. No!
Insisterò a scattare e stampare in bianco e nero, cazzo! Formeremo dei gruppi di resistenza, agiremo in clandestinità.
Mi vedo già, tra qualche anno, aggirarmi con il favore delle tenebre nei parchetti di periferia. Avvicinare il solito tizio seduto su una panchina e mormorargli:
“Senti, ho scattato 72 pose in bianco e nero a 400 iso. Mi serve della carta, cos’hai?”
“Ho una confezione di fogli Ilford 18x24 a contrasto 3 e quattro di Kodak. Se le prendi tutte te le metto a 250 euri”
“Ei, ma sei pazzo! Per uno stock simile settimana scorsa mi hai chiesto quasi la metà!”
“Senti bello, qui non è uno scherzo, con tutti sti sbirri della Contrasto, della Magnum e della Grazia Neri in giro rischio sempre di più. Se vuoi è così, prendere o lasciare. Altrimenti vattene”
“Fottuta dittatura del digitale! Prendo”



*Bring down the birds - Herbie Hancock per Blow Up




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20 giugno 2005

Nostalgica diarchia alcolica

Intento a bere l’ennesimo bombaytonic, sabato sera mi ritrovo per caso davanti a una vecchia e cara conoscenza, un ragazzo che non vedevo da parecchi anni.
Compagni di liceo, ma non nella stessa classe, ci assomigliamo molto, tanto che ai tempi tutti ci prendevano per fratelli. Al ginnasio facevamo parte di quell’“ampia” percentuale di studenti iscritti al Fronte della Gioventù, scelta alquanto impopolare in quell’istituto. Trascorrevamo ore a disquisire di fantapolitica e ben presto rivedemmo le nostre idee, per abbracciare un modello di stato concepito sull'esempio della democrazia diretta ateniese combinato con un’oligarchia forte ma illuminata di stile spartano. Il concetto non era molto chiaro da illustrare agli altri, però almeno ci metteva al riparo dalle dure repressioni del soviet imperante nel liceo ed era estremamente efficace al fine di affascinare le ragazze.
Insomma, due artisti di vita follemente innamorati della storia della Grecia antica e di quelle meravigliose tettine della Venere di Milo. Amore che portò entrambi a iscriversi alla facoltà di lettere classiche.
Chiaramente il primo corso che frequentammo fu proprio quello di Storia greca. Destino volle che all’esame fossimo interrogati in contemporanea, seduti a un metro uno dall’altro. Io torchiato dalla titolare della cattedra, lui dall’assistente. E in contemporanea fummo sbattuti fuori dall’aula.
Mentre infatti il mio amico alla domanda “Ma scusi, lei conosce Platone?” rispondeva “Non personalmente”, io mi rifiutavo di esporre alcunché riguardante Alessandro Magno “in quanto la storia della Grecia antica dal mio punto di vista termina assai prima, e l'imperialismo del macedone che aprì la strada al periodo corrotto dell’Ellenismo doveva essere stralciato dal programma del corso istituzionale”.
Comunque, finalmente, dopo anni, sabato sera siamo probabilmente giunti a risolvere quello che rappresentava il principale ostacolo alla realizzazione del nostro stato modello: come sostituire oggi gli schiavi? Siamo arrivati alla conclusione che ridurremo in catene tutti coloro che sono appartenuti alla classe politica italiana degli ultimi cinquantanni. Certo, il rapporto schiavi-cittadini non risulterà lo stesso di quello dell’Atene periclea, ma oggi, si sa, ci viene in aiuto la tecnologia.
Rincuorati dalla felice intuizione abbiamo ordinato un altro drink e abbiamo deciso che ci presenteremo alle prossime elezioni politiche, che chiaramente ci vedranno vincitori per volere pebliscitario. Anche perché non ci sarà alcun avversario politico a contrastarci, visto che per allora saranno tutti impegnati a fare le pulizie nelle nostre case e in quelle dei nostri conoscenti.
Abbiamo pensato anche ai manifesti per la campagna elettorale che faremo stampare in centinaia di migliaia di copie e che ci ritrarranno con occhiali e baffi finti alla Groucho Marx, che non vogliamo mica incontrare il favore del popolo unicamente grazie alla nostra incredibile beltà.
A una certa ora, ma poteva essere anche un’altra, ci siamo congedati. Barcollanti ci siamo abbracciati ripromettendo di vederci nuovamente per programmare l’invasione dell’Egitto. Che si sa, prima di instaurare una democrazia diretta ci sta sempre bene, Pericle docet.
E salutandoci gli faccio:
“Ma tu ora che fai nella vita?”
“Per il momento mi sono preso una pausa di riflessione. E tu?”
“Sto riflettendo su come prendermi una pausa”


*Il mio amico ingrato – Vinicio Capossela




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19 giugno 2005

Donne

"Io sono una donna onesta e fedele.
Glielo dica a quel cornutazzo del mio marito!"


*In nome del popolo italiano - Dino Risi




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17 giugno 2005

Olimpia, altro che calcio...

Sarà che per i primi vent’anni della mia vita mi son diviso tra Milano e Pesaro, e queste sono certamente tra le località italiane con la più lunga tradizione cestistica, ma io adoro il basket.
Pesaro, oltre a uno splendido e delicato centro storico, è caratterizzata da gnocche, biciclette, piadina e Scavolini. Ci sono campi da pallacanestro un po’ ovunque e tutti, prima o poi, tentano di lanciare la palla dentro al cesto. Penso di essere stato tra i pochissimi se non l’unico tifoso di Milano (Simac, Billy, Tracer, Philips…) ad andare nel vecchio palazzetto dello sport, dove cantava anche Pavarotti, e assistere ai match tra le due grandi rivali nella curva Inferno, la porzione di spalti riservata agli ultrà marchigiani.
La domenica mattina, poi, da piccino, appena mi svegliavo accendevo la tivù su Antenna Nord per guardare le partite del campionato statunitense commentate da Dan Peterson. E fin da allora ho iniziato a pensare che gli americani dovevano limitarsi a esportare nel mondo solamente il basket. Altro che democrazia.
Comunque, preamboli a parte, ieri sera si è consumata gara quattro della finale tra Olimpia Milano e Fortitudo Bologna. E per l’ennesima volta la velocità del ritmo di gioco, la spettacolare fisicità dei gesti atletici, l’agonismo in campo e la festa sulle tribune, mi hanno dimostrato che questo sport ha tanto da insegnare alle altre discipline. Sia dal campo, sia dagli spalti.
Giunta inaspettatamente in finale dopo un deludente inizio di stagione, Olimpia Milano, sponsorizzata Armani, ha perso la partita all’ultimo secondo. E in molti, tra il pubblico, hanno rischiato l’infarto.
Allo scadere del tempo Douglas, il bestione americano in forza a Bologna, prende la palla poco dopo metà campo, guarda il canestro e sul suono della sirena tira. Ciuff, canestro da tre.
Dubbio lancinante: quella cazzo di palla si è staccata dalle mani del giocatore prima o dopo il suono della sirena?
Trasferendo una situazione del genere nel mondo del calcio, avremmo assistito nell’ordine a: rissa tra giocatori, rissa giocatori-arbitri, rissa giocatori-arbitri-allenatori, rissa giocatori-arbitri-allenatori-massaggiatori, rissa giocatori-arbitri-allenatori-massaggiatori-troie dei giocatori. Battaglia campale tra tifosi sugli spalti. Polizia, fumogeni, cariche, feriti. Insomma, una delizia di violenza che scorre nel letto di un fiume di miliardi.
Ieri no. Ieri era pallacanestro. La decisione doveva sancire se Bologna avesse vinto lo scudetto o se si fosse dovuti andare a giocarsi tutto in gara cinque. Gli arbitri si guardano. Sono uomini e non possono avere certezze tanto millimetriche. Che si fa? Semplice, si dice a tutti, giocatori e spettatori, di pazientare un momento così si guarda la moviola e siamo certi di quello che è successo.
E le immagini candidamente forniscono la verità: la palla si è staccata dalle mani di Douglas qualche centesimo di secondo prima del suono della sirena. Fortitudo campione.
Cocente la delusione sugli spalti del Forum di Milano. Ma una delusione garbata, non certo rabbiosa. E poi nessuno, nonostante le prodezze di Djordjevic per tutta la stagione, pensava saremmo arrivati così vicini al tricolore.
Insomma, un grandissimo spettacolo.
Uno spettacolo, però, che aimè in Italia è sempre più in ombra. La Rai non trasmette più uno straccio di partita del campionato nazionale o di coppa. A parte in roccaforti tradizionali, come appunto Milano, Pesaro, Roma, Bologna, aggiro il basket interessa sempre meno. I ragazzini non sanno manco le regole di questo gioco. La decadenza di cui spesso parlo qui comprende secondo me anche questo fenomeno.
Vabbè, almeno per un po’, ora tireremo il fiato e non trascorreremo più intere settimane a sentir disquisire sul rigore non dato o sul fuorigioco inesistente. I grandi signori del calcio – niente di più lontano dalla vera signorilità – se ne vanno finalmente in vacanza.
Anche il basket va in vacanza. Ma qui a Milano in molti continueremo a pensare a questa splendida stagione appena terminata. E a sperare che Djordjevic ci ripensi, non torni a finire la carriera nella natia Belgrado e ci regali un sogno così anche il prossimo anno.



*Ki istera - Marinella




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15 giugno 2005

Belgrado – Toronto, passando per Sarajevo

Fare una corsa a bordo di uno dei tram che circolano per Belgrado può fornire un’efficace sintesi delle contraddizioni che caratterizzano la città, in questo suo ormai troppo prolungato dopoguerra. I mezzi sono alquanto malmessi, vecchi, arruginiti e paurosamente cigolanti. Però al loro interno spiccano dei modernissimi adesivi in grafica tridimensionale che ricordano ai passeggeri la buona educazione, invitandoli a lasciare il posto a donne incinte, persone anziane e invalidi. Mentre l’autista parla al cellulare, beve caffè, ascolta musica, fuma e, quando ha una mano libera, guida. A velocità criminale.
Contraddizioni che proseguono in strada, con segni di progresso e civiltà che a Milano ci sognamo: semafori dotati di impulsi sonori e un lungo percorso per non vedenti che si snoda per tutto il centro, lambendo palazzi ancora devastati e sventrati dalle bombe. Che ancora non vengono ricostruiti perché mancano i soldi.
Le prime pagine dei quotidiani locali degli scorsi giorni erano dominate dalle notizie sugli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Zoran Djindjic, il premier assassinato lo scorso marzo 2003. Da intercettazioni telefoniche ora parrebbe emergere anche una pista internazionale.
Ma la gente, attorno, non sembra curarsene. Ne ha passate troppe ed è tristemente convinta, forse a ragione, che i politici siano solamente una massa di corrotti e che non si possa fare affidamento in loro. La gente di Belgrado sente il bisogno di muoversi, di andare, di lasciarsi il passato alle spalle. Anche se, tuttora, non sa ancora bene dove andare. Domina come un senso di smarrimento. Si sentono esclusi dall’Europa, però allo stesso tempo da essa attratti. Parlando con le persone, non ne ascolti una che, ricordando i bombardamenti degli americani sulla città, si dichiari vittima di un’ingiustizia. Anzi. Dopo che dalla caduta del dittatore Milosevic si è iniziato a parlare, a sapere di quali nefandezze l’esercito serbo si era macchiato nella guerra contro la Bosnia, forse la gente considera quei bombardamenti come una naturale conseguenza degli eventi, quasi un’espiazione dovuta.
Rimangono fieri, ma confusi.
Ho conosciuto un ex soldato. Ho mangiato a casa sua, al tavolo con la sua famiglia. Poco più che cinquantenne dimostra settantanni. Sulla mano sinistra ha un tatuaggio che contraddistingueva i componenti di alcuni reparti dell’esercito serbo. Ha l’espressione buona, di uno che non farebbe male a una mosca. Gli chiedo del tatuaggio ma mi risponde sua moglie. Dice che non ci sente. È stato via da casa, in guerra per tre anni, poi è tornato perché ferito in battaglia: ha perso completamente l’udito dall’orecchio destro per l’esplosione di un ordigno. La signora, amabile, mi dice che suo marito non parla mai della guerra. Anche quando tornò a casa dopo una così lunga assenza alla sua famiglia disse solamente che aveva operato nei pressi di Sarajevo. Quando l’ex soldato, non so come, sente sua moglie proferire la parola Sarajevo, alza lo sguardo dal piatto, mi guarda con occhi tristi e mi chiede: “Sei mai stato a Sarajevo?”. No, gli rispondo. E chiosa: “è una città bellissima. Hanno sofferto davvero tanto laggiù”.
Anche al bancone di un bar, quando mi son messo a parlare con un piacevolissimo sottofondo jazz con tre miei coetanei, un po’ brilli e per questo particolarmente loquaci, ho assistito a una reazione simile. Prima mi dicono che non ci sono soldi, che il tasso di disoccupazione tra i giovani è altissimo (attorno al 25% per i serbi tra i 20 e i 30 anni. Fonte: Ekonomist), poi il più alto e grosso dei tre mi guarda malinconico e mi chiede se ho mai visto Sarajevo. Dice di essere felice che sia finito tutto.
Poi, accavallandosi tra loro, cominciano a parlarmi dei modelli negativi che giungono qui dall’occidente, facendo presa in particolare sui giovani. “Ma ti sei guardato attorno – chiede Miki -? Hai visto quante ragazze si fanno ricostruire tette e culo? È una mania, una vera mania. E sai perché? Sono bellissime di loro, eppure vogliono omologarsi ai modelli della vostra televisione. Le ragazze, qui, non si innamorano più, guardano solo al tuo portafogli, sono ossessionate dai soldi. Vogliono rendersi esche succulente al miglior offerente. È molto triste questo”.
Pensavo esagerasse, magari preso dai fumi della rakia. Mi è bastata una passeggiata in centro accompagnato da Misha e Pohana, lui programmatore informatico e lei insegnante di italiano, per capire la veridicità delle parole di Miki. Camminando mi mostravano quante ragazze tra quelle che incrociavamo si erano visibilmente sottoposte a interventi chirurgici. Operazioni che, mi raccontano, qui costano pochissimo, anche solamente 500 euro per riempire i seni di silicone. Mi spiegano che c’è un vero e proprio mercato nero della chirurgia plastica. Con la conseguenza che spesso e volentieri chi opera non è propriamente un esperto del bisturi, combinando quindi di frequente dei veri e propri disastri sui corpi di queste fanciulle che inseguono un sogno tanto materiale quanto fallace.
Lilli, un meraviglioso mix di sensibilità, capacità critica, razionalità e rara dolcezza, mi dice che detesta questa moda, questo vacuo culto dell’immagine a scopo di lucro sentimentale. Lei, diplomata in violino e in grado di eseguire senza difficoltà il concerto di Mendelssohn, ha una buffa automobile giallo limone che tiene eternamente parcheggiata nel vialetto davanti casa. La benzina costa troppo, dice. Giustamente fiera e conscia delle sue qualità è anche un’incredibile ballerina di salsa e quando si muove seguendo il ritmo crea un vuoto di stupore conturbato attorno a sé. Ama visceralmente la musica. Dice che è stata il migliore rimedio per non pensare alle bombe che le cadevano in testa. Quando parla della guerra si adombra e abbassa lo sguardo. “Per niente al mondo farei vivere ai miei figli quello che ha vissuto la mia generazione. Stai lontano dalle guerre – mi dice -, ti fanno toccare un’incredibile comunione di solidarietà con gli altri. Poi, quando tutto finisce, se sei sopravissuto scopri che quella comunione era solo un gran miraggio passeggero. Che non esiste in realtà. E sei ancor più triste di prima”. Forse lo smarrimento che si respira oggi a Belgrado ne è una prova.
Lilli è prossima alla laurea in scienze forestali e si mantiene, aiutando anche la sua famiglia con cui ancora vive, lavorando tutti i giorni in un bar fino alle quattro del mattino. È instancabile. Dice che adora la natura e che il suo paese è ricco di splendide foreste e paesaggi mozzafiato, un patrimonio che andrebbe tutelato e sfruttato per creare un rilancio del turismo in Serbia. Ha ragione. Ma purtroppo al momento non avviene nulla di tutto ciò. Allora dice che una volta terminata l’accademia potrebbe andare a cercare lavoro in Canada, là di foreste ce ne sono a bizzeffe e se ne prendono cura come fossero gioielli.
Seduti a un tavolino ondeggiante su una di quelle chiatte ormeggiate lungo l’argine del fiume e adibite a baretti, mi guarda con quei suoi enormi occhioni bluverdi, che brillano ancora di più coi riflessi del Danubio, e mi dice: “Poi quando vado in Canada ti porto con me. Ci vieni in Canada con me, vero?”
Lontano il Canada, molto lontano. Magari ci vengo.
Prima però voglio passare a Sarajevo. Sulle note di Mendelssohn.



*Morning blues – Michel Petrucciani




permalink | inviato da il 15/6/2005 alle 18:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa



13 giugno 2005

Delega pastorale

Sfoglio le pagine di questo blog e vado a leggere quante volte ho sputato bile sul nostro sistema democratico, basato sulla rappresentanza, e quante altre ho difeso, sostenuto ed esaltato lo strumento referendum. Mi si dirà che le due cose sono in contraddizione tra loro. Io continuo a credere di no.
Seguito a pensare che se al momento di scegliere un individuo o un gruppo di individui che dovrà rappresentarmi nel governare il mio paese io non ne ritenga degno alcuno tra quelli presenti sulla scheda elettorale di compiere tale esercizio, e quindo annullo la scheda o mi astengo del voto, sto compiendo un gesto politico. Sto esercitando comunque in pieno il mio dovere di polites.
Se vengo invece chiamato in causa a esprimere il mio parere su come regolamentare direttamente un aspetto della mia vita di polites, scavalcando quei rappresentanti da me non ritenuti degni e andando direttamente al nocciolo di una questione, astenendomi dal voto verrei meno a questo dovere. Questa è democrazia pura.
Ed era un dovere andare a votare anche a questa tornata referendaria. Non ho scritto era un dovere votare quattro sì. Ma era un dovere esprimersi. Tanto quanto una vergogna astenersi. Così come ha ottimamente scritto Giovanni Sartori nell’articolo di pagina 6 del Corriere di sabato rispondendo alla ormai sempre più presuntuosa, saccente e indisponente Fallaci. Donna che secondo me ha ormai completamente perso i numi della ragione e che con questi suoi continui editti deliranti starà facendo rivoltare nella tomba Alekos Panagoulis, quel greco campione di democrazia, lui sì, che è stato per tanti anni suo fedele compagno di vita e di lotta sociale.
Ma per l’ennesima volta, oggi, al cospetto di cotanta astensione, prendo atto che gli italiani sono un popolo capace solamente di delegare. “Che ci pensino loro, a che li abbiamo eletti a fare altrimenti?!?”.
Gran parte di questo popolo riesce a difendere a spada tratta il sostegno militare che i suoi rappresentanti danno a una potenza planetaria per una quanto mai ambigua necessità di esportare la democrazia, ma poi quando gliela si mette in mano, la democrazia, non sa che farsene.
È una vergogna. Un’enorme vergogna. Un’onta in cui sono collusi istituzioni, famiglie, classe politica, Chiesa.
Giorni fa Mario Adinolfi, nei commenti a un post in cui sollecitava a votare no a uno dei quattro quesiti, scriveva che in caso di sconfitta dei sì, però, ci dovevamo stare. E io ci sarei stato eccome. E aggiungeva: “però quando lo perdete non cominciate a di' che er popolo è bue...”.
Che devo dire oggi, Mario? Di che vuoi che ti parli? Disquisiamo su come si stanno svolgendo le partite di potere all’interno delle varie coalizioni politiche in vista delle prossime elezioni?
Non pensi che anche questo sia un discorso un po’ troppo elevato per questa mandria di idioti?
Di quali argomenti possiamo parlare affinché non mi scappi da scrivere che questo popolo fa schifo, è una massa di pecoroni, mi fa vergognare di fronte al resto del mondo?
Bè, a pensarci bene.. forse, qualche argomento ancora c’è… ma sì, l’avete visto che fikata il nuovo modello di Nokia con la telecamera, macchina fotografica e lettore di mp3? Minchia però quanto costa! Accidenti a sto cazzo di euro… Finalmente le Ferrari sono salite sul podio, comunque è un fuoco di paglia, ormai il ciclo è finito. Ma è fisiologico, non si può vincere sempre… comunque, a proposito di bolidi, è arrivata nei concessionari la nuova Yamaha, cazzo che bomba! Sai che mia zia sta morendo di cancro? Già, il male incurabile. Ma qui in Italia le cose incurabili vogliamo che rimangano tali, evidentemente. O forse, no. Semplicemente non ce ne frega un cazzo.
Ci penseranno i nostri rappresentanti.


*Are you going with me? – Pat Metheny




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9 giugno 2005

Viola

Questo mondo magari ti spaventerà.
Sappi che hai due genitori splendidi, merce rara.
Parti da loro.
Imparerai a lottare, perché sei circondata d’amore e buon senso.
E l’amore è lotta.
Poi,
conta sempre su di me.
Sempre.


*Primo tempo, Sinfonia n°6 “Patetica” - Piotr Ilyitch Tchaikovsky




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6 giugno 2005

E il direttore marketing rispose!

Rincaso dal lavoro conciato da sbattere via come al solito. Nell’androne del palazzo butto un occhio alla mia buca delle lettere, sempre intasata da avvisi di pagamenti e minacce varie provenienti dal ministero delle entrate. Ma appoggiata un po’ più in là c’è una grande bustona a me indirizzata con l’inconfondibile timbro coronato. Viene da Londra.
Insomma, apro ed estraggo un libro azzurro accompagnato da una lettera su carta intestata della Bombay Sapphire. È la risposta alla mia missiva.
Che qui riporto fedelmente, con le lacrime agli occhi:


Tuesday, 31st May 2005

Dear Bombay,
thank you for your letter, which was just forwarded to me for reply. I am sorry that it took so lo long to respond, but it was just received.
We sincerely appreciate your loyalty to bombay Sapphire and it is people like you who have helped us grow. You correctly point out that we do almost no advertising, but pass the word along amongst our small community of loyal friends.
However, there is a reality in that our marketing budget are quite small, which actually makes it very difficult to do advertising (even though we do not believe it is the right way to communicate anyway, but that is an entirely different story).
Thus, it is unfortunately very difficult for us to entertain many of your fantastic and creative ideas. However, we enclose a gift that we hope you will enjoy which has been personally signed by the author.
In the future, perhaps we can arrange to meet at the Salone del Mobile in Milano, where we have our annual global designer glass competition?
Many many thanks for your years of support to Bombay Sapphire. I have share your letter with many peolple in our company, and all of us sincerely appreciate you taking the time to write to us.

Cheers,

firma
Global Brand Manager – Bombay Sapphire


Sarà un Salone del Mobile molto movimentato, di certo…
Grazie. Questa lettera la incornicio. Emozionato, vado a brindare.


*Mack the knife – Kenny Dorham




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