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31 maggio 2005

Folli tramonti a Chinatown

Ogni giorno, al crepuscolo, Chinatown vive un paio di ore all’insegna del delirio e del caos più assoluti. È proprio tra le 18.30 e le 20.30, infatti, che si possono maggiormente apprezzare le caratteristiche di questo quartiere dove ho avuto la sciagurata idea di andare ad abitare. E di cui oggi sono totalmente innamorato.
Mi aggiro per la zona nel disperato tentativo di trovare un cazzo di posto dove riporre per la notte la bombaycar. Temperatura di 36° con umidità rilevata del 200%. Nell’aria un acre odore di smog sapientemente miscelato con i vapori che iniziano a fuoriuscire dai ristoranti con le lanterne rosse. Tra viados sudamericani, trans indiani, ex letterine nuore di premier, attuali letteronze, coppie gay che qui passeggiano senza imbarazzo tenendosi teneramente per mano, cinesi che guidano in maniera quantomeno folle riuscendo a fare incidenti impensabili anche andando a passo d’uomo, vigili urbani sbraitanti che tentano invano di dare una logica a tutto questo viavai, i primi ubriachi fuori dall’enoteca che sbiascicano e fumano in una pozza di sudore, impiegate che si accalcano nelle botteghe cercando di aggiudicarsi all’ultimo ciò che le massaie non hanno comprato in giornata, vecchi che parlano un milanese ormai irrimediabilmente contaminato dal dialetto cantonese, napoletani che vendono primizie di stagione all’angolo della strada elogiandone a gran voce la freschezza come solo loro sanno fare, bimbi dagli occhi a mandorla che non hanno niente di meglio da fare che giocare alla roulette russa schizzando da una parte all’altra della strada, le radio delle automobili a manetta, harley davidson che diffondono dai loro scarichi quella tipica e dolce melodia che ricorda le raffiche degli M16 in dotazione ai soldati israeliani… insomma, mi trovo nell’abitacolo della mia macchina, completamente immobile, da svariato tempo bloccato dal traffico nel principale boulevard che attraversa Chinatown, e mi metto a osservare il passaggio.
Tra i passanti scorgo una biondona con minigonna da urlo e me la rimiro nella sua camminata a lunghe falcate.
Poi lei si gira, mi vede, e mi lancia un’occhiata da puttana.
Le sorrido.
Al che rallenta e mi manda un bacio, proprio con fare da puttana.
Dall’abitacolo le sorrido ancora, ma ora un po’ imbarazzato.
Lei si avvicina sculettante, si appoggia alla portiera e con accento dell’est mi fa:
- 100 euro, vengo a casa tua e ci divertiamo un po’, che ne dici?
È proprio una puttana.

Direi che il quartiere-lunapark ormai è davvero al completo. Si prega i rimanenti folli, maniaci, alcolisti, drogati, maori, artisti mancati, migranti da altri emisferi, aspiranti meretrici, sessofobi, di cercar casa altrove.
Che qui altlimenti la glappa di lose non bastelebbe più a tutti. E ne abbiamo tanto bisogno…


*Buonasera signorina – Dean Martin




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30 maggio 2005

Teutonici balcanismi

È a un tiro di schioppo al di là dell’Adriatico, eppure le notizie riguardanti il Kosovo scarseggiano. Dopo la guerra del 1999 questa regione, secondo la risoluzione Onu 1244, è ancora parte dell’Unione Serbia e Montenegro, anche se abitata al 90% da albanesi. Ha però un parlamento e un governo autonomi, democraticamente eletti. Ancora oggi, tuttavia, rimane sotto il protettorato internazionale dell’Onu, attraverso la missione militare Unmik, una forza di pace internazionale in cui massiccia è anche la presenza di militari italiani, circa 2.000 soldati. Che non sono mica pochi. Insomma qui non governano né kosovari, né albanesi, né serbi.
In estrema sintesi, l’obiettivo della missione è quello di difendere dalle possibili violenze degli albanesi le minoranze presenti sul territorio, proteggendo quindi con le armi le poche comunità rom rimaste, i rari villaggi serbi (sono appena 80mila i serbi residenti in tutto il Kosovo), e gli antichi monasteri ortodossi. In concreto i soldati, circondando e praticamente isolando questi luoghi, li rendono sicuri per coloro che vi abitano.
Nei giorni scorsi, però, indirettamente una notizia è arrivata: il governo tedesco ha deciso di avviare il programma di rimpatrio dei circa 50mila profughi kosovari, per lo più rom, fuggiti in Germania dal 1999.
Eppure i contingenti militari, compreso quello tedesco, rimangono nella zona. Non è stata stabilita nessuna data per il loro rientro. Così come non è stato stabilito a chi concedere la sovranità del territorio, se agli albanesi che a gran voce ne reclamano l’indipendenza, oppure al governo di Belgrado che non ha alcuna intenzione di perdere il controllo su una regione che ancora oggi, un po’ anacronisticamente, considera quale culla della civiltà serba.
Insomma, a rigor di logica, se la Germania decide di mandare a casa i profughi è perché in Kosovo le cose vanno molto meglio.
Oppure è semplicemente una decisione dettata dall’approssimarsi delle elezioni alemanne. E allora, anche stavolta, nessuna vera notizia dal Kosovo.


*Pelno me sam – Saban Bajramovic




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26 maggio 2005

Comunicato ai lettori (stagnatio olet)

Visto l’abissale crisi economica in cui versa il tenutario di codesto blog, che al contrario di tutte le previsioni non è stato assunto come direttore marketing dell’omonima azienda, durante il consiglio di amministrazione tenutosi ier sera in Villa Banfi, nei colli di Montalcino, sono state prese drastiche decisioni per rimpinguare le casse del presidente, che sarei poi io.
Oltre a me medesimo, al tavolo di amministrazione sono intervenuti i consiglieri, nelle persone di capo e Ugo (dal F.i.g.a.), l’uomo in frac, il folle per il pattume (o il compagno muto di sbronze), un’allegra cameriera dai discinti costumi, Patsy Kensit (non riesco a scollarmela di dosso…) e la dolce, giunta tosto per l’occasione dall’Ellade.
Dopo un sofferto quanto annoso dibattito, il consiglio è giunto a una decisione e ha infine deliberato che:

non potendo tassare i click in entrata in codesto blog, in quanto non matematicamente verificabili senza incappare in spiacevoli approssimazioni, verranno tassati tutti i commenti.
L’autore di ogni commento lasciato nell’apposito spazio in calce a ogni singolo post pubblicato su codesto blog dovrà versare la cifra di Euro uno.
Al secondo commento dello stesso autore nel medesimo post la cifra scenderà a Euro 0,50 (questa soluzione comunista e buonista è stata sostenuta strenuamente dall’Uomo in frac. L’alcol ha influito perché gli astanti, stravolti dal lungo discorrere, acconsentissero).

Il provvedimento, chiaramente, ha valore retroattivo, quindi fin dal giorno di apertura di codesto blog, il 13 ottobre 2003.

Una decisione sofferta e sicuramente impopolare. Ma un sacrificio che viene richiesto ai lettori necessario per il buon proseguio della produzione di questo blog: se il tenutario non beve, non produce. E per far bere il tenutario ci vogliono le palanche.

A breve verranno pubblicate le modalità per i versamenti. Si accettano anche franchi senegalesi. Vietato il baratto. In presenza di lettori di sesso femminile, inviare foto esplicativa, nel caso ci si può mettere d’accordo.
Chiaramente, verrà istituito un servizio – composto dagli uomini del F.i.g.a. - per il recupero crediti con l’obiettivo di estorcere le somme dovute anche ai più recalcitranti.

Un’ultima nota:
il consiglio esprime tutto il suo rammarico nei confronti di Emanuelito. Dai primi, sommari, calcoli, il blogger in questione deve sborsare circa 75 milioni di euro. Il consiglio s’impegna ad andare incontro all’affezionato commentatore predisponendo un pagamento dilazionato nel tempo.

Così è deciso, Villa Banfi, Montalcino, 25 maggio 2005

burp


Postilla: per favorire l’integrazione delle minoranze etniche, quindi dei commentatori provenienti da altre piattaforme, splinderiani, tiscaliani, clarensiani, astemi ed extraterrestri pagheranno 0,30 Euro al primo commento e 0,15 Euro ai successivi.
Questa sì che è politica progressista, mica cazzi!

Postilla2: Champion non faccia il furbo che le mando il compagno di sbronze direttamente a casa.


*Money - Pink Floyd




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26 maggio 2005

Amnesty denuncia

Amnesty International alza la voce, denunciando alla comunità internazionale gravi violazioni dei diritti umani in Palestina e nella Striscia di Gaza da parte dei soldati dell’esercito israeliano, e quelle inflitte ai prigionieri in mano agli Stati Uniti detenuti nel carcere di Guantanamo, il “gulag dei nostri giorni”.
Ma probabilmente quelli di Amnesty sono solamente dei comunisti, faziosi ed eversivi, collusi con i terroristi integralisti islamici, che intendono bloccare il processo di democratizzazione del nostro bel pianeta.




*Redemption song - Bob Marley




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24 maggio 2005

Sbronza storica

A Belgrado, città che dopo i fasti del comunismo di Tito ha visto la dittatura di Milosevic, la pulizia etnica, le bombe della Nato, la protesta di piazza totalmente pacifica guidata dal movimento studentesco Otpor, l’assassinio del primo ministro e uomo illuminato Djindjic proprio nel palazzo del parlamento, dove destra e sinistra ballano attorno al perno della corruzione alla faccia del popolo, dove in pieno centro ci sono ancora palazzi squarciati che attendono di essere bonificati dall’uranio impoverito prima di essere ricostruiti, c’è un bar che si chiama La Revolucion. Il locale è tappezzato di immagini di Fidel Castro, Che Guevara ed Hemingway.
Un assembramento così assurdo e violento di simboli, storie e ricordi tra loro tanto contrastanti e complementari che stordirebbe chiunque abbia un po’ di sale in zucca. E considerato che un gintonic costa poco più di un euro e che ti viene servito da una bionda mozzafiato alta due metri con occhi azzurroverdi da annegarci… bè, insomma, alla Revolucion ti ci puoi solo ubriacare.


*I cry – Ludovic Llorca




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23 maggio 2005

Dissolvenza in gin

Mi piacerebbe non avere questa specie di corrosiva e a volte noiosa sensibilità che mi porto appresso. Mi piacerebbe essere più distaccato, freddo, impassibile.
Vorrei non cadere nella malinconia ogni volta che me ne vado, quando lascio dietro di me un sorriso, il profumo di una siepe di gelsomino, uno sguardo d’intesa, una città o una scoperta. Ogni volta ci lascio un pezzo di cuore. E io di cuore ne ho uno solo. E neanche così grande.
Nonostante il lungo e scomodo viaggio in treno, non ho ancora voglia di andare a dormire. Meglio mettersi in tasca qualche spicciolo, uscire e raggiungere un bar familiare vicino a casa.
Mi siedo su di un alto sgabello con lo schienale imbottito. Poso una mano sul bancone e sento che è appiccicoso di liquore. A parte due coppie sedute a un tavolo, il piccolo locale è vuoto.
- Buonasera Bombay.
- Ciao Edda.
- Da solo stasera?
- Sì.
- Il solito?
- Grazie Edda.
- Tra poco chiudiamo l’entrata, così possiamo fumare.
Dopo che mi ha allungato un gintonic, Edda riprende ad asciugare bicchieri e a posizionarli ordinatamente nel piano sotto il grande specchio. Mi ci guardo mentre agito la cannuccia circolarmente dentro il bicchiere. Il tin-tin dei cubetti di ghiaccio che sbattono contro il vetro scandisce il ritmo dei miei pensieri.
È una vita che Edda lavora in questo bar e da non so quanti anni mi dà da bere. Dice sempre che vuole andarsene, cambiare lavoro, ma poi la trovo sempre al suo posto. Donna gentile e riservata, di poche ma preziose parole, l’ho vista più volte allontanare ubriachi molesti con una risolutezza da far invidia a qualsiasi energumeno di sesso maschile.
Una volta terminato di trafficare con i bicchieri, finalmente si accende una sigaretta. Mi conosce bene Edda. Mi guarda e poi mi fa:
- Te ne faccio un altro. Offre la casa. Ma tu fammi un sorriso con quegli occhioni.
Vada per il sorriso.


*Dancing in the dark – Cannonball Adderley




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20 maggio 2005

Trasferta di montaggio

Vado a Roma a montare.
A parte me stesso, il meccano e un po’ di fanciulle, non ho mai montato altro in vita mia.
Mi hanno detto che montare è molto divertente.
Amo le prime volte. E anche i doppi sensi.


*Dopo il liceo che potevo far – Edoardo Bennato




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19 maggio 2005

Lovely Kirk in Chinatown

Entro un po’ alticcio in uno dei tanti internet point di Chinatown aperti tutta notte, perché a casa mi hanno staccato linea telefonica e connessione e per assurdo pare che pretendano in cambio pure dei soldi che non ho.
Volevo leggere immediatamente una mail di cui un sms proveniente da oltrecortina mi aveva pocanzi avvertito. Mi riservano la postazione più prossima all’uscita. Dentro, solamente cinesi. Ci sono abituato.
Leggo la lettera. Guardo l’allegato. Rileggo la lettera. Riguardo l’allegato, un po’ più a lungo. Chiudo.
Mi reco alla cassa, un po’ beato, un po’ malinconico. E sempre un po’ sbronzo. Pago e poi, non so come mi sia venuto, dico al cinese addetto a riscuotere:
“Scott, energia!”
Il ragazzotto dagli occhi a mandorla e improbabili capelli mesciati non si scompone e continua a fissarmi come un ebete. Rimango anch’io a fissarlo. Silenzio. Rifletto appena un istante e gli faccio:
“Sulu, energia!”
Niente.
Vabbè, me ne vado a casa. Anche per stasera niente teletrasporto.
Sti cinesi, non c’hanno proprio un cazzo di umorismo…



*Insensative – Stan Getz, Astrud Gilberto




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16 maggio 2005

Lilli

La prima cosa che mi hai chiesto, appena conosciuti, è stata di mettere la mia firma su un muro. Per farlo ho dovuto sdraiarmi per terra, mentre tu affianco mi guardavi ridendo.
Le mie giornate trascorrevano febbrili, ascoltando i racconti di tante persone, correndo da una parte all’altra della tua città. Una città di cui mi sono innamorato da subito, a prima vista, così come dei suoi abitanti. In alcuni momenti mi mancava il respiro mentre dal mirino inquadravo quei contrasti così forti e violenti che così bene sintetizzano la sua storia. Contrasti che si mischiavano alle immagini e alle parole di angoscia, dolore e miseria che avevo raccolto solo poche ore prima nel sud del tuo paese.
Poi un’ampia terrazza accarezzata dal vento proveniente dal grande fiume ci ha unito dolcemente. La voglia di conoscerci a parole si sovrapponeva a quella di stringerci. E ci siamo dimenticati entrambi della festa e delle persone dentro casa, avvolgendoci di noi fino a tarda notte.
L’ultima cosa che mi hai chiesto, mentre in ritardo dovevo correre via e non sapevo come emergere dal tuo sguardo, è stata di tornare. Mi stringevi le mani forte forte. Ti ho detto che tornerò. E i nostri occhi sono diventati lucidi.


*Be my baby – The Ronettes




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4 maggio 2005

Partenza con lacrima

Finalmente una di quelle partenze che mi piacciono tanto. Verso luoghi sconosciuti, tutti da scoprire, da capire, attraverso le parole delle persone e le loro storie. Tentare di vedere ciò che è apparentemente invisibile. O che in molti vogliono rimanga tale.
Capire per poi comunicare. Questo mi fa sentire bene, mi fa sentire orgoglioso di me stesso. Una sfida che stavolta condividerò con altre persone. Con coraggio, fantasia e quel pizzico di follia secondo me necessario.
Questi viaggi hanno un effetto catartico su di me. Mi servono per capire più a fondo chi sono, gli errori che ho commesso, dove voglio arrivare, limiti e capacità. Rinasco più forte che mai. E soprattutto consapevole.

Consapevolezza che ogni tanto mi viene a mancare, lasciando vuoti d’incertezza.
Ieri sera passeggiavo per Milano al fianco di una meravigliosa fanciulla. Con questa ragazza parlo tantissimo, e camminiamo camminiamo camminiamo. Mi passa persino la voglia di entrare in quel bar a ordinare un gintonic.
Insomma, seduti sulla balaustra in quello che una volta era il margine di un canale, in uno dei luoghi per me più belli di Milano, sotto le stelle, parlavamo di noi e del nostro recente passato. Io riuscivo a isolare i miei errori, a individuarli come tali, a esprimere tutta la mia volontà per non commetterli nuovamente, ma non ero capace di definire i motivi per cui fossi arrivato a compierli. E mi sentivo più che mai turbato da questa cosa. Poi lei mi fa: “Si sbaglia, capita. Il fatto che tu ora abbia capito che sono stati errori e che non intendi perseverare, è tutto da dimostrare, giorno dopo giorno”.
E lo voglio dimostrare. A me. E anche a lei. Perché mi è entrata nel cuore.

Durante questi giorni di preparativi sentivo l’adrenalina al massimo. L’organizzare un viaggio simile è per me già il primo passo verso la meta. Poi stamane, invece, mi son svegliato angosciato, triste. Evidentemente, nel corso della notte, ho metabolizzato la notizia ricevuta ieri sera.
Il processo per la strage di Piazza Fontana si è concluso con l’assoluzione degli imputati. Una sentenza che non commento, e che non mi sorprende per nulla. Ho letto tanto a proposito, ho convissuto spalla a spalla con chi ha vissuto quei giorni, con chi la vedeva in un modo e chi in un altro. Ascoltato le ragioni e le accuse. E mi son fatto la mia idea.
Il fatto sconcertante, però, è che con la fine di questo processo ci hanno detto chiaro e tondo che non ci è dato sapere quello che è successo in Italia da quel 12 dicembre 1969 fino al 1984. Chiuso.
Ma ciò che più mi sgomenta e fa realmente soffrire è che il nostro sistema giuridico, la nostra legge, imponga ai familiari delle vittime della strage, al Comune e alla Provincia di Milano di pagare le spese processuali. Una vergogna assoluta.
Certo, mi diranno che così è scritto nei codici, che questa è la legge, e come tale deve essere applicata. È vero. Ma in questi ultimi anni abbiamo visto i nostri parlamentari far l’alba dentro il palazzo pur di riuscire a legiferare in tempi record. Forse andava fatto anche in questa occasione. Per non togliere il respiro a queste famiglie, che certo non si meritavano tutto questo. No.

Piazza Fontana è uno splendido luogo nel centro di Milano, proprio dietro Piazza Duomo. Sedetevi su una di quelle panchine tra gli alberi che circondano la fontana. E guardatevi attorno. Le facciate delle case e dei palazzi vi mostreranno i cambiamenti che nel corso dei secoli hanno segnato l’architettura di questa città.
Non curatevi della banca che avete alle spalle e della lapide affissa sulla sua facciata. E neppure di quell’uomo seduto sulla panchina di fianco, con il volto rigato di lacrime.


*Love theme from Spartacus – Bill Evans




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3 maggio 2005

Walter

Sai Walter, il Tabloid che ho ricevuto stasera nella mia cassetta postale ha un inserto speciale, dedicato a te. Titola: Walter Tobagi, il nostro eroe da prima pagina.
Sarà che sono milanese, e la tua storia me la ricordo fin da piccolo, sarà che ho scelto di fare il giornalista da tempo in qua. Ho letto tanto su di te e per me sei sempre stato un esempio.
Però ho un ricordo, un ricordo speciale. Permettimi di scriverlo.
Ho frequentato lo stesso liceo di tuo figlio, e molto probabilmente ho la sua stessa età. Eravamo in sezioni diverse, ma avevamo l’ora di ginnastica in comune.
Mi ricordo la prima lezione di educazione fisica che facemmo insieme. Lo riconobbi, perché ti assomiglia tanto. La stessa espressione intelligente, coraggiosa, e in un certo senso disarmante. Tinta di un velo di tristezza.
Eravamo in palestra. Gli altri scherzavano, urlavano, qualcuno era a caccia di palloni. Io stavo vicino a questa cattedra improvvisata. C’era pure tuo figlio accanto a me. Il professore si avvicina, guarda tuo figlio e gli fa: “So di tuo padre. Mi spiace tanto. Sappi che ho immensa stima di lui”.
E tuo figlio rispose con un sorriso un po’ sforzato, ma sinceramente grato: “grazie”.

Grazie Walter.



*Adagio. Concerto per pianoforte e orchestra Kv 488 – W.A.Mozart


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2 maggio 2005

Folle per il pattume

Ogni due per tre sono ospite a cena a casa di questa coppia di amici, la folle per i quadrati e il direttore di banca. La padrona di casa, architetto, è stata da me definita folle per i quadrati in quanto ha completamente progettato l’appartamento in cui abitano secondo il principio che tutto ciò che li circonda deve essere quadrato. Come se ciò non bastasse, la signora cura con attenzione maniacale anche tutti gli abbinamenti cromatici della casa, per questo è stata definita anche folle per i colori.
Comunque, la coppia ha un adorabile pupo di due anni e mezzo che chiamo il mio nipotino. Insieme stiamo davvero bene e posso dire con malcelato orgoglio di essere uno dei suoi migliori amici.
Confermando il detto che buon sangue non mente, anche il piccolo, da quando è in grado di interagire col mondo circostante, manifesta una chiara vena di follia nel suo carattere. Poco interessato a giocattoli, carillon e classici amenicoli che usualmente circondano i suoi coetanei, lui ha una sola e grande passione: la spazzatura.
Fin da quando muove i suoi primi passi, la creatura ama infilare il naso in tutti i cestini che incontra nel suo cammino. Deve assolutamente verificarne il contenuto. Tutti i bambini solitamente vengono fotografati in spiaggia, sui prati o impegnati a giocare. Lui no. Del mio nipotino abbiamo solo scatti mentre è intento a ispezionare secchi dell’immondizia. Quando vede passare un camion dell’Amsa si emoziona, alza la manina paffuta per indicarlo ed emette un gridolino di gioia.
Crescendo è poi venuto a sapere dell’esistenza della raccolta differenziata. Questa pratica ha ulteriormente alimentato la sua follia. Il fatto di poter ravanare tra i rifiuti di casa per procedere alla loro selezione lo fa semplicemente impazzire. Per questo la folle per i colori gli ha regalato tre sacconi di juta di tre diversi colori, collocati in cucina, dove lui ripone scrupolosamente carta, vetro e plastica. Per tutto il resto c’è il “bè che schifo”.
Quando sono a cena e stappo una bottiglia di vino, il pupo attende trepidante, mettendomi addosso anche una certa qual fretta, che io abbia finito di scolarmela per potersene impossessare e andare trionfante a buttarla via.
Difficile fare un dono a un personaggio del genere, poi di solito io alle persone regalo soltanto libri. Comunque, cercando e impegnandomi, qualche mese fa ho finalmente scovato quello che faceva per lui: un libro fotografico in cui sono ritratti esclusivamente i cestini di tutte le città del mondo. È diventato la sua bibbia, se lo porta sempre dietro, quando va dal dottore, all’asilo e pure in vacanza. Dovreste vederlo, seduto sul vasino (verde se è nel bagno verde, blu se è nel bagno blu…), che cerca la concentrazione per cacare rimirando un secchio dell’immondizia di Nairobi.
Da quello che ho capito il suo preferito è un cestino di Auckland. Finirà col fare lo spazzino in Nuova Zelanda. Scrivo “da quel che ho capito” perché il pupo, nonostante l’età, non favella granché. I più maliziosi già mormoravano che avesse dei problemi, che potesse rimanere muto a vita. Ma io che lo frequento assiduamente posso smentirli. Il pupo, infatti, pronuncia già in modo chiaro tre parole: vetro, carta e plastica.




*Au lait – Pat Metheny




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