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29 aprile 2005

Ambisco a continuare a sognare

Sognare è una cosa, ambire un’altra.
Il sognatore è un visionario utopista idealista illuso. L’ambizioso è un avido cupido superbo arrogante.°
E guardate che non son mica differenze da poco. Mica pizzi e fichi.
In questo momento, per esempio, io sto postando dalla spiaggia di Ipanema mentre Nicole, la ragazza più bella che io abbia mai conosciuto, quasi dodici anni or sono sulla riviera romagnola, superbo prodotto dell’unione tra un egiziano e una tedesca, mi sta porgendo un ottimo gintonic e mi sussurra nell’orecchio che non vede l’ora di farmi uno dei suoi magistrali pompini.
Davanti a noi ci sono pure due tizi che al momento mi stanno coprendo il sole. Uno dice che viene dall’Accademia di Stoccolma e insiste perché io parta con lui per andare a ritirare i nobel per la pace e per la letteratura. Non è che ora ne abbia tutta ’sta gran voglia. L’altro è un tipo anzianotto, basso, magro, con dei buffi occhialoni che vuole convincermi a scrivere la sceneggiatura per il suo prossimo film. Gli ho risposto che ci devo pensare, e comunque se non si tratta di una pellicola in bianco e nero non se ne parla nemmeno.
A, dimenticavo. Una decina di metri più in là c’è un uomo seduto sulla sabbia che canta accompagnandosi con la chitarra. A occhio e croce, mi sembra Caetano Veloso. Sì, potrebbe essere lui.
“Un po’ più giù Nicole… un po’ più a destra… ecco lì, lì, lì! Brava!”

(° Si ringrazia il dizionario dei sinonimi Microsoft per il fondamentale aiuto…)


*Samba Da Benção – Bebel Gilberto




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27 aprile 2005

Stardust memories



Il generale di brigata vietnamita Nguyen Ngoc Loan uccide un prigioniero in una strada di Saigon.
Eddie Adams, 1969


*Moonlight Serenade – Glenn Miller




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27 aprile 2005

Beach boys

Vabbè che l’Italia è una penisola, ma basteranno tutte le sue spiagge per accogliere tutti i sottosegretari del Berlusconi-bis quando andranno in villeggiatura?
Mi sa che qualcuno dovrà accontentarsi dell’Aquafan.


*Summer on a solitary beach – Franco Battiato




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26 aprile 2005

bestemmio

Salgo in macchina ancora completamente ubriaco per recarmi al lavoro con un’oretta e mezzo di ritardo sulla canonica tabella di marcia. Entro nell’abitacolo e vedo che stanotte ho lasciato mezzo gintonic nel portabicchiere. Bravo Bombay, mi dico, così diamo una piega definitiva a questa cazzo di giornata prima ancora che inizi: me lo butto giù tutto d’un sorso.
Il mondo visto attraverso gli occhiali da sole sembra morbido, fluttuante. Come se fossi immerso in un creme caramel con tanta gente attorno. Frizione, cambio, un po’ più a destra, un po’ più a sinistra. Ce la posso fare, sì.
Penso al post che vorrei scrivere. Di cos’è che volevo scrivere? Dell’obelisco di Axum tornato ad Axum, e del fatto che il tram che arrivava a piazza Axum non è più lo stesso di una volta. Sì, uno era questo.
Poi di questo cazzo di 25 aprile appena passato che è stato un’ondata di schifosissima e trita retorica. Sono trascorsi 60 anni, sessant’anni, sessanta anni. E siamo ancora qui a gioire sulle note di bellaciao. A parlare di antifascismo. A sprecare energie, parole, inchiostro sul fatto che quel mafiosetto di merda non si è presentato alla manifestazione a Milano. Cristo, mi chiedo, ma perché non scendiamo in milioni in piazza ogni giorno per cambiare. Per costruire. Il 25 aprile è sacro, siamo d’accordo. Ma vigilare e commemorare non significa stagnare. Invece siamo qui a galleggiare, come milioni di stronzi in un oceano di fango. Fermi. Poi una scoreggia ci fa fremere. Ottimo, ci siamo mossi. Adesso possiamo tornare a galleggiare per un altro anno.
Poi che neanche i francesi protestano più come una volta. Che anche loro stanno affogando in un mare di merda di patè. Una volta li prendevo come modello per la loro capacità di bloccare lo stato, “o si cambia o qui non si muove più un cazzo”. Invece pure loro adesso stanno fermi pensando di muoversi.
Insomma, pensavo a queste amenità, cercando di non investire i passanti e di non distruggere la fiancata una volta per tutte, quando alla radio finisce la canzone molto pop che era in onda e tutto un tratto si sente solo una voce femminile che parla. Cazzo, è Giulietta! Un monologo dal Romeo e Giulietta. Poi la voce si ferma. È una pubblicità. Hanno utilizzato Shakespeare per pubblicizzare il nuovo modello della Biemvu.
Porco dio.



*21st century schizoid man – King Crimson




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25 aprile 2005

Supereroe demodé

Milano, discoteca trendy, stracolma di gente trendy, che balla musica trendy bevendo improbabili miscugli alcolici dagli effetti molto trendy.
A un tratto una figura tutta di nero vestita si avvicina alla consol del digei.

“Non ti agitare e fai come ti dico, hai una cannuccia puntata contro. Non te lo ripeterò una seconda volta: leva questa merda di musica e metti subito su Dracula Cha Cha di Bruno Martino”
“Ma sei pazzo?”
“No, sono l’Uomo in Frac. E dillo in giro ai tuoi simili che da oggi non avranno più vita facile”

La nera figura si allontana al ritmo di un cha-cha-cha, lasciando quello che diventerà il suo segno di riconoscimento dopo ogni sua azione: una fettina di limone inzuppata di gin.


*Por doa besos – Bruno Martino




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25 aprile 2005

Gli alberi di Palestro

Quando percorsi per la prima volta quel tratto dell’autostrada Trapani-Palermo, e vidi quel cartello con un nome a sei lettere, in macchina calò il silenzio. Un silenzio d’angoscia e rispetto. La mia compagna e io sapevamo dove stavamo passando. Avevamo ancora nitide davanti agli occhi le immagini del telegiornale: l’enorme cratere, l’asfalto squarciato e sollevato per centinaia di metri. La carcassa della Croma.
Chissà se oggi la gente che passa di lì per raggiungere il posto di villeggiatura o la propria casa ci pensa a quei morti. Oppure passano via veloci abbagliando e bestemmiando contro l’auto davanti che procede lenta nella corsia di sinistra.
E la mafia, i mafiosi, oggi che stanno facendo? Forse hanno messo momentaneamente da parte pallottole, acidi ed esplosivi per dedicarsi con maggior cura al movimento d’assegni. Probabilmente anche dentro al palazzo.
Mi ricordo che quando i primi d’agosto del 1993 tornai a Milano dalle vacanze, erano passati appena cinque giorni dalla bomba al Pac. La prima cosa che feci fu prendere la bicicletta e andare in via Palestro. Lo scenario di distruzione mi lasciò attonito. Soprattutto vedere i segni sulle cortecce degli alberi nel marciapiede di fronte. Rendevano perfettamente l’idea della violenza della deflagrazione. C’era ancora puzzo di bruciato. E di viltà.
Il Padiglione d’Arte Contemporanea fu ricostruito in fretta. E a parte una piccola epigrafe niente lascerebbe immaginare che quel posto fu teatro di un’immane tragedia. Ma quando passo per quella via mi fermo sempre a guardare quegli alberi. I segni sulle cortecce ci sono ancora. Basta guardarli. Ci sono.



*Exit music (For a film) – Brad Mehldau


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22 aprile 2005

Giorgiana e Antonio

Il 12 maggio 1977, a Roma, la polizia carica una dimostrazione pacifica, organizzata dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio. Gli agenti sparano più volte sui manifestanti e uccidono Giorgiana Masi, diciannovenne, e feriscono altri sette giovani. Fra gli agenti di polizia che aprono il fuoco viene ritratto in una foto Giovanni Santone, in forza alla squadra mobile.
Due giorni dopo a Milano, il 14 maggio, viene convocata una manifestazione dall’area gravitante intorno a tutta l’autonomia milanese, con riferimento in particolare alla rivista Rosso. È un corteo armato, tante armi in pugno ai manifestanti da poter equipaggiare un piccolo esercito.
Quando la manifestazione da via Carducci raggiunge via De Amicis, un piccolo gruppo si stacca dal corteo e si mette in testa. Walter Grecchi, Maurizio Azzolini, Massimo Sandrini, Marco Barbone, Giuseppe Memeo, Mario Ferrandi. Appartengono al Collettivo di quartiere Porta Romana. Estraggono le pistole dai giubbotti e aprono il fuoco sul cordone di poliziotti schierato a una quarantina di metri davanti a loro.
Rimane ucciso il brigadiere di pubblica sicurezza Antonio Custra. Gli agenti Salvatore Bisestri e Michele Santoro restano feriti, il passante Marzio Golinelli perderà un occhio.
Sul posto c’è anche il fotografo Dino Fracchia che immortala la figura di un dimostrante in passamontagna con le gambe divaricate e le braccia tese a impugnare con ambo le mani una P38 puntata verso la polizia. È Giuseppe Memeo.
La foto diventerà una delle icone di un’epoca.



*Canzone del maggio - Fabrizio De André




20 aprile 2005

Zazzie

È il compleanno di una mia cara amica e, come tutti gli anni, decido di regalarle un libro. Vado alla solita libreria Feltrinelli in cui sono abituato a versare buona parte di ciò che rimane del mio stipendio dopo aver pagato tutte le rate che inesorabilmente, mese dopo mese, mi stanno portando verso il lastrico. Prendo un volume di racconti di Sedaris, scendo le scale e mi avvio verso le casse. Passando in mezzo agli scaffali di cd musicali me la trovo davanti. Lei, Zazzie. Colei che non ne ha mai, ma proprio mai, voluto sapere di me. Erano anni che non la vedevo ed è sempre bellissima.
La storia con questa ragazza comincia nella notte dei tempi e merita di essere narrata. Un racconto che ci porterà molto lontano: da antiche e poco conosciute viuzze milanesi fino alla gelida steppa siberiana, passando attraverso palazzi senesi, feste mascherate, erezioni, schizzi di vomito.

Era il lontano 1987 e solcavo per la prima volta l’entrata di uno dei licei classici più antichi e prestigiosi di Milano, che per altri quattro anni sarebbe stato il mio parco giochi quotidiano. Sullo stipite sinistro del portone centrale, tra falci e martello, insulti e cuoricini, spiccava una scritta: “Zazzie, non te la tirare troppo, che si rompe!”. Un messaggio quantomai chiaro sul carattere del personaggio in questione, ma che purtroppo non presi in considerazione come avrei dovuto.
Zazzie, di un anno più grande di me, era di certo la ragazza più bella di tutta la scuola. E considerando che eravamo più di 1.600 studenti, potete ben capire che sto parlando di una gnocca da fantascienza. Fisico perfetto, culetto a mandolino, seno generoso, nasino dritto penso creato da Fidia in persona, occhi verdi e profondi, labbra carnose, lunghi capelli neri e lisci. Per convincervi di quanto fosse stupenda, posso solo aggiungere che tutte le altre ragazze di lei solevano dire: “bò, per me non è niente di speciale”. Trasudavano bile.
L’anno di quarta ginnasio scorre via con lei che non mi degna di uno sguardo quando ci incrociamo nei corridoi e io che la spio sognante dalla finestra mentre fa ginnastica in cortile. E quando correva, ragazzi, l’effetto era il medesimo di Bo Derek quando esce dall’acqua in Ten. Da capogiro.
Di Zazzie si diceva che fosse fidanzata con uno dell’ultimo anno che andava al Parini. Una specie di semidio che arringava le folle durante le assemblee, e provocava orgasmi multipli nelle ragazze col solo sguardo. Comunque fosse, era inavvicinabile dal sottoscritto, basso, sfigatissimo, ancora con l’apparecchio ai denti.
Verso l’inizio di maggio Zazzie sparisce da scuola. Nei corridoi girava voce che andasse male in greco, matematica e inglese e rischiasse di essere bocciata. Sicché i genitori avevano deciso di trasferirla in un istituto privato.
Il liceo è un posto molto più grigio senza di lei, ma ben presto la popolazione maschile se ne fa una ragione, e forse tira anche un sospiro di sollievo per essersi liberata di cotanta conturbanza.

Passa l’estate e torno a scuola completamente diverso. Nel giro di tre mesi, infatti, sono cresciuto di venti centimentri, ho tolto l’apparecchio, sulle sponde dell’Adriatico ho ispezionato gli antri più nascosti di una nazista austroungarica, faccio uso smodato di droghe leggere. Il tutto infonde al sottoscritto una certa qual dose di sicurezza. E molto spesso pure gli occhi iniettati di sangue.
Di Zazzie nessuna traccia.
In aprile partiamo in gita alla volta di Siena. In qualità di rappresentante di classe, avevo curato l’organizzazione in ogni minimo dettaglio. Facciamo il viaggio seduti per terra in un vagone merci. Non sarò mai più eletto.
Al terzo giorno andiamo a visitare il palazzo Pubblico, in piazza del Campo. Attraversando questi saloni magnificamente affrescati c’imbattiamo in altre scolaresche. Niente di speciale, Siena in aprile è un concentrato di scolaresche. Ma a un certo punto, tra Superga puzzolenti, berretti degli Anthrax e improbabili camicie a scacchi, spunta Zazzie.
Nonostante la salivazione azzerata e la straordinaria sudorazione, decido di avvicinarla.
“Ei, ma tu non sei Zazzie? L’anno scorso venivi nel mio liceo, ciao, mi chiamo Bombay”
Mi regala uno splendido sorriso.
“Sì, ciao! Ma tu in che sezione stavi? Non sai quanto mi manca quella scuola. Comunque finisco l’anno in questa privata e poi a settembre torno da voi, non vedo l’ora!”
Da quello che mi racconta alla fine l’anno l’aveva perso comunque. Ci diamo appuntamento per settembre e le dò pure un bacio sulla guancia.
I mesi successivi sono una lunga serie di rosari: fa che la mettano nella mia classe.

Settembre. Dio esiste. Zazzie prende posto nell’ultimo banco della fila centrale proprio nella mia classe. In quello a sinistra ci sto io.
Averla davanti agli occhi tutti i giorni provoca scompensi ormonali quantomai difficili da gestire. Per fortuna i bagni sono proprio dietro alla nostra classe. Facciamo amicizia. Lei è simpatica, socievole, scherza, disponibile a incontrarsi anche fuori da scuola, pur mantenendo sempre un certo distacco. Facciamo lunghe pedalate insieme. Cambia spesso fidanzato, scegliendoli sempre – penso - da una sorta di laboratorio genetico per lei appositamente approntato per la creazione dell’essere perfetto.
Ogni mia indagine diretta e indiretta sulla possibilità di aggrovigliare la mia lingua con la sua, cade nel vuoto. Non ci pensa nemmeno. I nostri rapporti si limitano a lunghe chiacchierate e allo scambio di dischi: a lei tutti i miei Dire Straits, a me tutti i suoi Queen. Io, nel frattempo, comincio a darmi da fare con il resto della popolazione femminile. E devo dire che non me la cavo per niente male.
A primavera organizzo una festa a casa mia. Una di quelle feste in cui il padrone di casa perde il controllo della situazione dopo un quarto d’ora e si ritrova 200 persone che procedono a una metodica distruzione dell’appartamento. Forse non era stata una grande idea, nei giorni precedenti, girare durante l’intervallo delle lezioni assieme al mio amico distribuendo per la scuola biglietti d’invito fatti a mano con annesso percorso dettagliato per giungere alla mia magione. Può essere.
Fatto sta che viene anche Zazzie: si chiude a chiave in camera mia per due ore assieme al fidanzato del momento.
Posso dire che Zazzie ha fatto sesso in casa mia, anzi, sul mio letto. E ai tempi non era roba da poco, ve lo assicuro.
Comunque da questo momento da “l’irraggiungibile” diventa “la zoccola”.

L’estate comincia con la gaia notizia della mia bocciatura. La gente davanti ai cartelloni leggendo i miei voti si sbellica dalle risate. Io pure. Cosa che non fa molto piacere alla mia ragazza, tra le più brave della classe: “sei proprio un pirla!”.
Comincia un periodo molto buio nella storia con Zazzie. Oltre al pensiero che da settembre non avrei più goduto dei suoi accavallamenti di gambe sotto il banco, la zoccola va in televisione. La scelgono come protagonista per lo spot dei Fonzies. Avete presente quella massa di ragazzotti bellocci seduti su di una panchina al parco che si tuffano nei sacchetti di quegli orribili stuzzichini al formaggio come se non mangiassero da sei settimane? Ecco, lei è quella in minigonna di jeans, collant blu, Superga blu e maglietta attillata blu.
Faccio zapping cercando le interruzioni pubblicitarie e invidiando una bisunta patatina che puzza di piedi.

Nonostante il seguente anno scolastico ci veda in due classi diverse, Zazzie e io continuiamo a frequentarci. Lei è sempre più bella e conscia di esserlo. Io attendo come un giaguaro il suo primo momento di debolezza. Che logicamente non arriva. Anche perché i miei tentativi di approccio sono caratterizzati da una considerevole dose di sfiga.
Un pomeriggio usciamo e le dico che l’avrei portata a vedere una piccola fontana antica, nel pieno centro di Milano, praticamente sconosciuta. Le racconto che è una fontana magica, che esaudisce i desideri, che davanti a essa ci si innamora per forza. O altre stronzate del genere. Quando arriviamo sul posto, troviamo la fontana completamente asciutta. Dal beccuccio non esce una sola goccia d’acqua.
Un’altra volta andiamo al concerto dei Dire Straits. Ci presentiamo davanti al palazzetto alle quattro di pomeriggio, perché vogliamo stare proprio davanti davanti. Dopo una ventina di birre e un misero sacchetto di Fonzies – zoccola! – in due, alle dieci Zazzie sviene durante il secondo assolo di Mark Knopfler. Viene soccorsa da uno di quegli energumeni che stanno dall’altra parte delle transenne. La solleva e se la porta via. Ari-zoccola…
Alla festa di carnevale a casa di un’amica sembra proprio il momento giusto. La mia fidanzata sta vomitando l’anima al cesso, mentre io con la coda dell’occhio vedo Zazzie salire le scale e dirigersi in mansarda. Lascio cadere la testa della mia metà dentro al water e la seguo. Avevo già in mente cosa dirle quando le sarei stato di fronte: “Senti, vieni via con me. Partiamo a bordo della mia Fulvia Coupè Fanalone e andiamo a Firenze a vedere l’alba da Piazzale Michelangelo”. Oltre alla Fulvia non avevo manco la patente, ma in caso di risposta affermativa ero convinto che sarei riuscito a rimediare sia una che l’altra. Arrivato in cima alle scale la becco a strusciarsi e slinguazzare con un tipo.
Insomma, proprio non era cosa.

L’anno scolastico termina con un mio vero e proprio capolavoro: vengo espulso da scuola. A questo punto le nostre strade si dividono. Io cambio istituto – mio padre consigliava il carcere – e vedo sempre di meno Zazzie. Io poi andrò a frequentare lettere classiche, mentre lei sceglierà lingue… la zoccola.
Per una stranissima coincidenza di eventi, che ora non vi sto a raccontare, capitò che ci frequentassimo di nuovo… no, invece ve la racconto.
Un anno prima di rivedere Zazzie, mi son trovato di notte su Ponte Vecchio completamente sbronzo assieme a un mio amico. Lui moriva ancora dietro a Elena, un’amica di Zazzie con la quale tempo addietro era pure stato fidanzato. Insomma, tiriamo una moneta da 50 lire dentro l’Arno esprimendo questo desiderio: “che possiamo trascorrere un uichend soli noi quattro nella casa di campagna di Elena”.
E un anno dopo, detto fatto: eccoci qui. Settembre. Casa con piscina in mezzo al bosco, camino acceso, grande cena, clima mite, tasso alcolico non pervenuto. Giuro, andò così.
A serata inoltrata, tutti belli alticci, ci spaparanziamo sul grande divano. Io sto sdraiato tenendo la testa sulle cosce di Zazzie, che stasera è più socievole e brilla che mai. Ride, mi sussurra stronzate all’orecchio, continua a ridere e mi accarezza i capelli. Penso che sì, dopo anni, finalmente è arrivata la volta buona.
Smette di ridere. Ci guardiamo negli occhi. Lei abbassa lentamente il volto verso il mio. Socchiude le labbra. Sono pronto per il bacio che passerà agli annali. Quando all’improvviso il mio amico, pensando di favorire la situazione – il cretino! -, spegne la luce. Risultato? Io faccio un salto sul divano. Zazzie chiede come mai sia andata via la luce. Insomma, tutta l’atmosfera va completamente a puttane. Elena riaccende la luce. Ci guardiamo tutti in faccia. “Bè, è tardi, andiamo a letto?”. Sì, io in camera col mio amico…
Da quel uichend persi le sue tracce abbastanza in fretta. Dopo l’università periodicamente mi giungevano all’orecchio notizie alquanto frammentarie sul suo conto. Per un po’ ha vissuto con un allevatore di cavalli nella pampas argentina, per poi trasferirsi a Mosca a casa di un quarantenne. Me la vedevo: ubriaca di vodka mentre fornicava con il trozkista brizzolato urlando “spiezami in due – spiezami in due”.

E siamo arrivati a ieri, quando appunto, dopo non so quanti anni, la incontro dentro la Feltrinelli. Devo dire che la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che la Feltrinelli deve essere proprio un gran bel posto per trombare. Almeno per i miei gusti. Pensa che meraviglia, soli, di notte, iniziare un petting selvaggio tra le ultime novità, rotolarsi tra i gialli più torbidi per poi finire con un lungo amplesso tra le pagine di classici come Livio, Catullo, Sofocle e Platone. E il tutto sotto lo sguardo approvante della gigantografia di Hernest Hemingway. Già, sarebbe proprio una gran cosa.
A, ora vorreste sapere com’è andato l’incontro, cosa ci siamo detti, le sensazioni e via dicendo.
Diciamo che è stato davvero molto bello rivedere Zazzie.


*Tunnel of love – Dire Straits




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19 aprile 2005

driin driin

Eddai, Carlo Maria, su, non fare così, dai. Smettila di singhiozzare, ti prego.
Lo so lo so… guarda che anch’io facevo il tifo per te. Nooo, non puoi andare sul balcone a picchiare il nazista che ti becchi una scomunica ad eternum! Che dopo Betlemme te la scordi. Calmati, per dio!
Dai su, ora torna a Milano che ci facciamo un goccetto al solito bar dietro via Arcivescovado.
E fammi mettere giù, dai, sai che odio stare al telefono.
Sì, sì, appena arrivo a casa ti chiamo, ciao.


*Rex tremendae, Requiem Kv 626 – W.A.Mozart




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19 aprile 2005

Ciao pecora nera

Marla Ruzicka, operatrice statunitense dell'organizzazione non governativa Civic Worldwide, stava in Iraq per aiutare le vittime civili di questo schifo di guerra, i cosiddetti “danni collaterali”. Donne, bambini, intere famiglie. Girava, prendeva nota, e poi presentava il conto al Pentagono. E gliene ha fatti sborsare parecchi di quattrini.
Marla aveva 27 anni ed è morta domenica assieme al suo autista sulla strada per l’aereoporto di Bagdad, colpita da un’autobomba.
Continuiamo a contare.



*Exit - U2




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18 aprile 2005

Habemus magnum Crystal!

Ma se quando muore un papa, le città, le diocesi, i paesi interi si vestono a lutto, quando viene eletto quello nuovo si festeggia, giusto?
Perché io di ’ste cose non sono un granché pratico. Per esempio, quando in una piccola cappella sotterranea della Basilica della Natività, a Betlemme, mi avvicinai al cospetto del cardinale Martini dopo che aveva officiato la messa di fronte a una quindicina di fedeli, lui mi porse la mano in un modo strano e io non sapevo bene che fare. La teneva socchiusa col palmo rivolto a terra. Io gliel’ho afferrata, gliel’ho scossa energicamente su e giù un bel po’ di volte, gli ho fatto un gran sorriso e gli ho detto: “Piacere, Bombay, felice di conoscerla!”. Lui mi ha guardato con occhi ancor più severi del solito e mi ha risposto una cosa tipo “il signore sia con te”, ma non ho ben capito che signore intendesse. Solitamente preferisco viaggiare da solo. Solo più tardi ho capito che dovevo fargli il baciamano. Comunque, mi era sembrato una brava persona. Sicché faccio il tifo per lui.
Ma ritornando al nocciolo della questione: cosa si beve per festeggiare il nuovo papa? Cioè, mi compro un bel magnum di champagne o posso brindare a gintonic? Oppure distillano qualcosa di particolare per queste occasioni in Vaticano? Che non voglio mica farmi trovare impreparato, ecco.


*Goodbye stranger - Supertramp




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18 aprile 2005

E rallentate, cazzo!

Io vorrei anche, ci tento, ma a questa velocità non riesco proprio ad andare. L’altro ieri parlavo con un’amica del discorso trito e ritrito che le giornate dovrebbero essere più lunghe di almeno dodici ore. Lei, che inizia a conoscermi bene, dice addirittura che per me la giornata è solamente una lunga preparazione alla dormita.
Ma a parte l’amore sviscerato per il sonno – e sogni annessi -, io non ce la faccio proprio a stare al passo coi ritmi che da tutte le parti vorrebbero impormi: dal lavoro agli amici, dalla famiglia alle galline. Ho bisogno di pause, di ampie corone sulle note della giornata.
Come quando si fa un viaggio. Che senso ha arrivare nel giro di due ore dall’altra parte del Mediterraneo? Scendi dall’aereo e il tuo spirito è ancora a Milano, non hai avuto il tempo di sentire dentro l’attraversamento dello spazio. Non sei altro che un milanese ad Atene. Appena mi è possibile, io viaggio in nave. Voi andate pure avanti, che nel giro di sei ore siete già in spiaggia, a giocare a fresbee, ordinare una birra, scottarvi, e discutere già sul posto dove andare a cena. Io invece sono ancora in alto mare, a sentire come cambia il profumo dell’aria onda dopo onda, ad ascoltare racconti di persone sconosciute, a far mia la distanza.
Correte, correte. Io arrivo un po’ dopo. Che a me, sinceramente, di fare presto non me ne frega un cazzo.


*Off road – United Future Organization




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17 aprile 2005

ascolta

Nel teatro di Epidauro, in Grecia, puoi essere seduto nell’ultima fila in alto ma se qualcuno dall’orchestra – dove si svolge la scena, il palco moderno, per intenderci – appena bisbiglia lo senti perfettamente. Anche se lo vedi piccolo e lontano. C’è un’acustica incredibile. Risultato di un sapiente intervento umano su una gentile offerta della natura.
Prima o poi ti ci porto. Che ti devo dire una cosa, ma non voglio che tu mi veda arrossire.




*Aria da capo, Variazioni Goldberg - Glenn Gould




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17 aprile 2005

intifada?

Berlusconi vende il 17% di Mediaset e incassa due miliardi di euro.

A L’infedele, La7:

- “…è una cosa che non sta bene”.
- “Ma come non sta bene? L’azienda è sua”.
- “E allora togliamogliela questa azienda!”




*I got it bad and that ain't good - Keith Jarrett




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16 aprile 2005

Saggezza d’oltremare

Ho conosciuto un uomo baffuto dagli occhi color del miele, che arriva dall’altra sponda del mar Adriatico, vive a Napoli, ma per un po’ starà a Milano, musulmano, ma beve whisky. Molto whisky.
A parte affermare di essere in grado di curare l’epilessia e andare matto per la De Filippi, è fermamente convinto di alcune cose:
- il prossimo papa sarà nero
- il mondo finirà nel giro di sei mesi
- le macchine tedesche sono molto meglio di quelle italiane
Se il prossimo papa sarà nero mi berrò una boccia di Oban, mi farò venire una crisi epilettica guardandomi la De Filippi e cercherò di far durare la bombaycar, che è tedesca ma molto malconcia, per almeno altri sei mesi.


*Tanco del murazzo – Vinicio Capossela




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