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28 gennaio 2005

Scritto e diretto da Bombay

“I had the craziest dream”. Sulle note di questo magnifico pezzo inciso nel 1959 da Kenny Dorham, un nero con gli occhi intrisi di malinconia come il suono della sua tromba, saluto.
Come nei commenti non mi ricordo chi aveva piacevolmente osservato, questo blog è un diario divertente e un po’ paranoico. Per me è stato molto importante: valvola di sfogo, supporto di appunti, test per racconti, sputacchiera, bancone. Ora però lo sento come esaurito, terminato. Come quando mi trovo solo in un bar che sta chiudendo: l’ultimo gintonic e poi a casa. Ne berrei altri venti, ma sarebbero letali, non gustati.
Insomma, difficile spiegare. Per certi versi Bombay è stato una bevanda, che ora mi è venuta un po’ a noia, o che non mi piace più, o che non mi fa pensare più, o che non mi sballa più. Mettetela come volete. In questo momento non c’è rabbia, tristezza o delusione. Tutt’altro. Al massimo un po’ di malinconia. Ma quella c’è sempre quando finisco qualcosa.
Altri bar verranno, altri blog verranno. Senza scrivere non ci so stare. E un blog ti dà la possibilità di vedere che effetto fanno le tue parole. E a questo non rinuncio.

E ora, un po’ sbronzo, permettemi di dilungarmi nel salutare, come in uno di quei lunghi finali dei vecchi film. Anche un po’ strappalacrime, perché no. L’ultimo messaggio in bottiglia, l’ultimo autoritratto fumé, l’ultima pagina di questo diario alcolico di questo giornalista (!?) che sogna follie.


Nella mia cucina, o magazzino, dipende dai punti di vista, tengo appeso al muro un fondo scritto da Giovanni Sartori per il Corriere della Sera. Non so quante volte l’ho letto. Tante altre rimango a guardarlo e basta. Per me è un pezzo importante, coraggioso e, soprattutto, indiscutibilmente vero. Come ho scritto più volte non sono un fine analista politico, ma leggo tanto e la politica, in un modo o nell’altro, nella mia vita c’è sempre stata. Vorrei che il sistema democratico del mio paese mi facesse sentire magari meno rappresentato ma un po’ più ‘polites’. Ma questo pare essere un altro dei miei sogni folli.
Comunque, mi piacerebbe lo leggeste.

Quella vedetta è un po’ miope
di Giovanni Sartori

Con l’approvazione alla Camera (ma sarà esattamente lo stesso al Senato) della Frattini, del disegno di legge sul conflitto di interessi, viene inaugurato, temo, il “regime” berlusconiano. D’Alema è più ottimista di me. Per lui non siamo al cospetto di un regime. E siccome il termine regime non è un termine tecnico, siamo liberi di interpretarlo liberamente. Il che mi consente di dissentire da lui e di temere che regime sarà. Perché io intendo per regime uno stato di eccesso di potere, di “strapotere”, che viola le regole di funzionamento della democrazia e che quindi rischia di approdare senza ritorno a una democrazia “formale” rispettata in tutte le sue forme ma tradita nella sua sostanza.
Comunque sia, al momento la “mera” notizia è che la approvazione della Frattini sanziona la vittoria di Berlusconi nella causa “Berlusconi contro Berlusconi”. Era, s’intende, una vittoria scontata. Che però illustra il problema. In questa causa il Cavaliere era, ed è, imputato e giudice. In sostanza era, ed è, giudice di se stesso. Al suo posto anch’io mi sarei dato ragione, anch’io mi sarei aiutato. La natura umana è umana. Ma quantomeno io mi sarei vergognato. Invece a Berlusconi piace vincere, e anzi stravincere, senza falsi pudori.
Ma vincere è una cosa, avere ragione è un’altra.
Alla luce della ragione la Frattini non risolve in alcun modo il problema del conflitto di interessi. Anzo lo ingigantisce e aggrava. Chi ragiona non può che concludere che siamo al cospetto di una colossale patacca e di un incitamento a peccare. L’altro giorno il direttore di Oggi è sbottato: questa legge, ha scritto, “è uno schifo”. Però il professor Stefano Mannoni, ci fa sapere, sul Corriere di ieri, che “all’estero non hanno fatto meglio”. Anche se così fosse (ma è falso; e il modello americano io lo conosco quanto lui) l’argomento non dimostrerebbe nulla. All’estero non hanno il problema, e cioè non hanno Berlusconi. Se il professor Mannoni non vede questa differenza deve essere molto strabico.
Veniamo al punto centrale, al problema del potere. La mia biblioteca accoglie un centinaio di libri sull’argomento. In tutti si spiega che la proprietà è potere, che dà potere; e in particolare si spiega che il potere di licenziare, così come il potere di assumere, pesano pesantemente sulle nostre vite. Il potere sul mio pane è, ovviamente, un potere sulla mia volontà. Ma nel caso di Berlusconi – ci fa sapere Frattini – non è così. Se al povero Berlusconi resta soltanto la “mera proprietà”, allora quella proprietà è come se non ci fosse, è un nonnulla. E così la Frattini stabilisce (art.2) che la mera proprietà di una azienda non costituisce problema.
Mettiamo (non è vero, si fa per esemplificare) che io lavori per Mediaset. E mettiamo, in assurda ipotesi, che il Cavaliere non sia soddisfatto delle mie prestazioni. Visto che è soltanto il nudo proprietario, a me il povero Cavaliere non può fare nulla. Ma forse può telefonare a Confalonieri di licenziarmi; e anche può far sapere in giro che chi mi riassume sarà debitamente punito. Io sono fritto; ma per la Frattini tutto è in regola.
I berlusconiani hanno ragione solo quando chiedono alla sinistra di rispondere a questa domanda: se il caso è così grave come dite ora, perché non avete provveduto voi a risolverlo in passato? Già, perché? Non lo capisco nemmeno io. Certo è che qui la sinistra è stata di una sprovvedutezza senza pari e che si è ampiamente meritata il castigo che sta subendo. Il guaio è che il castigo di una smisurata collusione fra politica e affari ci colpisce un po’ tutti. A tutti vorrei quindi far osservare che un cattivo passato non giustifica un cattivo futuro e che l’inazione del passato non redime quella del presente. La sinistra male fece a non provvedere al conflitto di interessi negli anni trascorsi. Ma mal provvedere – come fa la Frattini – non è meglio. È peggio, peggissimo.

Faccio forse male a tenermelo sempre lì a portata di sguardo?


Allargando un po’ di più la visuale, oggi abbiamo avuto la notizia che alle democraticissime elezioni municipali che si sono tenute nella Striscia di Gaza ha vinto Hamas. O meglio: ha stravinto.
Io non sono un fan di Hamas. Ma dobbiamo cominciare a renderci conto che le idee di Hamas, il principale organizzatore degli attentati suicidi contro obiettivi ebrei in terra d’Israele, sono le idee della stragrande maggioranza degli abitanti di quel luogo. E forse, invece di scannarci a parole tra di noi, lontano da là, dovremmo cercare di capire, di parlarci con quella gente, di vedere come vivono. Troppo facile, per me, battere la via della loro distruzione in quanto assassini. Incredibilmente il conservatore Sharon, al contrario del progressista Barak, è il primo che ha detto di voler fare un passo in questa direzione. L’ha detto, ora vediamo se il passo lo farà.
Non potrei mai giustificare il terrorismo. Mai. Ma è ineluttabile che il terrorismo sia un’arma. Cerchiamo di ascoltare chi impugna quell’arma, di dialogare con chi dietro di lui gli urla “spara!”. Alzare muri, occupare paesi non serve. Chi urlava “spara” continua a pensarlo. E aspetta solamente che il “prode” della situazione davanti a lui trovi un’altra arma per urlarglielo ancora, molto probabilmente anche più forte di prima.
Guardando all’Iraq mi vien solo da riportare una frase scritta da Eric Hosbawm per il Foreign Policy: “Non ci si deve mai fidare di una potenza militare che occupa uno stato più debole e afferma di farlo per il suo bene”.
E io non mi fido per niente.
Nei giorni che stiamo vivendo, forse il giornalismo più importante sarebbe quello che riuscisse a divulgare e a istruirci su chi sono, come stanno, come vivono i popoli dall’altra parte del pianeta. Come facciamo altrimenti ad andare a votare per un candidato alla guida di una nazione che tra i principali punti del suo programma politico mette la guerra verso paesi e popoli di cui magari sappiamo poco o niente?
E questo è ciò che, nel mio piccolo, spero di riprendere a fare al più presto. E allora certamente riaprirò Iraklia, quel blog che mi accompagnò, ormai troppo tempo fa, nel mio ultimo viaggio in Palestina. Spero avrò un po’ della vostra attenzione.

Bene, detto questo non rimane che ringraziare (se là in fondo smettete di vociferare e sbuffare, magari riesco pure a finire velocemente… ma chi li ha fatti entrare?!?)
Ringraziare e salutare chi qui mi legge e commenta e chi da me viene letto. Non son bravo come Miele che ha tirato su un elenco sterminato di link. Ora potrei semplicemente scrivere: e saluto tutti quelli lì a destra.
E non posso nemmeno fare un copia-incolla del mio elenco di preferiti. Perché è vuoto. Non ho mai messo nessuno tra i preferiti. Pigrizia, velocità, imbranataggine. Anarchia? Che ci volete fare…
Poi c’è anche chi mi legge, è un perfetto sconosciuto e non ha un blog. Oppure non l’ha mai scritto l’indirizzo del suo blog (né, Silvia…). E chi mi legge, non ha un blog, ma lo conosco e frequento tutti i giorni. E chi aveva un blog, non lo conoscevo e poi l’ho conosciuto dal vivo. E chi mi ha fatto la toolbar (Cassandra). E chi mi ha letto sull’inserto del Riformista, ha iniziato a leggermi qui e poi mi ha pure aiutato nella vita reale (grazie Nonsolorossi). E poi c’è chi… no, dai, su, scherzo.

Kenny ha finito di soffiare nella sua tromba da un po’. E in testa ora mi risuona il motivo della colonna sonora di Amarcord.

ciao




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28 gennaio 2005

Il giallo dell'arrotino

“A volte le strade in salita sono meno faticose di quelle in discesa”
Un frase che al sottoscritto non suona per niente strana.
Vivo in uno di quei mini appartamenti, talmente mini che più che appartamenti andrebbero definiti tane, semplici tane. Tipo quello in cui va a vivere Pozzetto quando in quel vecchio film si trasferisce dalla campagna a Milano.
Insomma lo spazio è poco e va ottimizzato. Per questo mi son comprato uno di quei letti a soppalco. A parte il senso di instabilità iniziale provocato dal dormire a due metri d’altezza sostenuto solo da quattro gracili e alquanto scricchiolanti gambe, l’ “andare a letto” diventa un’operazione tutta particolare. Per raggiungere il talamo c’è una scaletta molto stretta, facile da scalare ma tremendamente insidiosa quando la si discende. Più di una volta, venendo giù, il piede ha perso l’appoggio scivolando su un piolo e io mi son trovato sul pavimento a pelle d’orso.
E poi la salita è sicuramente più dolce anche a livello psicologico: significa che vado a farmi una bella ronfata. Mentre la discesa è dettata dalla sveglia, insopportabile e inesorabile ogni giorno.
Ma non durante il uichend. Durante il uichend me ne posso stare appollaiato su quella specie di traliccio che è il mio letto a pisolare fino a tarda mattinata. A meno che… a meno che il sabato alle otto e trenta del mattino arrivi nella via in cui abito quello stronzo dell’arrotino. Ferma il suo carrello giusto sotto la mia finestra e comincia a sbraitare il suo richiamo d’adunata a tutte le donne del circondario. E io mi sveglio incazzato.
Ma un sabato mattina, all’ennesimo “donneeee, è arrivato l’arrotino!” mi sono catapultato giù dal mio ponteggio da sogni determinato a gettargli in testa un bel secchio d’olio bollente. Apro la finestra, spalanco le persiane già bestemmiante e la sorpresa: l’arrotino è riverso a terra in una pozza di sangue.
Un giallo. Giallo non nel senso di mistero. Secondo me è stato un giallo. Vivo in piena Chinatown, attorniato da cinesi alquanto suscettibili, lesti di mano e molto possessivi nei confronti delle loro donne. Evidentemente uno di questi si è spazientito e ha fatto fuori l’arrotino.
Ho tirato un sospiro di sollievo e son risalito a letto.

(da una cavalcata al rodeo)




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26 gennaio 2005

thàlassa - nòstos - algìa

Dio quanto mi manca il mare. Ci andavo sempre al mare, non solo d’estate. E ora che non lo vedo e vivo da un anno e mezzo mi girano davvero le palle. Sono stanco, alquanto snervato e avrei proprio bisogno del mare.
Vorrei essere da solo su una di quelle spiagge con la sabbia gialla e fine, senza lettini, sdrai e ombrelloni, quelle spiagge selvagge, con gli alberi a cinque metri dalla rena.
Me ne starei ore seduto sulla sabbia, con la schiena appoggiata al tronco di uno di quegli alberi strani, a leggere con davanti il mare. Potrei scorrere le righe del libro e quando voglio alzare lentamente lo sguardo di qualche centimentro e vedere blu. Con la pelle scura e secca striata di sale. E fanculo tutti.





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25 gennaio 2005

Rosa

Finalmente posso dirlo: sono in dolce attesa di una nipotina!
Una nipotina molto speciale. Tra i vari pargoli dei quali sono piacevolmente circondato, questa creaturina è quella che significa di più. Conosco sua madre fin da quando ero piccino, le ho fatto da testimone di nozze, e non c’è altra persona al mondo con la quale riesco meglio a comunicare di volta in volta il mio disagio, la mia gioia.
Forse questa bimba è proprio quella che più mi fa avvertire lo scorrere del tempo, mi fa sentire davvero zio. E se, come probabile, prenderà un bel po’ del carattere della mamma, già la sento che mi urla dal pancino dentro cui si gongola:
“Muovi veloce il culo! Tempus fugit!” (chiaramente la pargola conosce già il latino alla perfezione...)
Il babbo si rassegni...
E ora ho le voglie: un gin tonic, muovendo veloce il culo.
Felice!

(io insisto per Clelia. In alternativa Vittoria. Posso piegarmi ad Alice, ma oltre non vado!)




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24 gennaio 2005

Il gap sta nell’ansia del bip

Be vabbè, dopo aver letto molte parole sulle differenze tra trentenni e ventenni, dico anch’io la mia.
A parte che in ogni generazione c’è il fancazzista, il lavoratore, l’emerito coglione e il lungimirante, tra i trentenni di oggi e i ventenni di oggi le differenze ci sono eccome. E non si tratta di generalizzazioni sulle generazioni, ma di degenerazioni degli usi e dei costumi!
Quando c’avevo ventanni io, il cellulare, il computer, internet, manco sapevo cosa potessero essere.
E il lettore dirà: “e ma per così poco mica cambiano le generazioni!”. E invece io ritengo proprio di sì. A diciannove anni, sia i maschietti sia le femminucce, partivano per viaggi lunghissimi, uscivano la sera, avevano storie d’amore e d’amicizia senza l’utilizzo di codesti mezzi.
Si arrivava dall’altra parte d’Europa, dopo un po’ si cercava una cabina e si telefonava a casa: “Arrivato, tutto bene. Ci sentiamo tra venti giorni”. Si scrivevano le lettere. Non avevamo la possibilità di comunicare tramite sms, in ogni istante, ciò che ci capitava o ciò che provavamo. Questo faceva sì che quando poi ci si vedeva avevamo molto di più da raccontarci.
La sera si usciva, si tornava a casa tardi col tram, si veniva magari anche derubati in piazza Duomo, ma era normale non poter comunicare in ogni istante. Oggi è impensabile questo. Quando un ragazzo di oggi esce di casa la sera, l’ultima domanda che gli fanno i genitori è: “hai preso il telefono”. E se conferma c’è un gran sospiro di sollievo, allora magari può star fuori fino alle quattro della mattina.
I ventenni d’oggi, rispetto a quelli di dodici-quindici anni fa, hanno un’ansia di comunicare, condividere l’istante che, a mio modo di vedere, ammazza la comunicazione vera.
Mi ricordo che da piccino tenevo rapporti epistolari coi miei amici del mare: una settimana perché arrivasse la mia lettera e poi, se il destinatario si metteva subito a scrivere, un’altra settimana per ricevere la risposta. E si rimaneva amici così.
Oggi vi appiccicate a qualche chat, e nel giro d’un par d’ore avete raccontato tutta la vostra vita a qualche perfetto sconosciuto. E vi dimenticate che la vita vera è in strada.
La tecnologia vi ha donato arroganza e supponenza. Mentre magari dal vivo non riuscite a spiaccicare nemmeno una parola davanti a una persona che vi è stata appena presentata.
Le differenze ci sono, eccome. E sono in negativo.




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21 gennaio 2005

Incontri ravvicinati del neocon-tipo

Quelle trascorse sono state davvero giornate al cardiopalma, piene di emozioni per i neocon de IlCannocchiale. Prima l’allarme per la presunta chiusura del blog di Daw da parte della redazione, poi l’euforia cameratesca nel constatare che Daw era vivo e vegeto, e infine la gioia e il giubilo nel seguire in diretta tivvù la cerimonia per il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti d’America, Giorg Dabbliu Busch.
Insomma, come sappiamo anche i momenti più belli e intensi possono stressare le persone, sicché ho pensato di fare un regalo a tutto il gruppo, un modo anche per riavvicinarci, per favorire il dialogo, per confrontarci serenamente, per stemperare quell’atmosfera di astio che ci divide.
Ho pensato a una festa, un aperitivo tutti insieme, uno stock di cappelli e stivali da texano. Ma non erano idee abbastanza originali, non mi soddisfacevano. Volevo far loro qualcosa di speciale, di davvero insolito, regalare qualcosa che non avevano mai visto in tutta la vita.
Poi l’idea!
Ho deciso di raggrupparli tutti a casa di Harry: Oggi, Daw, Liberopensiero, Calimero, ShockandAwe, Puravita, Lucap, Neoliberal, Aa, Nix e Uotergheit. E fargli una grande sorpresa: presentargli lei, La Figa.
Lei è arrivata leggermente in ritardo, com’è nel suo stile, tutta ben pettinata, profumata e accaldatissima al pensiero di conoscere in una volta sola tutti quegli ometti che mai l’avevano vista.
Mi piace tantissimo fare regali, mi emoziono a vedere le espressioni dei destinatari mentre scoprono il mio dono, son cose che mi fanno felice. Ma ciò che successe nel momento in cui i nostri cari si son trovati di fronte La Figa mi ha lasciato totalmente allibito.
Appena Lei è entrata in casa, non ho fatto in tempo a dire “ragazzi, vi presento La Figa” che Harry è sbiancato in volto ed è stramazzato a terra senza sensi. Oggi ha iniziato a tremare e balbettare, così come LucaP e Uoter. Puravita vomitava mentre Daw ha cominciato a cacarsi nei pantaloni.
Insomma, a parte il fetore che si era sparso per tutta la stanza, ero davvero in imbarazzo, non sapevo che fare. La Figa mi guarda e mi fa: “bè, ma che hanno?”, e io: “non lo so, davvero. Aspetta un po’ che magari si riprendono”.
Ma i minuti passavano e i ragazzi rimanevano in uno stato catatonico senza precedenti. E Lei, una signora che facilmente si spazientisce in questi frangenti, ha girato i tacchi e se ne è andata.
Io non sapevo proprio più che fare, ‘sti ragazzi stavano davvero male. E poi mi sentivo anche un po’ responsabile, visto che avevo organizzato tutto io. Per fortuna ho visto che nella mensola delle videocassette ce n’era una con la scritta: “Discorso di Busch, Washington, 20 gennaio 2005”. L’ho inserita lesto nel videoregistratore, ho pigiato plei e dopo poche frasi pronunciate dal presidente della potenza planetaria, i visi dei nostri cari neocon hanno iniziato a distendersi. Qualcuno sorrideva, Harry aveva ripreso conoscenza.
Dopo dieci minuti di discorso già cantavano beati tra loro slogan tipo “Iraq libero!”, “Democrazia a Kabul!”, “Le tenebre delle forze del male non oscureranno mai la Terra!”, “God bless America” e via dicendo.
Rincuorato nel vederli nuovamente in forma provo a chiedere se proprio il mio regalo non era piaciuto. Al che si girano e mi fanno: “Comunista! Tutta propaganda eversiva! Amico dei terroristi!”.
Sì, ormai stavano proprio bene ed era meglio lasciarli da soli. Li ho salutati e son corso via per raggiungere di nuovo la signora che tanto li aveva sconvolti.




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20 gennaio 2005

Folle per i colori

Ieri sera sono andato a cena dalla solita coppia di amici, la Folle per i quadrati e il Direttore di banca. Il loro pupo cresce a dismisura, continua a non voler spiaccicare parola (anche se supplisce con un’arte mimica da far impallidire Marcel Marceau) ed è sempre molto contento di giocare con lo zio, che sarei poi io.
La padrona di casa, architetto, è stata da me definita folle per i quadrati in quanto ha completamente progettato l’appartamento in cui abitano secondo il principio che tutto ciò che li circonda deve essere quadrato.
Quando dopo la lauta cena sono andato a pisciare ho fatto una nuova, sconcertante scoperta che conferma la totale follia di questa mia amica.
La casa è dotata di due bagni, entrambi decorati nelle pareti con tasselli (quadrati) da mosaico: quello padronale, molto grande e davvero bello, con tasselli verdi, e quello per gli ospiti adibito anche al bucato, più piccino ma sempre molto grazioso, con tasselli blu.
Sono andato in quello blu.
Dopo l’evacuazione idrica, mi son lavato le mani e ho notato che la saponetta in dotazione era blu e la salvietta pure. Torno dall’amata coppia e le dico: “Certo che nel bagno blu è proprio tutto blu”.
La folle per i quadrati, tutta seria e senza neanche sollevare lo sguardo dal vassoio di ferrero rocher che si stava scrofanando, mi risponde: “Certo: nel bagno verde tutto è verde, in quello blu tutto è blu”.
Superato l’iniziale sconcerto nel ricevere pure questa notizia, mi dirigo a verificare e in effetti... gli asciugamani sono blu da una parte e verdi dall’altra e così pure i portasciugamani, i portasaponi e i bicchieri per gli spazzolini, le spugne, i tappetini, i pomelli dei mobiletti, gli spazzoloni per il vater, le decorazioni della carta igienica, financo tutti i prodotti per il bagno e la doccia: in quello verde tutti flaconi verdi o col tappo verde, in quello blu tutti flaconi blu o col tappo blu.
Son tornato in sala a bermi un bicchiere di vino bianco seduto su una delle dieci sedie arancioni.





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19 gennaio 2005

Silvio B. Noi, i ragazzi dello zoo di Arcore

“Se la sinistra andasse al governo il risultato sarebbe miseria, terrore e morte, come accade in tutti i posti dove governa il comunismo” (Roccaraso, 16/1/2005)

“Calunniatori, disonesti, infami! Ho detto solo ciò che vado ripetendo da undici anni ed è storicamente incontrovertibile: tutti i Paesi dove il comunismo è andato al potere si è avuta una situazione che ha prodotto miseria, terrore e morte. Ma la mia frase era riferita ai Paesi dove il comunismo è andato al potere e non potrebbe mai significare che un avvento di questo centrosinistra, di questa sinistra al governo avrebbe automaticamente portato miseria, terrore e morte” (Roma, 18/1/2005)

“Nooo, non ho detto che non voglio il metadone! Ancora una volta usate le mie parole come strumento di diffamazione personale. Ho detto che il metadone è un surrogato che assumo volentieri, ma che vorrei smettere con acidi, eroina e crack più gradualmente” (Sert di Arcore, alba di oggi)




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19 gennaio 2005

sborone

La giuria degli Oscan dixit:



poi commenterò meglio... per ora: mersì!




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18 gennaio 2005

"Va' a rompere il cazzo a qualcun altro"

Da un po’ di giorni la mia accidia mi ha portato ad avere la barba alquanto lunga. E poco fa mi hanno detto che assomiglio a Clint Eastwood da giovane.
Non so se sia un complimento però riporto qualche frase pronunciata da protagonisti di film interpretati dal suddetto attore che ben si addicono alla mia indole.

“È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha. E tutto quello che sperava di avere”

“Coraggio, fatti ammazzare”

“È meglio che tu prenda nota: io sono cattivo, incazzato e stanco. Sono uno che mangia filo spinato, piscia napalm e riesce a mettere una palla in culo a una pulce a duecento metri. Per cui va' a rompere il cazzo a qualcun altro” (questa la adoro...)

“Il mondo si divide in due categorie. Chi ha la pistola carica e chi scava. Tu scavi"

“Chi è il padrone di questo cesso?”
(solitamente quando entro nell’ennesimo bar della serata...)

“Le opinioni sono come le palle: ognuno ha le sue”

e infine, per le serate più gaie:
“Prepara tre casse”
(di gin)





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17 gennaio 2005

Anatema

E bravi i nostri salvatori, i nostri paladini della libertà, i nostri esportatori di democrazia. Bravi, bravi.
Sicché quando arrivaste per la seconda volta in Iraq, avete iniziato ad andare in lungo e in largo con l’obiettivo di liberare una volta per tutte i poveri autoctoni dalla dittatura di Hussein e dei suoi fidi e malvagi compagni del partito Bath.
Pian piano avete preso possesso del territorio, perché per liberare bisogna prendere, si sa. A un certo punto siete arrivati davanti a quello che ai vostri occhi molto probabilmente era solo un agglomerato di vecchi edifici che cadevano a pezzi, impolverati e poco funzionali. Ma che ne potevate sapere voi, campioni mondiali di ignoranza, che stavate guardando una delle sette meraviglie del nostro pianeta, Babilonia.
Non ci avete pensato su due volte e avete deciso di allestire un vostro campo militare proprio in mezzo a quelle rovine.
E così avete gravemente danneggiato pavimentazioni antiche di tremila anni percorrendole a bordo dei vostri pesanti cingolati. Avete distrutto iscrizioni e decorazioni del tempo di Nabucodonosor. Un tizio che aveva fatto costruire una città incredibilmente bella, con grandi terrazze in fiore, i famosi giardini pensili appunto. Mai sentiti nominare, vero?
E perché montaste lì un vostro campo militare? A già, proprio per difendere quel luogo dall’inestimabile valore culturale (qualcuno vi aveva messo al corrente, forse gli inglesi, chissà...)
O non era meglio che ve ne fregavate?
Sicché, dopo le lezioni di civiltà che i vostri soldati hanno fornito ai barbari iracheni nel carcere di Abu Ghrabi, siete riusciti a distinguervi anche per la difesa dei beni culturali. Complimenti!
Il mio rammarico è che se mai qualcuno verrà nei vostri Steits del cazzo per cercare di radervi al suolo, non potrò mai godere nel veder vendicati tali scempi. Perché da voi, diciamocelo, di storico non c’è proprio nulla.
Così come nei vostri animi non c’è ombra di quell’amore che le persone possono provare per un monumento, per un’opera d’arte, per un edificio millenario. Non avete la minima idea di come certi popoli possano essere affezionati a certe cose, quasi fossero parti del loro stesso corpo.
Ma questo evidentemente è il prezzo da pagare per condividere la vostra democrazia.
Sarà. Ma per quanto mi riguarda volervi male diventa ogni giorno sempre più facile.





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15 gennaio 2005

Sfogo sfigato in sol

Stappo una bottiglia di birra, mi accendo una sigaretta e inizio a metter dischi nello stereo. Sono le prime cose che faccio quando torno a casa.
Dopo che i cd ascoltati si sono man mano ammassati in disparte in una pila tutta storta, mi metto a cercare tra le vecchie cassette e i dischi in vinile. Sì, perché oltre a esser cresciuto a musica classica, amare visceralmente il jazz e il rock ed essere sempre stato curioso e disponibile all’ascolto delle novità che amici, billboard e radio ponevano alla mia attenzione, io vado matto per quella che ormai viene definita dai più musica da sfigati: la vecchia musica leggera italiana.
Se sei in una casa con un gruppo di amici, ti avvicini all’impianto aifai e, che ne so, togli i White Stripes per metter su Ritornerai di Bruno Lauzi, bene che ti vada rischi di essere sbattuto fuori di casa a calci. Se va male vieni obbligato a ingoiare il vinile in questione.
E allora mi ritrovo costretto a far delle overdose solitarie. E via: Dalla, De Gregori, Ramazzotti, Baglioni, Morandi, Paoli, Battisti, Daniele, Tozzi, Venditti, Tenco, Caselli, Mina, Carboni, Vanoni, Ligabue, Bennato, Rossi, Pooh, Equipe 84 e più che ne trovo più che ne metto!

Allora, cari i miei burinacci-modaioli-schifosi che alla radio ormai non ascoltate altro che cover di cover, io son tanto orgoglioso e felice di essere sfigato. Primo perché è musica cantata nella mia lingua, con la quale sono cresciuto, ho iniziato a ragionare, ho condiviso pensieri e mandato affanculo. Mentre voi ascoltate pezzi in inglese e magari non ci capite un emerito cazzo di quel che dicono. E date dello sfigato a me?
Secondo perché in quelle canzoni c’è un qualcosa di romantico, sentito, provato. Vissuto e quindi genuino. Un qualcosa che è stato sottofondo di tanti istanti meravigliosi e tremendi, da brividi, e che oggi è una colonna sonora di ricordi che mi dà ancora la pelle d’oca.
Certo, un critico musicale non direbbe mai che tutte quelle canzoni siano oggettivamente belle, dei capolavori, arte. Ma porca troia, un bel po’ di esse magari sì!
O forse vi sanno di musica da sfigati perché parlano per lo più d’amore.
Sfigati… s-figati… senza figa…
No, allora, un attimo, qui qualcosa non torna: nei miei ricordi e nella mia vita la figa c’è.
O che non sarete voi gli sfigati?


Me ne vado nella notte logorando strade
han lavato il cielo ed ora è ad asciugar sui muri
come quando i miei si vomitavano parole
ed allora mi mandavano a giocare fuori
tu non ci sei
tu non sei più con me

il mio amico sta dicendo che mi vuole bene
ha bevuto troppo e non ricorda più il mio nome
le finestre occhi spenti stanno già sognando
mulinelli di cartacce e le panchine vuote

non avrei voluto essere il primo della classe
non avrei voluto mai portare i primi occhiali
ho paura di specchiarmi dentro una vetrina
e scoprirmi a ridere di me e dei miei pensieri

sotto il tacco il tacco delle scarpe mezzo consumato
un giornale spiegazzato pieno di pedate
grande prima eccezionale per il film dell'anno
avventura sesso e una valanga di risate...

quante volte ti ho pensato
sulla sedia di cucina
quante volte ti ho incontrato
nelle cicche che spegnevo
quante volte ti ho aspettato
quante volte ti ho inseguito
quante volte ho chiesto te...

e come gridavo sul cavallo del barbiere
il mio amico si è fermato e sta scalciando un sasso
lui non ha una donna perché ha l'alito cattivo
soffre un po' di tenerezza e parla con se stesso

guardo le mie dita gialle sono tanto stanche
di sputare i mozziconi di tutta una vita
giro salto e ballo come un orso ammaestrato
come vorrei fare a pezzi quella luna idiota

quante vooolte ti ho pregato
mentre mi graffiavi il cuore
quante vooolte ti ho guardato
mentre mi cavavi gli occhi
quante volte ti ho cercato
quante volte ti ho trovato
quante volte ho perso teeeeeieee...




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10 gennaio 2005

Giro di vite nei coglioni

Insomma, io ho già i miei bei casini finanziari.
Centinaia di multe arretrate non pagate, che il corpo della Polizia Municipale ha periodicamente e metodicamente appiccicato sul parabrezza della bombaycar. Constatando il mio comportamento da perfetto gnorri di fronte a tali ingiunzioni, dopo qualche mese hanno pensato bene di ripresentarmele nella buca delle lettere, raddoppiando la richiesta di denaro.
Vedendo che anche di fronte alle letterine verdi non muovevo un dito, hanno incaricato gli Esatri di farsi lo sbattimento per farmi scucire il malloppo. Benché gli esatri utilizzino metodi di persuasione assai più efficaci di quelli usati dai controllori del traffico, tipo minacce di strangolarti il gatto, funzionari che ti cagano sullo zerbino, avvertimenti sul possibile malfunzionamento dei freni dell’auto alla prima discesa bagnata, sono rimasto impassibile.
Così, a loro volta, gli Esatri hanno affidato il compito di riscossione a una banda di gangster rumeni che ogni sera mi attendono davanti al portone, roteando minacciosi catene arruginite. Comportamento che, per mia fortuna, ha suscitato perplessità e irritazione nelle gang di cinesi che controllano la zona. Quindi, finché i rumeni non si rivolgeranno a Bush, alla sera riesco ancora a sgattaiolare via mentre se le danno di santa ragione e raggiungere sano e salvo la mia tana.

Da oggi, alle multe automobilistiche cominceranno ad aggiungersi quelle per le sigarette. Anche mettendoci tutta la buona volontà, infatti, sarà dura soggiogare quello che è ormai una sorta d’istinto: sorso di gintonic, accensione della bionda. Non potendo supplire col mettere una bionda in carne e ossa sul rogo ogni 20 minuti (operazione molto gradevole ma logisticamente infattibile), vedo già nugoli di delatori pronti a chiamare le autorità preposte per farmela pagare cara.
Mi preparo, insomma, a un catastrofico esborso di denaro che molto probabilmente segnerà il mio definitivo collasso finanziario.
Un ultimo barlume di speranza risiede nel fatto che mia sorella proprio in questi giorni ha trovato un nuovo impiego e quindi verrà costretta a prestarmi denaro sonante per fare fronte a tale situazione.

Ma quando stamane ho letto su un quotidiano il titolo a caratteri cubitali “Dopo le sigarette, giro di vite anche sull’alcol”, bè, inizio a prendere seriamente in considerazione la fuga.




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4 gennaio 2005

Farina negli occhi

Le prossime saranno settimane davvero importanti, se non addirittura storiche in molte e delicate parti del nostro pianeta.
Ci sarebbe da andare in Somalia per l’insediamento del nuovo governo a Mogadiscio; bisognerebbe poi percorrere l’Egitto per entrare nella Striscia di Gaza per le elezioni del nuovo premier palestinese. E poi via, passando per Giordania e Siria, ad assistere alle prime elezioni democratiche in Iraq sotto l’egida della coalizione guidata dagli Stati Uniti. E chissà quant’altro.
già.
Ma per mancanza di quella necessaria merce di scambio volgarmente denominata denaro, non riuscirò a presenziare a cotanto epocali avvenimenti.
Mi accontenterò di assistere, settimana prossima, all’inaugurazione del nuovo bancone da parte del mio panettiere di fiducia.
Anche lui a liquidità non è messo molto bene. Le spese per il rifacimento della sua bottega di farinacei hanno poi pesato parecchio sul suo budget: gli anni scorsi, nel periodo natalizio, si concedeva sempre due settimane di chiusura, rimanendo in panciolle fin dopo il giorno della befana. Ieri, invece, era già aperto. Cosa che non ha certo mitigato il suo già ben noto carattere burbero.
Dopo che mi ha rifilato i soliti due pani in più rispetto a quanti gliene avevo richiesti, gli faccio: “Non pensavo di trovarvi aperti. Avete sempre fatto vacanze lunghe a Natale”.
Gli occhi del panificatore pazzo si iniettano di sangue e dalla bilancia truccata si posano violentemente su quelli del sottoscritto: “Non una parola di più! Non una parola di più! Fuori di qui!”

È sempre piacevole far compere attorno casa e constatare in prima persona che la crisi economica di cui tanto si parla non esiste ed è solamente un’invenzione per meri interessi politici.
Oppure c’è molta gente con la farina negli occhi. Oltre al mio panettiere, s’intende.




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