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29 luglio 2004

eescataclen!

Il direttore di banca è ancora nel retro. Come di consueto, alla fine dell’anno, tira le somme e fa il bilancio.
- “Direttore, le manca tanto? Guardi che così rischio di perdere la corriera!”
- “Qui non tornano i conti... ci sono post divertenti che hanno lasciato l’amaro in bocca e post che volevano far riflettere e invece han fatto sbellicare... e poi troppi commenti fuori luogo, e troppi commenti interessanti e inerenti ai quali lei Bombay non ha risposto in questi mesi... non riesco a pareggiare...”
- “Direttore, lasci stare, nella mia vita i conti non son mai tornati... lasci perdere. Altrimenti perdo la corriera, cazzo!”
Il direttore, sbuffando, traccia una barra sulla casella del totale, chiude i registri del blog e finalmente lascia la scrivania. Mi aiuta a tirar giù la cler, arrugginita e rumorosa.... escataclen!
- “Grazie per la collaborazione, direttore, ci vediamo tra un mesetto...”
- “Grazie un cazzo! Mi deve un sacco di soldi, mica lavoro per la gloria io! Visto che non ha il becco di un quattrino può sdebitarsi venendo a fare il maggiordomo da me per qualche tempo...”
Sempre le solite braccine, il direttore...

Sì, me ne vò un po’ in ferie, come si diceva una volta. Saranno vacanze diverse dal solito, diciamo “familiari”. L’obiettivo è quello di riposarmi e studiare. E scrivere. Per una volta niente viaggi verso lidi inesplorati (poi l’imprevisto è sempre dietro l’angolo...).
Scrivendo questo post mi sento molto Pippo Franco all’ultima puntata di uno show televisivo di quart’ordine, quando fa i ringraziamenti al pubblico a casa, allo staff, i truccatori, le sarte, i cameramen e i pompieri (mai che si ringrazino i baristi!)...
Comunque devo dire che da ottobre scorso a oggi, qui, mi son parecchio divertito, incazzato, sfogato. Insomma, ripeto: proprio carina ‘st’idea del blogg.
Ancor più carina grazie a coloro che mi hanno letto, commentato, criticato e anche mandato a cacare. Alcuni blogger li ho pure conosciuti, e son proprio belle personcine, da tenersi stretti. E da leggere (vedi link a destra). Altri spero proprio di conoscerli presto.
Poi ci sono entità che chi sa come son capitati qui, e che mi han letto e commentato assiduamente, come Silvia (che mi ha fatto uno dei più bei complimenti che abbia mai ricevuto) e l’Anonimo Antonio (che poi si è fatto pure lui un blog!).
Tiro giù la cler. Prima di partire, però, farò una capatina veloce al blogrodeo di oggi.
Salutando, penso a Pinoscaccia che tra qualche ora sarà di nuovo in Iraq, andatelo a leggere, ne vale proprio la pena; all’energia che Bea con i suoi scritti continua a infondere alle persone, incredibile quella donna; alle idee trasformate in fatti proprio da un blogger, Jac: sabato 31 a Roma, tra Old Friends e Kodachrome, lasciate un autografo...
Infine chiedo venia a tutti per la mia atavica pigrizia (spesso e volentieri non rispondo alle meil, ai commenti, dico “ci sarò” e poi non ci sono...). Non è cattiveria né un morettiano metodo per farsi notare, davvero. È solo confusione. Son fatto inscì.
Stasera brinderò a tutti voi alzando il calice con Emanuelito. Venne qui a commentare il mio primo post. Gli risposi con una cosa tipo: “ma che cazzo vuoi?!?”. E ora è mio amico.
Prosit!




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28 luglio 2004

Il mio compagno di sbronze durante le vacanze...




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27 luglio 2004

In cerca di quel taxi giallo

Sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ho il numero di targa!
Perché a Milano i taxi non sono più gialli?




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26 luglio 2004

AVETE SERIAMENTE ROTTO I COGLIONI

Penso a uno che, avendo sentito dell’esistenza di questa piattaforma, vada in home page a dare una sbirciatina.
E da giorni veda tra i migliori post quelle puttanate scritte da:
sosteniamodaw
e
fermiamodaw
Penserà: “bell’ammasso di coglioni che vaga da queste parti!”
E come dargli torto?

Per informazione del malcapitato, è come in parlamento: quelli non sono i migliori post della piattaforma, sono solamente quelli segnalati.
Da una manica di coglioni.




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26 luglio 2004

Col paraurti sottobraccio

Aperitivo con gruppo di amici e conoscenti. Umidità e zanzare. Fenomeni che mi spingono a bere di più e più velocemente. Altro che Autan, Off e aria condizionata.
Comunque, a non so quale gintonic, il gruppo inizia a sfaldarsi: chi va a casa, chi ha un appuntamento per cena, chi si dilegua senza proferir parola.
In questo frangente mi si avvicina un’amica, ragazza che conosco da circa un anno. Mi dice che secondo lei bevo troppo e vorrebbe parlarmene seriamente. Va bene, dico io. Allora lei mi propone di sviscerare il problema andandoci a bere qualcos’altro da soli. Strano modo di affrontare l’argomento...
Arriviamo in quest’altro locale. Ordiniamo e inizia a espormi le sue preoccupazioni. Rivolte soprattutto a quando comincio, come dico io, a rotolare. Nel frattempo ordino un gintonic dietro l’altro. E lei mi segue (bò...).
Sostanzialmente, quello che ho da dirle a proposito è molto breve: bere mi piace. Che poi sia il riflesso di qualche problema, situazione e via dicendo, non lo so dire. So perfettamente che non è una cosa salutare, consigliabile, e che abbiamo un fegato che a un certo punto potrebbe anche averne abbastanza e mollare il colpo.
Le spiego che poi, quando inizio a rotolare (e in effetti quando questo accade, accade ogni volta in un momento preciso) è come se mi estraniassi dalla realtà. Inizio a dipingere un quadro tutto mio, usando a volte colori cupi e altre colori vivaci. Comunque un dipinto di cui io sono unico autore e unico spettatore.
Stavo immergendomi così bene in questa spiegazione, approfondendo per la mia amica sensazioni e metodo, quando un barista mi viene a chiamare dicendomi che dovevo spostare la bombaycar dal marciapiede perché un’altra automobile doveva uscire dal parcheggio.
Lesto e barcollante mi avvio alla macchina, avvio il motore, ingrano la retro e scendo dall’angolo del marciapiede un po’ troppo, diciamo, briosamente... Infatti, il paraurti anteriore rimane agganciato al marciapiede. Gran rumore. Scendo e questa è la scena che mi si presenta: la mia macchina da una parte e il paraurti con tutto il musetto a cinque metri di distanza.
Ecco, per alcuni una cosa del genere rappresenta un danno. Anche per me, per carità. Ma in quel momento ciò era solo materiale per un nuovo quadro. Che poi, grazie all’ingerimento di altri gintonic, ho dipinto con estrema cura ed efficacia: io che ritorno a casa a piedi per le vie buie di Milano, sbronzo, barcollante, con il paraurti della bombaycar sottobraccio.
Per la visione di codesti capolavori non è possibile indicare alcuna galleria d'arte. Posso solamente consigliare di bazzicare per Chinatown e pazientare.




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24 luglio 2004

Pioggia

Finalmente a Milano piove come si deve.
Città vuota.
Il momento di camminare per strada.
Città tradita a ogni estate.




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23 luglio 2004

Selvaggina di stagione

Milano: 40°
Al lavoro l’impianto dell’aria condizionata è rotto da due giorni.
Temperatura percepita a codesta scrivania: 48°-53°

Imbottitemi di vino rosso, ficcatemi una testa d’aglio nel culo, due patate sotto le ascelle e
buon appetito...




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23 luglio 2004

Squilibri di palazzo a Chinatown

Stamane, uscendo di casa, ho trovato nell’androne una missiva dell’amministratore rivolta a tutti i condomini.
Tre i punti principali di tale comunicazione:

- si avvicinano le vacanze, molti condomini saranno assenti per parecchi giorni, assicuratevi sempre di chiudere bene sia il portone sia il portoncino al fine di evitare l’intrusione nel palazzo di malintenzionati.
- prestate maggior attenzione quando uscite dal palazzo con biciclette e motorini. Alcuni condomini, infatti, hanno lamentato la presenza di graffi sul portoncino.
- infine vi ricordo che dopo le ore 22 è vietato tenere accesi apparecchi audio e video ad alto volume e intrattenersi in casa con canti e balli.

Sì, ha scritto proprio così: canti e balli. Fa molto balera anni ’50, no? Leggendo l’ultimo punto, chissà perché, era come se terminasse con: “ha capito, Bombay?!?”.
E io che per stasera avevo già in mente di sdrincare senza ritegno fino all’alba con un po’ di amichetti... vabbé, troppo tardi per rimandare.
Ma si ricordi, l’amministratore, che l’alleanza tra il sottoscritto e i cinesi all’interno del consiglio dei condomini è quantomai salda. Che al primo voto di fiducia portiamo dalla nostra parte anche il ristoratore, gran voltagabbana, e faremo cadere l’attuale governo, ottuso, corrotto e conservatore, a suon di puzza di pesce per tutto il cortile, involtini primavera e canti e balli notturni.
E allora quel giorno l’amministratore dovrà rispondere del conflitto d’interessi che ha caratterizzato tutto il suo mandato: la società edile che ha restaurato la facciata del palazzo è infatti di proprietà di un suo parente. E i sospetti che lui si sia intascato una lauta mazzetta sono tanti...
Sarà l’inizio di una nuova era, onesta, libera e un po’ rumorosa.




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22 luglio 2004

Blogrodeo con lacrima di sale...

Sarà l’avvicinarsi delle vacanze che, fin da quando andavo a scuola, mi metteva addosso una gran malinconia. Come la fine di qualcosa.
E il blogrodeo di oggi, mannaggiasquonk!, ha proposto una situazione così, come dire, così...
Così:

E’ la fine di luglio.
Sono le sette di sera.
Siedi al tavolo di un pub; guardi fuori dalle grandi vetrate, e vedi gabbiani e foche nella baia e qualche ragazzo che appoggia lo zaino sulla spiaggia pietrosa ed inizia a tirare sassi in acqua.
Aspetti una persona, che forse scenderà (o forse no), tra dieci minuti, dal battello che collega l’isola con la terraferma.
Sul tavolo hai una pinta di McEwan’s bevuta a metà, un libro di Raymond Carver dal titolo “Niente trucchi, per favore”, una penna ed un Moleskine aperto sulla prima pagina. Bianca.
E adesso, quella pagina devi riempirla.

E io l’ho riempita così:

È il terzo anno consecutivo che sto qua. Lo stesso giorno alla stessa ora.
Aspettando che come per magia avvenga tutto di nuovo. Come quattro anni fa.
Quando scendesti da quel traghetto.
Avevi già trascorso due settimane al mare, dai tuoi. Eri bellissima: la carnagione scurita dal sole, i capelli più biondi del solito, gli occhi brillanti. Mi venisti incontro avvolta in un pareo bianco. Ci abbracciamo e ci unimmo in un lunghissimo bacio.
Passammo su quest’isola tutto il mese di agosto. Il periodo più bello della mia vita. Sicuramente. Conferma che il nostro amore sarebbe stato indissolubile.
Quando risalimmo sul traghetto per ritornare sulla terraferma, tra il vento di salsedine, mi dicesti guardandomi negli occhi: “Io non ti amo più”.
Come spiegasti tu non c’erano motivi precisi, se non che non ti sentivi più quel fuoco dentro. Spento chissà come all’improvviso.
Allo stesso modo, inspiegabilmente, io non posso spegnere il mio. Ci ho tentato, sai, o se ci ho tentato. Ci ho soffiato sopra finché non avevo più aria nei polmoni, l’ho ricoperto di stracci, l’ho affogato d’alcol. Ma continua a bruciare.
E anche quest’anno sono qui. Ad attendere l’impossibile. Mi rigiro tra le mani un quarzo rosa. Il tuo portafortuna. Chissà se tu tieni ancora in tasca il mio delfino turchese...
Vedrò il traghetto arrivare. Vomitare sul porto centinaia di turisti tra cui tu non ci sarai. Trascorrerò tutto il mese qui, danzando e bevendo con la gente del posto. Che ancora non ha capito che sto qui ad aspettare l’impossibile.
Leggerò tanto, come faccio sempre in vacanza. E userò come segnalibro quella foto in bianco e nero che ti feci proprio su quest’isola.
Con una mano sposti una ciocca di capelli biondi dietro l’orecchio per avere lo sguardo libero. Sollevi il capo leggermente e alzi gli occhi verso di me.
Eterno prigioniero di quell’istante.




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22 luglio 2004

Semplicemente DA LEGGERE:

GENOVA 2001, "on the violence"




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22 luglio 2004

PURA libertà di espressione, mica cazzi!

Leggo il post di Harry dedicato alla morte di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova.
Dice Harry:
“La scelta fra due vite umane è dolorosa, soprattutto se si tratta di giovani vite. Vorremmo non essere mai posti di fronte a un giudizio su quanto valga la vita degli uni e quanto quella degli altri: ogni vita ha la dignità che merita. Ma, posti di fronte all’ineluttabilità dell’alternativa fra un assassino e un carabiniere, non abbiamo dubbi che è meglio che sia andata così e non in senso opposto”.

Su questa affermazione e i termini in essa contenuti si può discutere per ore. Ognuno ha il suo parere, ognuno tenta di far cambiare idea all’altro, ecc. Io, una roba del genere non l’avrei mai scritta. Tant’è. Ma non è questo che voglio sottolineare.
La bellezza dei blog sta proprio nell’opportunità di esprimere in tutta libertà qualsivoglia parere riguardo a qualsivoglia tema.

Vado a leggermi i numerosi commenti al post.

Puravita scrive:
“ovviamente sono contento per come sia andata. A presto!”

Puravita è contento. Mentre Harry esprime il suo giudizio sulla questione, criticabile, certo, Puravita esprime il suo stato d’animo, la sua contentezza perché le cose siano andate in quel modo.

La bellezza dei blog sta proprio nell’opportunità di esprimere in tutta libertà qualsivoglia parere riguardo a qualsivoglia tema.

Vado a leggermi un po’ il blog di Puravita.
Puravita è uno che guarda Le mille luci di New York (molto meglio il libro del film). Puravita legge Libero. Puravita soffre d’insonnia. Puravita sovente è irrequieto, ansioso. Puravita non scopa molto spesso.

La bellezza dei blog sta proprio nell’opportunità di esprimere in tutta libertà qualsivoglia parere riguardo a qualsivoglia tema.

Per me Puravita è un emerito coglione.




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20 luglio 2004

Alice nell’assurdo mondo di Bombay

Premessa
Cari piccoli blogger alcolizzati, quella che vi avviate a leggere è una fiaba che narra di jatture, incomprensioni, idiozia e tecnologia, ambientata in quel fantastico mondo dagli occhi ovali e carnagione giallastra che è Chinatown.
A causa dei continui e ripetuti colpi di scena che costellano codesta storia, l’autore vi consiglia di procedere alla lettura solamente dopo esservi ingollati almeno una dozzina di gintonic. Come fece l’autore stesso prima della stesura..
Buona lettura


Torno dal lavoro con il solito giramento di coglioni.
Appena l’oste del ristorante sotto casa mi scorge spuntare dal portone mi viene incontro e mi fa: “Il postino ha portato per lei Alice”. E mo chi cazzo è Alice? Lo seguo incuriosito nella sua cucina.
Qui i coglioni iniziano a girarmi ancor più vorticosamente: aleggiano profumi di spezie, pesce, crostacei, frutti di mare e penso che su, nella mia cucina, c’è ben poco di sfizzioso da elaborare per il pasto serale. Comunque l’oste si allontana dietro i fornelli e torna con una scatola. E finalmente si svela l’arcano: Alice è il modem di Telecom per la connessione Adsl! Evviva! Sorriso di giubilo, insolita cortesia nel ringraziare l’oste e via di corsa su per le scale verso la mia magione, felice di abbandonare finalmente la bradipesca andatura con cui ero solito navigare nella magica rete di internet.
Ma come mai tanta sorpresa al cospetto di Alice? Semplice, mi ero completamente dimenticato di averla ordinata.
E qui, cari piccoli lettori, bisogna fare un salto indietro nel tempo per arrivare a un lunedì mattina di qualche settimana fa.

Mi son preso il lunedì di ferie. Cosa ben rara e motivata dalla presenza in città della mia dolce bimba. Che sarebbe ripartita il giorno seguente.
Ore 9.30. Mi trovo all’incirca a metà del mio sonno. La bava scorre ancora con flusso costante dalla mia bocca al cuscino. I vocii dei cinesi per strada fanno da colonna sonora ai miei sogni, mentre il respiro lieve della bimba accanto riempe d’amore l’intera stanza.
Ed ecco che questo incanto viene bruscamente interrotto dallo squillo del telefono. L’onirico stato d’incoscienza dopo un po’ si blocca. Ascolto l’odiato marchingegno chiamarmi, urlare. Tengo gli occhi chiusi e faccio finta di niente. Ma lui insiste. All’ennesimo drinn mi arrendo e striscio fino ad alzare la cornetta: “Bronto?”
Dall’altro capo del filo una voce squillante e veloce: “Buongiorno signore! Qui è la Telecom, solamente una domanda: lei naviga in internet?”
“Ma chi sei? Herzog? Em…” penso che se il mio interlocutore potesse sentire il mio alito interromperebbe immediatamente la comunicazione. Ma così non è. E insiste con raddoppiato vigore: “Lei, da casa, naviga in internet???”. “Sì. Sì... quando non mi staccate la linea… e come no, ma guardi non …”
Nulla, la macchina umana progettata per la massima produttività parte in quarta: “ascolti, abbiamo un’incredibile opportunità per lei: le inviamo Alice, gliela facciamo pagare nella bolletta di ottobre e in più le regaliamo tre mesi di connessione gratuita! Che ne dice?”
Stordito: “bè... sì... ma viene qualcuno a montarmi Alice?”.
“No. Ci deve pensare lei a montarla. Ma guardi che è semplicissimo!”
“Ci credo, ma io sono una frana a montare ‘ste cose... e poi... andrà bene per il mio pc? È vecchio assai...”
“Da Windows ’98 in poi va bene tutto. Lei che sistema operativo ha?”
“...98 mi sembra...”
“Perfetto!”
Insomma, gli dò i miei dati, ordino Alice e torno a letto. Che ciò sonno.

Entro in casa, lancio come di consueto sul davanzale della finestra quelle bombe chimiche delle mie scarpe, e mi accingo ad aprire la scatola arcobaleno contenente il modem. Appena aperta, ne esce con un gran balzo un piccolo coniglio bianco, con occhi rossi e lunghe orecchie. Inizia a saltare per casa come impazzito. Io preferivo fosse spuntata fuori una di quelle gnocche della pubblicità... ma si vede che quello è un trattamento che riservano solamente ai clienti importanti. Per la plebe si risparmia utilizzando dei conigli, che tanto scopano in continuazione e si riproducono a raffica. E poi fanno tanto magico mondo di Alice...
Mi disinteresso del piccolo animale e vado a controllare il resto del contenuto della scatola: un modem, un filtro per la spina telefonica, due cavetti e un cd. Nessun manuale di istruzioni. Già inizio a innervosirmi. Dopo svariati tentativi capisco come collegare il modem al mio pc e, come quando a gennaio acquistai una fotocamera digitale, riscopro (perché ogni volta me ne dimentico...) che il mio pc non ha porte usb.
Bestemmia.
Il coniglio fa un salto verso di me. Mi guarda e con la stessa voce della Campbell mi fa: “Coglione!”
Tento di afferrarlo ma lui è già balzato dall’altra parte della stanza.
Cerco di mantenere la calma. Penso che posso comprare uno di quegli adattatori che hanno la porta usb e non mi perdo d’animo. Allora passo a installare il cd, così – penso - mi porto avanti. Inserisco il disco, clicco su “installa” e mi compare questa finestra: “inserire il disco del sistema operativo Windows 98”. Mi ci vuole un po’ di tempo per capire cosa significhi tale avviso. Poi l’illuminazione: “aaa, certo!, vuole i dischi di tutto l’ambaradan!”.
Già. Ma io quel pc lì lo comprai usato sei anni fa e non c’era nessun disco del sistema operativo allegato.
Bestemmia.
Il coniglio si avvicina un’altra volta. “Sì sì! Sei proprio un coglione! Coglione! Coglione!”
Mi lancio ma lo manco anche ‘sta volta, mentre lui inizia a disseminare piccole palle di merda per tutta casa.
Spengo tutto e butto Alice negli scaffali assieme ad altra roba che non uso mai.

Considerando che in questo periodo non ho un becco di un quattrino e che se dio vuole in agosto me ne andrò da questa città per almeno tre settimane.... il periodo di connessione gratuita me lo sono giocato completamente.
Devo ammettere che aveva ragione il coniglio: sono un coglione.
Uso il passato perché il coniglio non c’è più. Che ci devo fare? Mica sono vegetariano io! E poi la visita nella cucina del ristoratore aveva solleticato troppo il mio appettito.
Comunque buono. Un po’ duro in alcune parti, ma gustoso. Me lo addebiteranno certamente sulla prossima bolletta.

Destinato a navigare ancora lentamente in questo mare. Tanto non ho fretta, cara la mia Alice di ‘sto cazzo...




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19 luglio 2004

Yasser Arafat

Ramoscello d’ulivo in una mano, pistola nell’altra...
... e portafogli pieno in tasca.





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16 luglio 2004

Amore per sei cilindri a V

E un bel dì presi la patente di guida. Giorno che ancora viene maledetto da familiari, fidanzate, amici. E un po’ anche dal sottoscritto...
Piccola testa di cazzo che non ero altro, adoravo sfrecciare in macchina, affrontare le curve a manetta, sorpassare a destra, sinistra, sotto e sopra, stabilire record di velocità nelle viuzze del centro di Milano in piena notte. Cos’è che dicono gli strizzacervelli a proposito? A, sì, che andare forte in macchina è un’esternazione-compensazione delle proprie paturnie sessuali... Stronzate. Io di paturnie sessuali non ne avevo e non ne ho. Mi piaceva e basta. E se mentre lanciavo la macchina a tutta velocità in autostrada la bimba che sedeva al mio fianco si applicava anche nel farmi un sano pompino... bè, mi sentivo come un re!
Dopo aver distrutto tre macchine, essermi cacato addosso nel vedere amici/e rimbalzare amenamente contro il parabrezza, questa insana follia, finalmente, scomparve. Ero proprio un pirla patentato: quando mi spiaccicai contro una parete rocciosa in montagna e uscii dalla macchina ridotta a una specie di fisarmonica di lamiera, la prima cosa di cui mi preoccupai fu sperare che le sigarette non avessero risentito dell’impatto...
Comunque fui graziato: non si fece mai male nessuno.
Ma il momento preciso in cui misi la testa a posto fu quando vidi Lei:
Ford Taunus del 1963, 2000 sei cilindri a V.
Semplicemente bellissima.
Amore a prima vista.
Me la mostrò il mio meccanico di fiducia (pilota pazzo) quando avevo 23 anni. Me ne innamorai immediatamente e la comprai. Lunga e larga come le macchine in Happy Days, colore oro, una linea stupenda. Sembrava proprio una macchina da gangster. Difficile passasse inosservata. Per alcuni era semplicemente ridicola. Per me era un’opera d’arte.
I sedili ampi in finta pelle beige, il volante che pareva un timone di un piroscafo tanto era grande, l’autoradio d’epoca che quando l’accendevo si alzava automaticamente l’antenna sul cofano. Davanti al posto del passeggero c’era addirittura uno dei primi apparecchi per l’aria condizionata, mai usato. Non c’erano tappetini, tutto era ricoperto di moquette color oro. Quattro marce, trazione posteriore, il tachimetro arrivava a segnare i 210... era una meraviglia da guidare, una meraviglia!
Superare queste schifezze d’oggi, ripiene d’inutili aggeggi elettronici, tutte uguali nella linea e nei colori, era una soddisfazione: braccio appoggiato allo sportello, cicchino in bocca, sguardo come a dire: “bbello, rifatti gli occhi, perché io so io e tu e la tu macchina demmerda non siete un cazzo!”. Ai semafori spingevo sull’acceleratore e Lei rombava che pareva cantare. Che voce quel bolide!
Con Lei macinai tantissimi chilometri, decine e decine di migliaia. Non so quante volte percorsi la Flaminia, da Roma a Fano, passando per Fossombrone, Acqualagna, Nocera, Spoleto, Scheggia... era la macchina perfetta per quello scenario.
Le bimbe apprezzavano molto, i carabinieri un po’ di meno. Hai voglia a dire che l’abito non fa il monaco, ma per tutto il tempo che ebbi quella macchina era un continuo bloccarmi, fermarmi, perquisirmi... non so, forse faceva molto spacciatore di cocaina... bò.
Era bellissima, non le feci mai il minimo graffietto e la lavavo pure regolarmente. La amavo a tal punto che una volta presi a pugni un cretino solamente perché aveva osato prenderla in giro...
A parte fare sì e no un paio di chilometri con un litro di benzina, quella macchina aveva solo un difetto: quando pioveva si scaricava completamente la batteria. L’abbiamo smontata e rimontata da cima a fondo un bel po’ di volte, ma non si venne mai a capo di quella fuga di energia. Insomma, due gocce d’acqua e bisognava metterla in moto a spinta. Lei non era certo un fuscello, tutt’altro..., a Milano la pioggia non è un fenomeno metereologico così raro e io non possedevo un box. Attorno a casa chiesi aiuto a tutti: negozianti, marocchini che vendevano sigarette davanti al super, giornalaio, portinai. Dopo un po’ di mesi che avevo Lei, quando uscivo dal portone era facile vederli tutti che si davano alla macchia o giravano lo sguardo altrove... non ce la facevano più a spingere. Con gli amici, la sera, sembravamo la banda bassotti. Si usciva dal bar e, arrivati alla macchina, senza batter ciglio, ci si metteva a spingere, ognuno al suo posto.
Una notte ero solo con la mia fidanzata, la stavo riportando a casa. E Lei, sotto la pioggia, si spense a un semaforo di via Melchiorre Gioia. Chiesi aiuto a uno dei viados che su quei marciapiedi sbarcava il lunario. Fu molto gentile e spinse insieme a noi. Rimessa in moto la meraviglia a quattroruote, mi sdebitai accompagnandolo in stazione centrale. Disse che lì c’era meno concorrenza...




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15 luglio 2004

Venezia

“Stupenda, bellissima, sì. Ma un po’ triste, malinconica. Non ci abiterei mai”.
Quante volte ho ascoltato persone sintetizzare così brutalmente il loro giudizio sulla città dei dogi.
Io ne sono semplicemente innamorato, da sempre. Iniziai a fantasticare sulla magia di quella ragnatela di canali e calli fin da molto molto piccolo, quando ancora non andavo nemmeno a scuola. Nella mia cameretta, appeso a una parete, c’era un quadro a matita disegnato per me da mio nonno. Raffigura uno stretto canale che piega bruscamente a destra e, dalla curva, sbuca la parte iniziale di una gondola. Mi perdevo dentro quell’immagine.
E crescendo, Venezia è diventata quasi necessaria. Dopo un po’ che manco ne sento il bisogno, fisico.
Una delle mie due migliori amiche ci scherza sempre: “Una donna, per stare con Bombay, deve superare due prove: Io e Annie e Venezia. Se non impazzisce sia per il film sia per la città, viene scartata senza appello”. Certo, esagera, ma un fondo di verità c’è.
È una delle cose per cui vale la pena vivere: “scorgere l’ottagono della Salute tra la fitta nebbia di una mattina di novembre dal ponte dell’Accademia”.
A Venezia non è importante pensare. Basta camminare e ‘sentire’.
Mi vien difficile raccontarla.
Istantanee:
Un bambino tedesco antipaticissimo che sul vaporetto continuava a pestarmi un piede. Avevo sei anni. M’incazzai.
Chiara che mi accende una sigaretta, quando ancora lei non fumava, passeggiando sulle Zattere.
La porta di una camera d’albergo sfondata con un calcio.
Un carnevale scellerato: tre amici in un bar di Milano. Dico: “a Venezia oggi è iniziato il carnevale”. Ci si alza dal tavolo e si parte. Furono tre giorni folli: dormimmo nelle gondole in sosta.
Un giro in gondola con Elisa.
Un croupier anziano, con capelli e baffi bianchi, che seduto al tavolo verde mi chiede: “il solito?”. “Il solito”.
Le sbronze colossali a tirar mattina assieme ad Adriano. Godendo come dei maiali di affogare in mezzo all’arte in quelle condizioni.
Un’antica pasticceria in S.Polo.
Dormire nel più assoluto silenzio, interrotto solamente dagli “oè!” dei gondolieri quando si appropinquano a una curva cieca.
La basilica Santa Maria Gloriosa dei Frari.
I manicaretti cucinati all’Aciughetta, tra gondolieri e negozianti.
Le veneziane... Per una di loro persi il capo. La raggiungevo in treno venerdì sera. Poi all’alba di lunedì le davo un bacio mentre ancora dormiva, m’alzavo dal letto, mi vestivo e uscivo per raggiungere la stazione. Abitava di fianco alla Fenice e la passeggiata era lunga, attraverso calli deserte, accompagnato dal tubare dei piccioni che ancora dovevano alzarsi in volo.
E poi i ponti, con nomi che ricordano le loro antiche funzioni o gli avvenimenti che hanno ospitato, come quello dei pugni, quello delle tette, della guerra. Tantissimi ponti.
Poi andandosene si percorre quello delle Libertà, che solca la laguna collegando Venezia alla terraferma. E mi prende la solita immensa tristezza.
Io ci vivrei a Venezia.





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