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28 aprile 2004

Amori finiti

Impazzivo per ‘sta donna. Quasi quanto per la Fulvia Coupé Fanalone. Ritagliavo tutte le sue foto dalle riviste più assurde e me le appiccicavo in camera.
Quando venne a Milano per il Telegatto frequentavo ancora le medie. Ero ancora un nanerottolo, con l’apparecchio ai denti, ma sempre bellissimo. Riuscii a entrare nelle quinte del teatro Nazionale grazie a un conoscente di famiglia che ai tempi amministrava la struttura. La baciai sulle guance e lei insistette per farmi un autografo. Fu l’incontro che cambiò la sua vita.
Da allora iniziò una lunga storia d’amore, passionale e costellata di viaggi per incontrarci.
Poi smisi di portare l’apparecchio e iniziai a frequentare altre donne. Lei non la prese molto bene, voleva essere l’unica. E per ripicca si fidanzò con quel tossico alcolizzato degli oasis... se ne pentì presto. Tornò a implorare il mio perdono. Mi telefonava in piena notte cantandomi ‘Stay with me, lalalalalalaaa’ oppure singhiozzando a lungo sommessamente. Telefonate che mi diedero anche non pochi problemi con il mio compagno di duplex... ma questa è un’altra storia.
Non cedetti al suo fascino tra l’altro già intaccato dall’età e dal dolore per la mia dipartita. Rimasi fermo sulle mie posizioni.
Ora si trova in clinica. Sta cercando di disintossicarsi, porella. Ma fa molta fatica. Sono in contatto con lo staff medico che mi tiene al corrente delle sue condizioni (comunque le sono affezionato...). Dicono che periodicamente le trovano fotografie che mi ritraggono tra le lenzuola del suo letto. E quando gliele tolgono va ancora in preda a crisi isteriche.
C’est la vie...





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27 aprile 2004

Sogni di un ignorante

Sto male. Ho la febbre. Mal di gola. Mi gira la testa. Questo uichend mi tocca pure andare a Roma. Proprio il uichend giusto...
Qualche testa di cazzo nel tivucolor fa pure i paragoni tra il numero dei morti: di più con l’Onu, di meno coi Serbi, di più con Saddam, di meno con gli Americani. Quindi se la matematica non è un’opinione... sei proprio un coglione! Mi ci pulisco il culo col Foglio!
Non trattiamo con i ‘terroristi’. No. Paghiamoli casomai, ma riflettere sul toglierci dal cazzo dal loro paese, questo mai!
Guardate che le immagini viste ieri non sono tratte dall’ultimo film di Scott. La guerra umanitaria si svolge così: soldati abbarricati su fronti opposti che continuano a spararsi addosso. Città isolate. Popolazioni allo stremo. Senza acqua, cibo, medicine. E anche senza tetto visto che un bel po’ di case son state tirate giù dai bombardieri.
Si spara da e su ospedali, moschee, scuole.
Bare che ogni giorno vengono riempite. Da una parte. E dall’altra.
Sergio Romano parla di guerra asimmetrica: una forza militare decisamente superiore e imbattibile sul piano militare tradizionale, che, appunto per questo, viene combattuta con un metodo diverso: il terrorismo. Ci piaccia o no, è così. Ci siamo infiliati nella prima guerra asimmetrica della storia.
Però, non ci volevano fini e canuti analisti politici per prevederlo, lo si poteva già ascoltare un anno fa tra i tavoli dei bar. Tra un bicchiere di rosso e un campari, tra una discussione sul rigore non concesso la domenica precedente lo si poteva sentire: “Arrivare a Bagdad è facile. Tirar giù qualche statua del mostro baffuto pure. Ma se inizia la guerriglia nelle città son cazzi...”. E cazzi ancor più amari visto che questa guerriglia è strettamente fiancheggiata dal terrorismo islamico internazionale. La possibilità di essere colpiti in maniera vigliacca e disumana in casa nostra, in campo civile, c’è. Come a New York, come a Madrid.
Rimanere uniti, riflettere, decidere, agire. Questo non è cedere ai ricatti del terrorismo. Questo non vuol dire mettere a repentaglio l’istituto democratico del nostro paese. Anzi: significa usarlo.
Sono utopista forse. Sognatore ignorante. Ma sogno che proprio la democrazia ci venga in aiuto. Sogno un popolo che si riunisce in assemblea. Non per scegliere tra volti, simboli o rappresentanti. Ma per votare il modo di affrontare una situazione. Senza paura di fare un passo indietro. Che certe volte val più di tre avanti.
Trattasi di carneficina.
E le soluzioni non sono solamente con loro o contro di loro. No.
Tiriamoci fuori.
Dov’è l’onore, l’orgoglio, la forza di un popolo? Secondo me, nel lacrimare ancora di gioia tra trent’anni raccontando ai miei nipotini quanto fu coraggiosa l’Italia e il suo popolo a dire no a una guerra in quella lontana primavera del 2004. Perché mise la vita umana davanti a tutto. Prima di tutto. Anche del petrolio.
In caso contrario, prepariamoci a versar ben altre lacrime.




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24 aprile 2004

Mai come ora:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Italo Calvino. Le città invisibili.




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23 aprile 2004

Abbundandis in abbundandum

...ma settecentomila lire, punto e virgola, noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, questanno c'è stato una grande moria delle vacche...




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23 aprile 2004

È che ogni tanto non ascolto

Sto cercando di fare ‘sta canna da quaranta minuti. E lei parla. Parla. Parla.
Si è piazzata davanti a me e mi sta raccontando non so che cosa da non so quanto tempo. Non ho mangiato. In compenso bevo e fumo in continuazione da sei ore a questa parte. Sono sfatto.
L’ho appena conosciuta. Più o meno ho capito che sarebbe la mia cognata acquisita mancata, vabbè... Indossa una camicetta rossa modello China che le fascia il busto e mette in evidenza le tette. Attorno la gente balla, chiacchiera, ride, ondeggia.
I miei occhi vanno dall’impasto che tengo nel palmo della mia mano al gintonic posato sul tavolo affianco. Ma non ce la fanno ad alzarsi a tal punto da incontrare i suoi. Al massimo arrivano all’altezza delle sue tette. E parla, parla, parla.
Mi sta dicendo dell’università, no, del lavoro, o forse di un viaggio...bò.
“Ma tu non mi ascolti!”
“E?”
“Vedi, NON MI STAI ASCOLTANDO!!!”
Lecco la cartina, arrotolo, chiudo. Ce l’ho fatta finalmente. Cerco l’accendino nella tasca dei gins e accendo... “dicevi?”, sparita, puff. Peccato, le avrei morso le tette volentieri.




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22 aprile 2004

Provaci ancora Bombay

Mi aggiro a una festa con il mio gintonic tra le dita circondato dal solito fashion system milanese: fotografi, stylist, assistenti, modelle e via dicendo. Un ambiente che non mi sono scelto bensì ritrovato causa fidanzate e amici. E ormai ci sguazzo.
Mi si avvicina una mia cara amica, mi prende sottobraccio e mi fa: “La vedi quella là, lo sai chi è?”. “No, sarà la solita modellina polacca di turno”. “Sì, fa la modella, ma soprattutto è figlia della Rossellini nonché nipote di Ingrid Bergman, vieni che te la presento”.
Brividi. Per me la Bergman è un mito, ho visto tantissimi suoi film, fin da piccino, da Casablanca a Notorius passando per Stromboli. Non ho mai saputo immaginare donna più bella e affascinante di lei.
Avvicinandoci la vedo meglio. È bellissima e, in effetti, assomiglia tantissimo a sua nonna: i lineamenti del volto dolci e sensuali allo stesso tempo, eleganti, quasi eterei, occhi chiarissimi ma profondi, lo stesso taglio di capelli, labbra carnose da bimba. Sto male.
“Elettra ti presento Bombay, Bombay questa è Elettra”. “Ciao”, “Ciao”.
Panico. Puro panico. Tutte le mie nozioni di dieci anni di studi classici vanno a farsi benedire ed esordisco così: “Elettra, splendido nome, ehm... se non erro era la nonna di Pericle, cioè, scusa, ehm...no, era la nipote di Agamennone, cielo, ehm...”. Per fortuna mi interrompe con uno splendido sorriso e dice: “Deduco che ti abbiano già detto di chi sono nipote...”. Cazzo! È pure simpatica! Iniziamo a chiacchierare. Parliamo del fatto che viaggia in continuazione, Milano, Parigi, New York, Los Angeles. Ma dopo pochi istanti che sto di fronte a questa creatura semidivina arriva un pelato, pizzetto curatissimo, brutto e con la faccia antipatica, le dà un bacio cingendole la vita e se la porta via.
Ci rimango malissimo. E avrei bisogno di una scena adatta alla situazione. Datemi un impermeabile e un cappello con tesa, datemi un bimotore pronto per decollare, datemi un cazzo di pianista nero, datemi un comissario Renault con il quale iniziare una grande amicizia, datemi dei cinesi ai quali vendere armi, datemi una pista di un aereoporto sotto la pioggia, datemi un nazista da ammazzare.
Sono ancora lì, che sogno di trovarmi con Elettra a terminare tutte le provviste di champagne della locanda Bella Aurora per non lasciarne neanche un goccio ai nazisti che stanno entrando in Parigi, quando inaspettata arriva la mia ex fidanzata.
Le racconto subito della splendida ragazza.
E lei: “E secondo te, una come lei potrebbe mai interessarsi a uno come te?”
“Perché no – dico io – perché escluderlo, scusa?”
Iniziamo a bisticciare amabilmente come al solito. Ed Elettra diventa presto un lontano ricordo. Altro che Bogart e Bergman... qui, al massimo, ci sono Vianello e la Mondaini.





21 aprile 2004

Tutti a Milano!

Napoorsocapo c’è, perché io dovrei mancare? Visto che non ho la più pallida idea di chi cazzo sia...

Sfide canore, indianate, travestimenti ed esorcismi ideologici. Questo e molto di più all’ombra della madonnina, l’8 maggio.

RSVP
(Recalcitranti, Sarete Vituperati Palesemente)




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21 aprile 2004

Spiacente, ma il suo tempo è scaduto

CASTELGANDOLFO (ROMA), 21 APR - E' morto Karl Hass, l'ex ufficiale delle Ss condannato all'ergastolo per l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Aveva 92 anni. Hass è deceduto nella casa di riposo ''Garden'' di Castelgandolfo, dove era agli arresti domiciliari.




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21 aprile 2004

Il lavoro nobilita come il gutalax

A scuola non andavo mai in bagno a fare la cacca.
Al lavoro sempre.
Il lavoro mi fa cacare.




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20 aprile 2004

Sogno meneghino e un po' alcolico

Sotto mi intimano di scendere. C’è una squadra di pompieri, numerosi poliziotti, guardiani e passanti con il naso in sù.
Non è stato facile raggiungerla: scalare il pezzo finale della guglia più alta, completamente nudo, con una bottiglia di bombay in mano e la macchina fotografica a tracolla non è uno scherzo, anche perché alcuni punti sono ancora umidi per le recenti piogge e si scivola parecchio.
“Scenda subito! Non faccia sciocchezze!”
“Un attimo, ancora un attimo, cazzo!”
Porca zozza se è alta ‘sta donna, non sembrava a vederla dal basso. Mi appollaio sul braccio sinistro. Le cingo il collo con la mano che stringe la bottiglia. Con l’altra prendo la macchina fotografica, l’allontano quanto possibile...
“ei bella, fammi un sorrisone dei tuoi, dai!”
...clic!
Cazzo che foto!





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19 aprile 2004

Milano: design di un imbecille

Conosciuta a una festa giorni fa, carina, occhioni grigi, alta, bel culo. Ci scambiamo i numeri di telefono. Durante la settimana del design a Milano ci scriviamo tramite sms inviti reciproci che cadono a vuoto. Poi finalmente, telefonando, ci si mette d’accordo per incontrarci. Si decide per un aperitivo seguito da concerto jazz.
Arriva il giorno dell’appuntamento. Nelle ore pomeridiane penso all’incontro e mi passa la voglia. Così, senza motivo. Capita che a volte non abbia alcuna disposizione di impegnarmi nel nuovo, a favore di un distensivo e rassicurante già conosciuto. Sicché telefono alla ‘folle per i quadrati’ e ci si mette d’accordo per aperitivo e cenetta insieme a sua sorella e un’altra amica (a queste donnine piace uscire accompagnate da un unico cavaliere... e anch’io mi diverto).
Sicché alle ore 17, certo non con preavviso da gentiluomo, scrivo un sms al bel culo chiedendo di rimandare il nostro appuntamento causa impegno-compleanno inderogabile di cui mi ero completamente dimenticato. La risposta è chiara: “V.F.C.”. Faccio quello che in quel momento proprio mi risulta uno sforzo: le telefono con tono conciliante invitandola a comprendere e rimandare. Dopo avermi rimproverato ben bene per la maleducazione di tirare un pacco a due ore dall’appuntamento, sembra capire. Bene.
Esco con le tre donnine affidabili. Al quarto gin tonic come aperitivo (le bimbe non rimangono indietro!) mi viene la sciagurata idea di invitare a cena una coppia di amici. Scrivo un sms: “dai son qui con..., stiamo decidendo per la cena. Venite anche voi, dai su, su, su! Dove vi piacerebbe andare a magnà?”
La coppia non risponde.
Bel culo sì: “dai son qui con..., stiamo decidendo per la cena. Venite anche voi, dai su, su, su! Dove vi piacerebbe andare a magnà?... SEI UN IMBECILLE”.
Tim, per favore, basta sms in regalo, basta. Grazie.




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17 aprile 2004

Bugiardi, ma con stile. E col sangue

Torno a casa sbronzosbronzo ieri notte. Con un concetto che continua a frullarmi in testa: eroismo.
Non ho esultato per la morte di Fabrizio Quattrocchi. Come non esulterei per la morte di militari americani o italiani. Ma la tragica sequenza finale della sua vita non ha generato nel sottoscritto un sentimento di fierezza, di orgoglio italico.
Questa è una guerra, e, consentitemelo, non è di certo una guerra di difesa. E si badi che non sono uno di quegli ottusi pacifisti a oltranza. Che se qualcuno domani vuole conquistare Chinatown e tenta di cacciare di casa me e la mia ex fidanzata con la violenza, una pallottola in mezzo agli occhi è quello che gli rispondo.
Il problema, secondo me, qui, oggi, è culturale.
Noi associamo l’eroismo alla morte. Ci sentiamo orgogliosi, i nostri cuori battono al ritmo dell’amor di patria per la dignità con cui un nostro connazionale muore. Un connazionale che imbracciava un mitra, in terra straniera, per interessi di altri stranieri. Per soldi, certo, per permettersi di vivere meglio qui. Scelta sua. Non chiedo la gogna per chi compie queste scelte. Ma il suo richiamo al nostro bel paese nell’ora della morte, non fa di lui un eroe.
Voglio eroi che non muoiano. Uomini che diventino eroi con la vita. Non con la morte. Ma evidentemente in questa società l’eroe è solamente quello che muore. Per come muore. Nel concetto di eroismo non vengono contemplati atti di coraggio intellettuale, sembrerebbe.
E allora mi metto a spulciare tra i ritagli di giornale in cui affogo lentamente nella mia tana.
Trovo un articolo del Corriere della Sera di un bel po’ di tempo fa. Claudio Abbado viene premiato a Tokyo con il Premium Imperiale, onorificenza massima in campo culturale assieme al Nobel. Occasioni in cui il premiato celebra un discorso solitamente di circostanza. Abbado no. Come fece Maurizio Pollini negli anni ’70 che prima di un concerto lesse una dichiarazione contro la guerra in Vietnam che scandalizzò il mondo, Abbado abbandonò l’etichetta che competeva al suo ruolo in quel momento e parlò di arte e politica. E politica.

"Sono preoccupato: nel mio paese e nel mondo intero non si fa abbastanza per la cultura. Arrivano al potere persone ignoranti, che ci raccontano cose alle quali finiamo per credere, come quella della guerra umanitaria. Ma ci sono cose giuste e cose sbagliate che non sono né di destra né di sinistra che però vanno dette perché sono importanti".
"Mi preoccupa anche che nel governo abbiamo ministri che non conoscono la ricchezza delle culture in Italia e fuori dall'Italia".

Bè, questa dichiarazione venne così commentata dal redattore dell’articolo, Armando Torno:
Per una volta il celebre direttore d'orchestra ha evocato una nota stonata, o meglio ha commesso un peccatuccio di stile, che non ha giovato all'immagine stessa dell'Italia. Non a caso Oscar Wilde scrisse in L'importanza di chiamarsi Ernesto: «Nelle questioni veramente importanti lo stile, non la sincerità, è la cosa vitale».

Oggi l’immagine dell’Italia viene esaltata e glorificata con la morte eroica di un nostro connazionale in Iraq.
Io sono fiero di essere Italiano. ITALIANO. Ma dobbiamo svegliarci tutti, cazzo. Altrimenti finiremo coll’essere un popolo di grande stile ma bugiardo patentato anche verso se stesso. Così come vorrebbero teste di cazzo quali il signor Armando Torno.




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16 aprile 2004

Mi tolgo le mutande, così facciamo prima

...e adesso, cazzo c’hai da ridere???

(blogrodeo 1.0)




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16 aprile 2004

Vuoti a perdere

Casa è completamente allo sbando.
In cucina ci sono delle scarpe da ginnastica per terra e un altro paio sulla mensola della finestra. Il tavolo è sparito sotto una montagna di giornali, pubblicità, posta inevasa, bollette non pagate, manuali di istruzioni per aggeggi che non so più dove ho messo, un barattolo di nutella vuoto, due bottiglie di vino e una di uischi vuote. Nel lavandino pile di piatti e pentole da lavare, da giorni. Nel frigo fa bella mostra di sè un barattolo di ragù di cinghiale regalatomi lo scorso natale dalla madre di un mio amico. In sua compagnia due uova, chissà di quando, mezza confezione di rucola marrone, pancetta a cubetti, burro scaduto, mezza bottiglia di vernaccia. Sul pavimento, accostati alla parete, due monitor fuori uso, un ombrello rotto, una scala a pioli rotta, una pompa, un sellino e un’enorme ciotola dove butto gli accendini quando hanno finito di accendersi.
Nel bagno lo stendino ospita il bucato steso una settimana fa. Dovrò rilavarlo. Il cesto della biancheria sporca ogni volta che entro mi implora di essere svuotato. Due tubetti di dentifricio completamente spremuti giacciono su una delle mensole assieme a tre barattoli di docciaschiuma e shampoo vuoti. Sulla lavatrice libri, riviste, foglietti, un bicchiere e due sacchetti di plastica che non ho il coraggio di aprire.
La stanza, cuore della tana, è entropia pura. Difficile da descrivere quanto è difficile mettersi a cercare qualcosa. Meglio desistere e utilizzare quello che trovo a portata di mano. Nell’ambiente persiste un acre odore come di medusa marcita al sole proveniente da un sacchetto di conchiglie raccolte al lido di venezia sette mesi fa. So che c’è ma non so dove sia. Bicchieri, piatti, vestiti, telecomandi, libri, cd, giornali, accessori per fumare sparsi ovunque. Anche sul letto, dentro al letto.

Ieri sera riaccompagno a casa una mia vicina dopo una piacevole serata. Dopo pochi secondi che è a bordo della bombaycar si volta verso di me e dice: “Questa macchina sa di schifo, non è che puzza di qualcosa in particolare, sa di schifo”.
L’interno della bombaycar è un piacevole concentrato che rispecchia casa, compresi vestiti, bottiglie, bicchieri, giornali, mozziconi.

Non è un gran periodo in effetti. Meglio stappare una bottiglia di buon rosso, non pensarci, e dimenticare in fretta il vuoto da qualche parte.




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16 aprile 2004

Nemmeno io

Tg5 della notte. Mi collego a servizio già partito. La parente stretta di uno dei tre italiani ostaggi dei miliziani irakeni commenta:

“Quello che non capisco è come questi capi di stato possano subito dire no”




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