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15 giugno 2005

Belgrado – Toronto, passando per Sarajevo

Fare una corsa a bordo di uno dei tram che circolano per Belgrado può fornire un’efficace sintesi delle contraddizioni che caratterizzano la città, in questo suo ormai troppo prolungato dopoguerra. I mezzi sono alquanto malmessi, vecchi, arruginiti e paurosamente cigolanti. Però al loro interno spiccano dei modernissimi adesivi in grafica tridimensionale che ricordano ai passeggeri la buona educazione, invitandoli a lasciare il posto a donne incinte, persone anziane e invalidi. Mentre l’autista parla al cellulare, beve caffè, ascolta musica, fuma e, quando ha una mano libera, guida. A velocità criminale.
Contraddizioni che proseguono in strada, con segni di progresso e civiltà che a Milano ci sognamo: semafori dotati di impulsi sonori e un lungo percorso per non vedenti che si snoda per tutto il centro, lambendo palazzi ancora devastati e sventrati dalle bombe. Che ancora non vengono ricostruiti perché mancano i soldi.
Le prime pagine dei quotidiani locali degli scorsi giorni erano dominate dalle notizie sugli sviluppi dell’inchiesta sull’omicidio di Zoran Djindjic, il premier assassinato lo scorso marzo 2003. Da intercettazioni telefoniche ora parrebbe emergere anche una pista internazionale.
Ma la gente, attorno, non sembra curarsene. Ne ha passate troppe ed è tristemente convinta, forse a ragione, che i politici siano solamente una massa di corrotti e che non si possa fare affidamento in loro. La gente di Belgrado sente il bisogno di muoversi, di andare, di lasciarsi il passato alle spalle. Anche se, tuttora, non sa ancora bene dove andare. Domina come un senso di smarrimento. Si sentono esclusi dall’Europa, però allo stesso tempo da essa attratti. Parlando con le persone, non ne ascolti una che, ricordando i bombardamenti degli americani sulla città, si dichiari vittima di un’ingiustizia. Anzi. Dopo che dalla caduta del dittatore Milosevic si è iniziato a parlare, a sapere di quali nefandezze l’esercito serbo si era macchiato nella guerra contro la Bosnia, forse la gente considera quei bombardamenti come una naturale conseguenza degli eventi, quasi un’espiazione dovuta.
Rimangono fieri, ma confusi.
Ho conosciuto un ex soldato. Ho mangiato a casa sua, al tavolo con la sua famiglia. Poco più che cinquantenne dimostra settantanni. Sulla mano sinistra ha un tatuaggio che contraddistingueva i componenti di alcuni reparti dell’esercito serbo. Ha l’espressione buona, di uno che non farebbe male a una mosca. Gli chiedo del tatuaggio ma mi risponde sua moglie. Dice che non ci sente. È stato via da casa, in guerra per tre anni, poi è tornato perché ferito in battaglia: ha perso completamente l’udito dall’orecchio destro per l’esplosione di un ordigno. La signora, amabile, mi dice che suo marito non parla mai della guerra. Anche quando tornò a casa dopo una così lunga assenza alla sua famiglia disse solamente che aveva operato nei pressi di Sarajevo. Quando l’ex soldato, non so come, sente sua moglie proferire la parola Sarajevo, alza lo sguardo dal piatto, mi guarda con occhi tristi e mi chiede: “Sei mai stato a Sarajevo?”. No, gli rispondo. E chiosa: “è una città bellissima. Hanno sofferto davvero tanto laggiù”.
Anche al bancone di un bar, quando mi son messo a parlare con un piacevolissimo sottofondo jazz con tre miei coetanei, un po’ brilli e per questo particolarmente loquaci, ho assistito a una reazione simile. Prima mi dicono che non ci sono soldi, che il tasso di disoccupazione tra i giovani è altissimo (attorno al 25% per i serbi tra i 20 e i 30 anni. Fonte: Ekonomist), poi il più alto e grosso dei tre mi guarda malinconico e mi chiede se ho mai visto Sarajevo. Dice di essere felice che sia finito tutto.
Poi, accavallandosi tra loro, cominciano a parlarmi dei modelli negativi che giungono qui dall’occidente, facendo presa in particolare sui giovani. “Ma ti sei guardato attorno – chiede Miki -? Hai visto quante ragazze si fanno ricostruire tette e culo? È una mania, una vera mania. E sai perché? Sono bellissime di loro, eppure vogliono omologarsi ai modelli della vostra televisione. Le ragazze, qui, non si innamorano più, guardano solo al tuo portafogli, sono ossessionate dai soldi. Vogliono rendersi esche succulente al miglior offerente. È molto triste questo”.
Pensavo esagerasse, magari preso dai fumi della rakia. Mi è bastata una passeggiata in centro accompagnato da Misha e Pohana, lui programmatore informatico e lei insegnante di italiano, per capire la veridicità delle parole di Miki. Camminando mi mostravano quante ragazze tra quelle che incrociavamo si erano visibilmente sottoposte a interventi chirurgici. Operazioni che, mi raccontano, qui costano pochissimo, anche solamente 500 euro per riempire i seni di silicone. Mi spiegano che c’è un vero e proprio mercato nero della chirurgia plastica. Con la conseguenza che spesso e volentieri chi opera non è propriamente un esperto del bisturi, combinando quindi di frequente dei veri e propri disastri sui corpi di queste fanciulle che inseguono un sogno tanto materiale quanto fallace.
Lilli, un meraviglioso mix di sensibilità, capacità critica, razionalità e rara dolcezza, mi dice che detesta questa moda, questo vacuo culto dell’immagine a scopo di lucro sentimentale. Lei, diplomata in violino e in grado di eseguire senza difficoltà il concerto di Mendelssohn, ha una buffa automobile giallo limone che tiene eternamente parcheggiata nel vialetto davanti casa. La benzina costa troppo, dice. Giustamente fiera e conscia delle sue qualità è anche un’incredibile ballerina di salsa e quando si muove seguendo il ritmo crea un vuoto di stupore conturbato attorno a sé. Ama visceralmente la musica. Dice che è stata il migliore rimedio per non pensare alle bombe che le cadevano in testa. Quando parla della guerra si adombra e abbassa lo sguardo. “Per niente al mondo farei vivere ai miei figli quello che ha vissuto la mia generazione. Stai lontano dalle guerre – mi dice -, ti fanno toccare un’incredibile comunione di solidarietà con gli altri. Poi, quando tutto finisce, se sei sopravissuto scopri che quella comunione era solo un gran miraggio passeggero. Che non esiste in realtà. E sei ancor più triste di prima”. Forse lo smarrimento che si respira oggi a Belgrado ne è una prova.
Lilli è prossima alla laurea in scienze forestali e si mantiene, aiutando anche la sua famiglia con cui ancora vive, lavorando tutti i giorni in un bar fino alle quattro del mattino. È instancabile. Dice che adora la natura e che il suo paese è ricco di splendide foreste e paesaggi mozzafiato, un patrimonio che andrebbe tutelato e sfruttato per creare un rilancio del turismo in Serbia. Ha ragione. Ma purtroppo al momento non avviene nulla di tutto ciò. Allora dice che una volta terminata l’accademia potrebbe andare a cercare lavoro in Canada, là di foreste ce ne sono a bizzeffe e se ne prendono cura come fossero gioielli.
Seduti a un tavolino ondeggiante su una di quelle chiatte ormeggiate lungo l’argine del fiume e adibite a baretti, mi guarda con quei suoi enormi occhioni bluverdi, che brillano ancora di più coi riflessi del Danubio, e mi dice: “Poi quando vado in Canada ti porto con me. Ci vieni in Canada con me, vero?”
Lontano il Canada, molto lontano. Magari ci vengo.
Prima però voglio passare a Sarajevo. Sulle note di Mendelssohn.



*Morning blues – Michel Petrucciani




permalink | inviato da il 15/6/2005 alle 18:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


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