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25 maggio 2004

La cameriera

Toc toc. Due colpi alla porta ed entrava. Quando andavo a dormire non chiudevo mai la porta della camera in quell’albergo sulla riviera adriatica che ho frequentato per tantissimi anni. E lei lo sapeva.
Bassa Romagna, dov’è nata mia nonna. E dove la mia famiglia, saggiamente, decise di vendere casa per riversare agosto dopo agosto il ricavato nelle tasche dell’albergatore (logica folle che contraddistingue tutto il ceppo romagnolo, vabbè...).
Comunque, la conoscevo da anni. Lavorava in questo albergo prima come centralinista e poi, appunto, come cameriera. Più anziana di me di tre anni, molto carina, non mi aveva mai cacato di pezza. Nonostante fosse fidanzata da parecchio tempo, quando arrivava agosto regolarmente perdeva la testa per qualche avventore estivo. Lasciava il fidanzato, si godeva questa passione di due, al massimo tre settimane e una volta partito il cliente (ridotto a un cencio pallido e bisognoso più che mai di una vacanza), altrettanto regolarmente tornava a far coppia fissa coll’ipercornuto.
Quell’anno, non si sa come, i suoi ormoni iniziarono a schizzare impazziti per il sottoscritto appena arrivai sul posto. Penso che la cosa che la divertisse di più fosse proprio la clandestinità, il doversi godere nei posti più assurdi, al riparo di occhi indiscreti, e negli orari più improbabili: a metà mattinata nella saletta pingpong, nella cucina del ristorante alle quattro di pomeriggio o, appunto, all’alba, quando attaccava a lavorare.
Saliva le scale col vassoio della colazione, bussava e poi entrava. Mi svegliava e stimolava il mio appetito con un pompino volante. E poi via, a servir altre colazioni.
Finché arrivò la notte di ferragosto. Festa nella spiaggia di fronte all’albergo: musica, danze e tanto beveraggio. Presente anche il suo fidanzato in quanto amico di lunga data del proprietario dell’albergo. Passata la mezzanotte la cameriera mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio di andare in camera, che in breve mi avrebbe raggiunto. Pronto eseguo. Forse però l’euforia dell’amplesso prossimo e l’alcol trangugiato a più non posso mischiato al torrido caldo ferragostano mi fecero parlare un po’ troppo. Non ricordo bene, ma mi sa che dirigendomi verso l’albergo mi fermai a chiacchierare con amici annunciando a squarciagola che, di lì a pochi minuti, finalmente l’avrei trombata. E mi sa che il fidanzato della garzona, sempre nei paraggi, avesse udito qualcosa.
Fatto sta che arrivo in camera, accendo la musica e attendo. Come promesso la bimba si presenta dopo pochissimo. Non perdiamo tempo. Son lì che le lecco una tetta quando qualcuno bussa. È lui. Dietro alla porta il tipo inizia a urlare chiaramente i nostri nomi e intima di aprire. E a questo punto, seduto sul letto e teso come una corda di violino, assisto a una scena fatta di gesti squisitamente atletici che mai mi è più capitato di vedere: la cameriera mi ordina il silenzio con un segno eloquente, con un balzo esce dal letto, si veste, in quattro passi raggiunge il balcone, scavalca la ringhiera e si butta di sotto. È vero, stavamo al primo piano, ma pur sempre di un salto di almeno duemetriemezzo si trattava. Giuro, andò così. E tutto in massimo 8-10 secondi. Non so se ci si allenava.
Non senza qualche timore aprii la porta, sudato marcio, dissi a otello che ero sotto la doccia e domandai cos’era tutta quell’agitazione. Corse via a cercar la sua vendetta senza proferir parola.
Qualche anno più tardi la cameriera mi scrisse che stava per sposarsi e che le avrebbe fatto molto piacere vedermi per un uichend prima che questo accadesse. La raggiunsi per una notte.
Ma tutto questo accadde tanti anni fa. Oggi è sposata, ha due bambini, e non fa più la cameriera.




permalink | inviato da il 25/5/2004 alle 15:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


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