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27 gennaio 2011

Secondo tempo

Mi avvio verso casa costeggiando il mare. Oggi piove e all’orizzonte il mare grigio e il cielo si fondono senza alcuna linea d’orizzonte, morbidamente sfumando e amalgamandosi.
Le onde sbattono contro gli scogli appena sotto la carreggiata, e schizzi di schiuma bianca e salata arrivano fin sopra la mia macchina.
Il secondo tempo della mia vita è cominciato così: cantando, in riva al mare. In Sicilia, accanto alla donna che è oggettivamente la mia metà.
Con Milano, Chinatown e i milanesi nel sangue, dentro di me per sempre, sto scoprendo una nuova vita. Pochi hanno la fortuna di un secondo tempo. Farò di tutto per onorare questa opportunità. A modo mio.
E sono pure incredibilmente ingrassato.


*You won’t forget me – Keith Jarrett




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11 giugno 2010

lutto



*Lacrimosa - W.A.Mozart




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9 maggio 2010

pensandoci, con dedica

Molto probabilmente questo è il mio ultimo sabato da milanese.
Con un mal di denti di ferocia mai provata prima, che però non riesce a guastarmi il sorriso, perenne ultimamente.
Alterno gomiti sul davanzale in Chinatown, sigaretta, inscatolamento dischi.
Sarà un gran bel saluto. Milano…



*Io so che ti amerò – Ornella Vanoni




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17 gennaio 2010

Sentenze da Parco delle Basiliche. Milano

Ti giri e continuando a camminare mi guardi dritto in faccia per chiarire l’inappellabilità della sentenza: “mai più a Roma. Basta ste stronzate di telefonate e treni”. Definitivo. Lo stai dicendo prima a te stessa. Diciamo che mi rendi partecipe di questa conclusione.
Parli incorniciata dai mattoni rossi dell’abside della basilica di S.Lorenzo, una di quelle parti della città che ci piacciono proprio tanto. Cammini spedita, sguardo basso e mentre parli ti porti regolarmente alla bocca il bicchiere di plastica col gintonic caldo. “Che poi è la bellezza della città che ti frega, questa è la verità”. Con la destra fumi. Ti seguo, nei passi e nel ragionamento. Seppur con andamento più infreddolito.
“Baciarsi in quella città, nel senso in mezzo alla strada, ti frega. Tutto è troppo bello attorno. Ti scatta come una specie di sindrome. È inevitabile. Nel giro di pochi attimi ti trasformi in un’imbecille come rimbesuita dal tutto che pensa di vivere chissà quale scoccar di scintilla. Ti frega, te lo dico io”, prosegui. Vacillo un po’ sul filo logico della questione, ma azzardo: “sì ma poi, veramente, telefono e treno alla lunga rompono i coglioni, per non parlare della spesa”.
Ma ormai hai il timone, e parti: “cioè, intendo, ti chiedo: ma tu hai mai baciato una ragazza… che ne so… ai fori imperiali, di notte?”.
- “Mi pare di sì. Sì”.
- “E allora?”
- “Ricordo anche una volta, piazza Navona…”
Ma m’interrompi subito, arriva la sentenza: “E allora puoi solo confermare. Suvvia, dai, siamo seri. È una fottutissima fregatura. Questa è la verità”. Silenzio. Ho capito che qui, o acconsento al verdetto oppure non c’è spazio per altre divagazioni nella memoria. Silenzio. Continuiamo a camminare con questa sensazione nell’aria e addosso che sia giunto il momento che la giustizia faccia il suo percorso nei confronti della città eterna, a riparar tale danno.
- “Che facciamo, bombardiamo la capitale? Che ne so, magari partiamo dal fontanone?”.
Zitta mi guardi di striscio dandomi del cretino. Non hai propria nessuna voglia di metterla un po’ sul tragicomico. Niente, qui non si scherza.
Inchiodi davanti a un cestino. Getti il bicchiere e le dita della tua sinistra tornate libere corrono alle labbra per sfilare una ciocca ribelle. Sbuffi.
- “Ti ricordi quando qui non c’erano i cancelli?”, la butto su toni nostalgici.
- “Quanto tempo…”, rispondi guardandoti attorno. E chiudi: “Vedi, ne abbiamo sempre di meno, cazzo. Anche per questo”.
Mi prendi sottobraccio e riprendiamo il cammino. Attraversiamo la strada illuminati dai lampioni e dai fari delle auto. Qui tira sempre vento. Dall’altra parte ancora prato. Verso Sant’Eustorgio. Ci salutiamo. Altri mattoni rossi.



*Niente da capire – Francesco De Gregori




7 gennaio 2010

Soliloquio. (ol “de rincoglionimentum”)

Da quando mi sono svegliato stamattina avevo un pensiero ossessivo: “non ho più niente da leggere in casa, non ho più niente da leggere in casa. Devo assolutamente comprare qualche libro”. E nel tardo pomeriggio mi son deciso e ho raggiunto la Feltrinelli nonostante le mie casse versino in una terrificante indigenza.
E lì, davanti allo scaffale della R, maneggiando Rimini di Tondelli, il primo acquisto (non procedo tra i lineari seguendo l’ordine alfabetico, mai), è successo il fattaccio.
Una commessa alta, mora e di età indefinita, mi si avvicina e mi fa: “hai bisogno di aiuto?”. L’espressione sconcertata e un po’ vuota che devo averle rivolto evidentemente mostrava quanto mi stupisse che così, senza averne richiesto l’ausilio e senza alcun motivo apparente, la fanciulla si prestasse a soccorermi. Non ho fatto tempo a balbettare qualcosa che mi spiega: “è un po’ che stai qui impalato a parlare da solo davanti allo scaffale”. Cazzo, in un lampo comprendo che è vero: stavo parlando da solo.
Da un po’ di tempo a questa parte me lo stanno facendo notare sempre più spesso. Amici e galline che mi ospitano nelle loro magioni riferiscono che non appena accedo ai loro bagni e mi chiudo la porta alle spalle comincio a parlare da solo. E in effetti, a pensarci, anche quando sono solo a casa tutti i miei ragionamenti, dalla composizione della lista della spesa alle riflessioni sui perché di questo assurdo cosmo, vengono meticolosamente affrontati dal sottoscritto a voce alta.
Sarà che ormai sono dieci anni che vivo da solo. Sarà che a questo va aggiunto che ho un gatto, il che ti porta a parlare un po’ a vanvera, senza la necessità di avere un interlocutore nel puro senso del termine, parlante.
Sarà che in quel momento scorrendo le coste delle opere di Roth non c’era Pastorale americana. E questo mi è sembrato uno scempio, un’inqualificabile mancanza del reparto rifornimenti, che ha innescato un’invettiva solitaria contro la grande distribuzione organizzata libraria. Sarà.
Però la cosa mi ha messo un po’ di angoscia addosso. Voglio dire, non sono più un ragazzino, è vero, ma in teoria, sulla carta, avrei ancora qualche lustro da spendere prima di versare in uno stato d’arteriosclerosi. Ancora qualche anno in possesso di una lucidità che almeno in pubblico filtri e argini d’istinto le mie debolezze.
Per non farmi sopraffare da cupi pensieri di caducità, dovrò prendere questa mia, diciamo, “caratteristica” come un efficace escamotage per attaccar bottone con le commesse. Con buona pace delle scorte di Roth.



*April come she will – Simon & Garfunkel




11 dicembre 2009

10 dicembre 2009

Una giornata davvero nera per il nostro bel paesello. Semplicemente tragica per la classe politica, per i nostri rappresentanti. Per la nostra carta costituzionale. Per la nostra facciazza all’estero.
Oggi a Londra, Washington, Parigi, Tokyo, Madrid, dappertutto, tutti leggono dell’Italia. Di Berlusconi che da Bonn accende la miccia di un cortocircuito istituzionale di entità sconosciuta, un attacco senza precedenti. Del Parlamento che in larghissima maggioranza nega a una procura l’arresto di un’onorevole gravemente accusato di esser in odore di camorra, confermando la trasversale solidità della casta. Dei sindaci, pure loro di tutti i partiti, che scendono in piazza contro il governo nazionale. E ancora di Berlusconi che, sempre dal palco del congresso del partito popolare europeo, sbraita insulti contro la stampa estera, quella dei suoi compagni di partito continentale (sbigottiti), per come l’hanno trattato ultimamente. Ormai il complotto di cui è vittima ha respiro internazionale... Dei lavoratori che non lavorano.
Il tutto a poche ore del quarantesimo anniversario di Piazza Fontana. Nessun colpevole, strage di Stato.
Giornataccia. Proprio brutta. Da archiviare negli annali del noir.



*In between days – The Cure




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1 dicembre 2009

Immobile

Aspetto, passano i treni, il caso, gli sguardi.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare. Quale immensa novità tornare ancora,
ripetere, mai uguale, quello stupore infinito!
E finché tu non verrai, io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni, delle scie.
Immobile

(Salinas - La voce a te dovuta)




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25 novembre 2009

Le mentecatte

Negli ultimi giorni ho conosciuto una giornalista. Una giornalista televisiva, tutta frizzi e lazzi: abbigliata perfettamente, profumata, truccata, sciantosa. Un’emerita idiota che mi ha portato a ripensare a una categoria di donne che detesto e delle quali vale la pena scrivere. Una volta sola però, altrimenti si dà troppa importanza alla cosa.
Generalizzare, categorizzare è sempre poco carino, ne convengo. Quando però certe caratteristiche arrivano ad accomunare un tot numero di individui me lo concedo. Si entra nella statistica, diventa matematica insomma.
Come altre volte qui ho scritto delle “donne in carriera”, così oggi mi voglio soffermare su quelle che definisco eufemisticamente “mentecatte”. Le donne in carriera non mi piacciono granché, ma hanno comunque doti innegabili che sortiscono per affascinarmi a periodi alterni. Le mentecatte, invece, riescono ad attrarmi solamente se portatrici di culi o cosce da urlo. Ma quando la loro mentecattura esce completamente allo scoperto, il che salvo rare eccezioni avviene molto rapidamente, non ci sono porzioni di carne che tengano. E rinsavisco.

La mentecatta è un genere di donna che vede la sua origine ontologica nell’essere stata viziata a livelli mostruosi dai suoi genitori. E in questo, porelle, non hanno colpa. Per vent’anni o più la madre ha fatto da colf e il padre da zerbino. E la frittata è fatta.
La mentecatta è innanzitutto una donna non autosufficiente. Spesso priva di patente, ogni suo spostamento diventa doverosamente a carico del suo prossimo. Una volta sceso il crepuscolo, poi, la sola idea di metter piede fuori dalla sua magione viene esclusa se non c’è una macchina ad attenderla davanti al portone. Il taxi è l’unica alternativa, ma proprio in casi disperati.
La mentecatta non ha mai fatto un viaggio da sola. E mai ne farà.
La mentecatta non ha interesse alcuno per l’informazione e la cultura in genere. Il Lodo Alfano potrebbe essere il nome di un ristorante trendi, mentre Roth una marca di arricciacapelli. Non legge, ingurgita senza sosta ore di televisione spazzatura. Ma si considera molto intelligente e profonda. Infatti ama discutere all’infinito su temi come “relazione”, “modalità con cui ti rapporti a me”, “fiducia”. Non è laureata in sociologia, è semplicemente un’assidua telespettatrice di Uomini e donne. Una vita da tronista. Dal che si deduce che molto spesso la mentecatta non lavora. Quando invece la mentecatta lavora, è perché il lavoro gliel’ha trovato qualcun altro.
Sul posto di lavoro la mentecatta si sente la più intelligente e la più figa. E si lamenta costantemente perché viene trattata male dai suoi capi.
La mentecatta non ha passioni, hobbi o interessi. La sua attenzione è tutta rivolta a se stessa, alla sua “sensibilità”, ai suoi eterni ragionamenti, alla “risoluzione dei suoi problemi”. Talmente gravi a suo dire che a confronto la situazione in Darfur è tutta una gran sega mentale. Ma non chiedetele cosa sia il Darfur, s’incazzerebbe come una iena perché osate fare illazioni sulla sua ignoranza. Ne scaturirebbe un’altra discussione infinita sulla “considerazione che hai di me”. E intanto il Darfur è svanito in una voragine di parole.
La mentecatta crede di essere l’apoteosi della femminilità. E in quanto tale porta all’eccesso caratteristiche prettamente femminili. Se una donna ci mette un’ora per preparasi a uscire, la mentecatta ce ne mette quanto meno il doppio. Ed esclude categoricamente la possibilità di uscire di casa così, all’improvviso, in quattro e quattrotto. Non se ne parla. La mentecatta è quella che si trucca per andare in piscina o in spiaggia.
La mentecatta ha come massima soddisfazione lo scorgere apprezzamento negli occhi di chi la guarda. Il suo cervello si alimenta di questo.
Vivendo in codesto modo nel corso degli anni la mentecatta colleziona un vasto numero di fobie. Assolutamente tempo sprecato tentare di farla ragionare in merito o peggio redimerla. Le mentecatte sono visceralmente convinte che sia logico e imperativo avere il terrore di un certa qual cosa (dalla possibile esistenza di tracine sul bagnoasciuga alla presenza di burro scaduto in un manicaretto), e sei tu il coglione che non ne ha paura.
Le mentecatte hanno l’unica possibilità di salvezza nell’incontrare il principe azzurro che fanno finta di non attendere. Un mentecatto. E così si riproducono.

Che io abbia conosciuto una giornalista mentecatta mostra con efficacia quanto il giornalismo italiano versi in una drammatica agonia.



*Someday my prince will come – Bill Evans Trio




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1 novembre 2009

ciao Alda

Non è che dalle cuspidi amorose
crescano i mutamenti della carne,
Milano benedetta
Donna altera e sanguigna
con due mammelle amorose
pronte a sfamare i popoli del mondo,
Milano dagli irti colli
che ha veduto qui
crescere il mio amore
che ora è defunto.
Milano dai vorticosi pensieri
dove le mille allegrie
muoiono piangenti sul Naviglio
Milano ostrica pura
io sono la tua perla,
amore.



*Das lied von der Erde – Gustav Mahler




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20 ottobre 2009

indispensabili

Ciò che si vede da questa tribuna silenziosa sulla mia montagna in una notte splendidamente chiara come la notte in cui Murray mi lasciò per sempre, è quell’universo in cui l’errore non ha corso. Ciò che si vede è l’inconcepibile: il colossale spettacolo della mancanza di antagonismo. Ciò che si vede con i propri occhi è il grande cervello del tempo, una galassia di fuoco non acceso da mano umana.
Le stelle sono indispensabili.

Philip Roth – Ho sposato un comunista


Lontano da quella duna isolata su un’isola lontana, dove ogni notte cedevo al sonno osservando lo spazio celeste che mi entrava dentro e mi riempiva, in un momento come questo, di completo, pauroso e sconosciuto distacco da tutto ciò che mi circonda, per me, in questi giorni, i libri di Philip Roth sono indispensabili. Come guardare le stelle.



*Andante moderato, Sinfonia N°8 – Franz Schubert




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13 ottobre 2009

punto e virgola

Ad Atene tira un gran vento. Le antenne e le parabole sopra i tetti dei palazzi ondeggiano paurosamente davanti al Partenone. Da sud, dal mare, arrivano minacciose nuvole nere. Seduto in terrazza leggo Philip Roth (Philip, se il prossimo anno ti ignorano ancora bombardiamo Stoccolma…) sorseggiando il mio primo frappé metrio della giornata.
Il nuovo governo socialista del premier Papandreu ha deciso per un giro di vite in Exarchia, il quartiere anarchico alle spalle del Politecnico, una città nella città: si fanno sempre più frequenti e determinate le incursioni di squadroni della polizia in assetto antisommossa. Giorno o notte, in pochi istanti occupano la bella piazza alberata arrivando contemporaneamente da tutte le strade che vi confluiscono, in moto, motorino, macchina, camionette e a piedi. Fermano tutti. Perquisizioni. Arresti. Brandendo manganelli, e pure alcune pistole fuori dalle fondine.
L’altra notte mi è arrivato un sms “stanno rastrellando tutti, un casino, scendi”. L’obiettivo finale di queste operazioni pare essere quello di spezzare definitivamente lo status di inviolabilità da parte delle forze dell’ordine del Politecnico di Atene, tacitamente pattuito fin dal 1974 con la caduta dei colonnelli. La centrale anarchica europea. A dicembre ci sarà la stretta finale. E sarà vera guerriglia urbana, un’altra volta, che da Exarchia si estenderà verso piazza Omonoia e Sindagma, i centri del potere ellenico.
Cercherò di essere in strada, con taccuino e macchina fotografica. Ma per riuscirci bisogna prima conquistarsi la fiducia dei più cattivi, quelli che organizzano la battaglia, militarizzando l’attività di migliaia di persone: costruire molotov, distribuire mazze e caschi. Quelli che quando nelle assemblee nel Politecnico si arriva al nocciolo della questione, quando bisogna decidere il da farsi, hanno una proposta sola: scontro. Altrimenti il rischio è quello di prendersi tante randellate bipartisan, dalla polizia e dagli anarchici.
Vedremo.
Al momento tutto il mio domani è un gran punto di domanda. Che in greco non è il classico “?”, bensì come il nostro punto e virgola, “;”. Un quesito che richiede una pausa un po’ più lunga di una semplice virgola. Ma senza neppure mettere un punto.
Il tempo di un bagno in mare a metà ottobre in una spiaggia deserta di Angistri, di un bicchiere di ouzo e tanti baci; Chissà.

 

*The Köln Concert – Keith Jarrett




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4 ottobre 2009

Exarchia

La verifica ateniese è andata meglio di qualunque rosea previsione. E infatti tra poche ore volerò di nuovo verso la capitale greca. Per starci un po’ di più stavolta. Perché mi sono organizzato per scrivere un po’ di quello che capita laggiù, e perché… no, non riesco proprio a scriverlo il resto del perché, imbavagliato da spesse bende scaramantiche.
Ieri ero al presidio milanese per la libertà di stampa, in contemporanea con la manifestazione di Roma. Era organizzato in piazza Mercanti, il cuore antico d’epoca comunale della mia città. Uno degli scorci che più amo. Infinite volte mi sono seduto sugli scalini di quella loggia. A baciarmi con la mia ragazza quando non esistevano telefoni cellulari ma solo biglietti vergati d’inchiostro. A parlare con amici a notte fonda. A leggere l’ultimo libro appena acquistato nella libreria in galleria. A seguire un comizio elettorale da me organizzato. A fotografare.
Bè, proprio lì, ieri, una cara amica mi fa: “Forse è il caso che ti prendi una vacanza dalla tua città, una sorta di anno sabbatico”. Me l’ha sussurrato, delicatamente. Sa che io, da questa città, non mi sono mai mosso. E dirmi di andarmene, anche solo per un po’, è un suggerimento che si deve posare su di me come neve su un orto. Trentasei anni d’amore. Che ultimamente, per svariati motivi, perde passione giorno dopo giorno. Diventando sempre più un piacere di ricordi vissuti, e sempre meno sguardo e impulso verso il futuro.
Milano è la mia città. Presumo di conoscerla come pochi altri. Ma Milano sta soffrendo. Città dalle doppie targhe commemorative, città di autobus con grate ai finestrini adibiti al rastrellamento degli immigrati irregolari, città dimenticata dai suoi stessi abitanti. Che non sono più curiosi della storia dei suoi anfratti. E preferiscono imporre i propri. Nuovi vuoti di valori e principi.
Durante il presidio, tutte le persone che si sono date il cambio al microfono non sono riuscite a dire la loro senza urlare. Rabbia lecita, giustificata. Giornalisti, maestre, semplici cittadini, arrabbiati. Sfiniti. Disillusi. La rabbia di tanti, ma pur sempre troppo pochi di fronte all’indifferenza dei più.
Mentre lasciavo la piazza, Milano mi ha preso per un braccio e mi ha detto “vai pure via, tanto ci ameremo comunque per sempre tu e io. Non farti schiacciare come me. Tu che hai gambe al posto di mattoni e marmo, vai. Non farti succhiare via la linfa vitale come a me hanno tolto l’acqua della Darsena. Poi quando torni avrai tante cose da raccontarmi, sotto le volte dei Mercanti, di notte, quando ignavi, bugiardi e arrabbiati finalmente dormono. E poi, dai, cosa pensi? L’ho sempre saputo che da anni mi tradisci col mare”.
“Se vado – le ho risposto – non avercela con me. La colpa non è tua”.

Quanto mi piace passeggiare tra le viuzze alberate di Exarchia.
Quanto mi piace baciarla di fronte al mare.



*Let the happiness in – David Sylvian




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31 agosto 2009

dallo zaino alla valigia

Tornato in quel di Milano dopo cinque settimane trascorse in un paradiso terrestre.
Ne avrei da raccontare. Ma tengo il tutto momentaneamente in sospeso.
Giusto il tempo di tornare ad Atene e verificare un paio di cosette…



*Moonland – Nick Cave & The Bad Seeds




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22 luglio 2009

Il buen ritiro del precario (solo andata)

Dopo 700 giorni di lavoro pressoché continuato, me ne vado finalmente in vacanza.
Settecento giorni in cui sono cresciuto, maturato, e che mi hanno regalato anche grosse soddisfazioni. Dalla redazione di un settimanale tra i più letti al coordinamento della comunicazione di un partito per la scorsa campagna elettorale, passando per fotografie da prima pagina del Corriere a trasferte cinematografiche, fino alla collaborazione per la stesura di un libro scomodo.
Una gran fatica, premiata sul momento e mai a lungo termine. Puro precariato: contratti da tre mesi, che quando vengono rinnovati anche solamente di un mese ti pare di toccare il cielo con un dito, collaborazioni, lavori spot. Col conto costantemente in rosso.
Un impegno che mi ha portato a trascurare, oltre a questo blog, amici e famiglia. E a diventare ancor più selettivo in fatto di donne (grazie anche a clamorosi scivoloni su bucce di banana, tradito dalla beltà che nasconde vuoti cosmici). E allora mi chiedo: ma ne vale la pena? Tutto questo sbattersi a destra e sinistra per cosa? Arrivare in un luogo sicuro nel sistema-informazione italiano, tra i giornalismi più abietti al mondo, può davvero rappresentare un obiettivo di vita?
Ci devo riflettere. E per fare un po’ di chiarezza, domani zaino in spalla parto per una di quelle isolette sperdute della Grecia che mi piacciono tanto. Con in tasca un progetto di libro a quattro mani davvero sfizioso.
Se il lavoro è costantemente a tempo determinato, il mio soggiorno sarà invece a tempo indeterminato.
Qualora qualcuno approdi nell’isolotto di circa quaranta abitanti, potrebbe trovarmi seduto a un tavolino della taverna del porto a giocare a backgammon col pope, trangugiando ouzo. Nel caso, è pregato di parlare lentamente e con tono di voce molto basso.
Poi la curiosità vien da sé…
- Ma quanto ti fermi?
- Non lo so.




*Eppur mi son scordato di te – Lucio e Mina




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5 luglio 2009

selezione (meglio tardi che mai)

Evitare per quanto possibile le donne, e gli uomini, che non leggono libri.
Non in quanto per questo prive di nozioni o "bagaglio" intellettuale. Ma perché portatrici di cervello inevitabilmente atrofizzato. E in quanto tale non più funzionante come dovrebbe.
Bisogna accendere il televisore, porgere loro il telecomando e allontanarsi. Rallegrandosi della dipartita.


*Ti leggo nel pensiero - De Gregori




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